Se non mi insegni non posso imparare: il legame di attaccamento

Zarina Zargar

Che cos’è:


Partiamo da un concetto fondamentale. L’attaccamento è quel legame particolarissimo e speciale che ci permette di entrare in connessione con i caregiver, chi si prende cura di noi, fin dai primi giorni di vita e ci garantisce la sopravvivenza.

Lo sappiamo, tutti i cuccioli di mammiferi, come noi, dipendono dalle cure genitoriali e non avrebbero speranze di arrivare all’età adulta se non ci fosse qualcuno che si prenda cura di loro. Lo possiamo vedere anche nella vita di tutti i giorni: basta aver avuto tra le mani un gattino di pochi giorni per essersi resi conto di quanto sia fragile.
Ovviamente il discorso risuona ancora di più se pensiamo ai piccoli dell’essere umano, quelli nostri:

alla nascita siamo tutti indifesi, vediamo poco, non conosciamo l’ambiente e non sappiamo come muoverci, tantomeno procurarci il nutrimento da soli.

Senza cure adeguate non avremmo la possibilità di crescere e andare avanti.
L’attaccamento, quindi, è un legame istintivo e indispensabile alla sopravvivenza che ha origine nella relazione primaria, cioè quella che mette in relazione il neonato alla madre, al padre o chi si prende cura di lui. È un legame salvifico che lega il nuovo arrivato alla figura accudente con la quale si innesca uno scambio continuo di informazioni relative ai bisogni fisiologici e non.


Come ha inizio?


Si sviluppa fin dai primissimi giorni di vita e si basa sulla disponibilità e sull’attenzione che l’adulto investe nei confronti del neonato.
Le madri lo sanno bene: bastano piccoli gesti, uno sguardo o un pianto diverso dal solito per capire di cosa il piccolo ha bisogno. Il legame di attaccamento, di connessione e fiducia reciproca che si crea fin dall’inizio rende tutto ciò molto naturale e di semplice decifrazione.
A causa della sua natura affettiva e del momento delicatissimo in cui ha inizio, questo è un legame molto intenso che si sviluppa nel tempo e prende direzioni diverse in base al temperamento innato del bambino (più attivo o meno) e le reazioni del caregiver che può essere più o meno rispondente ai reali bisogni fisiologici ma anche emotivi dell’esserino che richiede le cure.
Questo primissimo legame fondamentale, come ben spiegato dallo psicologo e medico John Bowlby, teorico dell’attaccamento, avrà delle influenze a lungo termine sull’esperienza di vita del bambino (Bowlby J., 1969)


E una volta adulti?


Una volta cresciuto, il bambino diventato adulto, in base all’esperienza vissuta con i caregiver (presenti, assenti, intrusivi o rifiutanti), saprà muoversi all’interno delle relazioni sociali, amicali e di coppia con maggiore o minore fiducia e sicurezza. Svilupperà, quindi, uno stile di attaccamento che utilizzerà per entrare in relazione con l’altro, sentendo dentro sé e aspettandosi comportamenti in linea con quelli sperimentati con la figura primaria.
In poche parole, gradualmente si struttureranno nella mente del bambino dei modelli operativi interni, cioè delle rappresentazioni mentali di sé, del legame costruito con l’attaccamento e poi più generalmente di ciò che può aspettarsi anche dagli altri e dall’ambiente esterno, con lo scopo di guidarlo nelle sue interazioni con l’ambiente facilitandole (Bowlby J., 1979).

Può succedere, in alcuni casi, che la figura primaria di accudimento viva contemporaneamente alla nascita del figlio/a una situazione personale di disagio dettata dai più svariati fattori e eventi: salute propria o del bambino (nascita pretermine o altri imprevisti), problemi di coppia, difficoltà di adattamento alla nuova vita, paura di non essere all’altezza, ambivalenza nei confronti della genitorialità, depressione post-partum, forti ristrettezze economiche e molte altre situazioni che possono contribuire all’esaurimento delle energie psicofisiche necessarie ad accogliere il nuovo nato nel mondo e prendersene cura.
In base al vissuto del genitore, infatti, anche la relazione con il neonato cambia.

