Possiamo continuare senza legami?

Possiamo stare isolati? Siamo fatti per stare senza il contatto umano? Riusciamo davvero a stare richiusi dentro quattro mura senza ciò di cui abbiamo più bisogno, ovvero la relazionalità? Possiamo resistere e a quale prezzo in questa dimensione di lockdown come amano definirla in questo periodo? Come ci sentiremo quando si potrà assaporare un po’ di libertà?

Brightest Hour: siamo in diretta con Francesco Boz, autore per Le Iene, fondatore della pagina l'Oltreuomo e Psiche.org.

Pubblicato da TEDxTreviso su Mercoledì 29 aprile 2020

Maslow nel 1954 mise in ordine gerarchico i bisogni dell’essere umano e senza entrare dentro l’epistemologia di questa teorizzazione che può essere criticata su più fronti a partire dalla stessa definizione di bisogno, ci limitiamo a focalizzarci su un bisogno fondamentale dell’essere umano: il need to belong.  Esso viene definito da Maslow come il bisogno di appartenenza; la tendenza disposizionale, intrinseca a stare con altri essere umani (Maslow, 1954). Anche nelle forme più gravi di autismo notiamo come il bambino non riesca ad essere totalmente estraneo alla relazione. C’è sempre, anche nell’autistico, il bisogno della reazione con il proprio caregiver. La relazione è ciò di cui l’uomo non può fare a meno. Siamo filogeneticamente portati alla ricerca dell’Altro. Se prendiamo ogni disturbo psichico presente nel DSM-5 (2014), possiamo essere in grado di declinarlo in un’ottica relazionale. La relazione è ciò su cui si struttura la personalità umana. Nasciamo e siamo subito immersi dentro una relazione. Il nostro primo grande Altro è l’altro materno, in particolare il corpo della madre. Il primo oggetto verso cui si rivolge la pulsione del bambino è il seno ma ciò che conta in particolar modo non è solo il rapporto corporeo, bensì il contatto tra le due menti della diade madre-figlio . Il bambino nei primi mesi di vita si nutre di questo riconoscimento datogli dallo sguardo della propria madre. L’essere visto, l’essere riconosciuto, è un bisogno forte quanto il bisogno fisico del contatto.

Siamo “gettati” nel mondo e subito abbiamo bisogno che qualcun altro si prenda cura di noi. Che cos’è in fondo la psicoterapia se non la riedizione di questo bisogno primario dentro il qui ed ora della relazione terapeutica? La svolta relazione della Psicoanalisi ci mostra come la pulsione, a differenza di quanto sostenuto inizialmente da Freud, non può esistere senza un oggetto a cui essa è legata (Klein, 1945). Si tratta sempre di legare la pulsione ad una meta che può permettere il soddisfacimento della pulsione stessa. Siamo sempre, durante l’arco di tutta la vita, inseriti in una oscillazione tra legame e slegamento. Il legame per essere tale ha bisogno anche del non legame, del non essere in contatto. La vita si gioca tra queste due tendenze e ogni forma di sofferenza mentale possiamo concepirla come l’estremizzazione di uno dei due poli lungo un continuum che va dal contatto verso la separazione e viceversa. Vediamo bene nella clinica delle nevrosi come il nevrotico sia sempre spostato verso la dimensione del legame, del contatto, della relazione con l’Altro. Il nevrotico vive la propria vita in funzione dell’Altro. Il suo problema sta nell’entrare in contratto con la propria soggettività, con il proprio mondo interno. Egli non si pone il problema di riuscire a soddisfare il proprio desiderio perché vive in balia del desiderio dell’Altro. Non entra mai in relazione con il proprio desiderio.  Al contrario nella psicosi è evidente come lo psicotico sia spostato verso l’altro polo, quella del non legame, dello scollamento, della dispersione di ogni relazione con il mondo esterno. È talmente assorbito dal suo mondo interno, dalla propria realtà fantastica, che entrare in relazione con la realtà vera, concreta, quella che noi tutti condividiamo vorrebbe dire sprofondare in un’angoscia disintegrante, in ciò che Bion chiama “terrore senza nome” (1962). Lo psicotico rifiuta la relazione perché non riesce ad entrare in contatto con un mondo che non sia il mondo che lui stesso è in grado di controllare, il suo mondo interno. In qualche modo lo psicotico è solo in relazione asimmetrica con la propria realtà interna. Vive in una dimensione di fusionalità, di non separazione tra interno ed esterno. È l’esasperazione del non contatto da un lato e del rapporto con il proprio desiderio dall’altro. La psicosi è l’anarchia del proprio desiderio. La vita dello psicotico è vita che si svolge dentro il caos. Egli non ha problemi con il desidero dell’Altro perché neanche riesce neppure a rappresentarsi un Altro dentro di sé. Vive solo il rapporto con il proprio desiderio. Questa in fondo è la follia: “un’orchestra senza direttore” come la chiamava Kraepelin (1919). Nessuno che dia un limite, una legge, un confine, nessuna funzione super-egoica di distanza dall’eccesso. Lo psicotico non vive all’ombra dell’Altro ma all’ombra di se stesso.

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Dott. Luca Zompa
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