Non per forza, però, gli esiti saranno negativi. Come già anticipato prima, l’attaccamento è frutto di un continuo scambio in cui giocano ruoli importanti le caratteristiche dell’una e dell’altra parte, quindi anche assestamenti e migliorie, dopo un iniziale periodo di difficoltà, sono sicuramente possibili.

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Una base sicura


Quando il legame di attaccamento si consolida in maniera positiva si va a creare quello che la dott.ssa Mary Ainsworth (Ainsworth et al. 1978) ha per prima definito “base sicura“: una sorta di punto di partenza e punto di ritorno costantemente presente e in grado di adattarsi flessibilmente a esigenze di esplorazione e di crescita.
Bowlby ha poi ulteriormente approfondito questo concetto riferendolo al legame di attaccamento: quando un bambino inizia a esplorare attivamente l’ambiente extrafamiliare e a muoversi anche distanziandosi poco a poco dalle figure genitoriali ha bisogno di questa base sicura carica di sicurezza e di fiducia che gli garantirà un buono sviluppo sul piano sociale ed emotivo.

Il pieno appoggio del caregiver e lo sguardo sereno di approvazione nei movimenti di esplorazione permetterà all’infante di sentirsi sicuro e fiducioso nei momenti di allontanamento e allo stesso modo accolto non appena ritornerà indietro “sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato (Bowlby J., 1988).


I genitori che nel tempo hanno saputo costruire una base sicura per i loro i figli li sostengono nelle loro esperienze di autonomia, ma intervengono per proteggerli, rassicurarli e accudirli quando necessario (Baldoni 2005a).

Nuove figure di attaccamento, quali?

Fortunatamente i modelli operativi interni, modelli a cui ci riferiamo quando ci relazioniamo con il mondo esterno, sono costantemente sottoposti ad un processo di riorganizzazione perché hanno a che fare con esperienze reali del passato e del presente e possono modificarsi,
soprattutto sulla base di esperienze significative nel corso del ciclo vitale (Crittenden P.M., 1999).
Non è raro, ad esempio, che lo stile di attaccamento originario venga modificato dalla relazione profonda con il padre, con un pari o con un partner accogliente e incoraggiante.
Ma non solo: è stato osservato che tra gli effetti estremamente positivi di una buona psicoterapia ci può essere anche la profonda riorganizzazione delle rappresentazioni interne relative all’attaccamento (Crittenden 1999; Baldoni 2005a).
Un cambio di rotta dovuto a una nuova esperienza significativa relazionale che va a mettere in discussione i modelli operativi interni e di conseguenza sia aspettative che reazioni, quindi, è possibile.
Se una volta cresciuti percepiamo ancora ferite emotive e relazionali che riteniamo affondino radici nel nostro passato sta in definitiva a noi, ormai adulti, decidere in quale direzione muoverci per poterle iniziare a medicare.

Bibliografia:

1 Bowlby J. (1969): Attaccamento e perdita, vol. 1: L’attaccamento alla madre.
Boringhieri, Torino, 1972.
2 Bowlby J. (1979): Costruzione e rottura dei legami affettivi. Raffaello Cortina, Milano, 1982.
3 Ainsworth M.D.S., Blehar M.C., Waters E., Wall S. (1978): Patterns of attachment: a psychological study of the Strange Situation. Erlbaum Associates, Hillsdale, NJ.
4 Bowlby J. (1988): Una base sicura. Raffaello Cortina, Milano, 1989.
5 Baldoni F. (2005a): “Funzione paterna e attaccamento di coppia: l’importanza di una base sicura.” In: Bertozzi N., Hamon C. (a cura di): Padri & paternità. Edizioni Junior, Bergamo, pp. 79-102.
6 Crittenden P.M. (1999): Attaccamento in età adulta. L’approccio dinamico-maturativo all’Adult Attachment Interview. Raffaello Cortina, Milano.



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