“NON SONO UN’ETICHETTA” – VALENTINA E LA SUA DISLESSIA”

Intervistata: Valentina Bighignoli 

Editor: Psicologa Giulia Rocchi

“E’ intelligente, ma non si applica”, “Non riusciamo a capire come ragiona”, “Quando arriva il momento dei compiti è un dramma”. Se almeno una volta hai sentito una di queste frasi da studente o da genitore di uno studente forse è anche perchè nella vita hai dovuto affrontare un disturbo dell’apprendimento (DSA). 

I dati diffusi dal Ministero dell’Istruzione ci consegnano una scuola italiana dove il 3% degli studenti ha ricevuto la certificazione di un DSA. La dislessia risulta essere il più diffuso tra i banchi di scuola, ma nonostante questo sembra ancora avvolto da un grande mistero.

Abbiamo chiesto a Valentina, 22 anni, di Bolzano di raccontarci la sua vita con un DSA prima, durante e dopo la scuola.

Quando hai ricevuto la tua diagnosi? Quale è stata la tua reazione e quella dei tuoi genitori? 

Ho ricevuto la mia diagnosi di DSA all’età di 9 anni, alla fine della 5 elementare.

Inizialmente non capivo cosa volesse dire, avevo un nuovo nome, sapevo di essere diversa rispetto agli altri, lo avevo sempre saputo ma tutto questo ora aveva un nome.. Cosa voleva dire? Ero per caso malata? Cosa avevo?

Ci ho messo davvero tanto tempo a capire ed accettare questa cosa, seppur mi veniva detto “ma no non è nulla”, “ma no tranquilla anche Einstein lo era” io non capivo, mi dicevano che non era nulla di preoccupante eppure poi c’era chi mi diceva “non puoi sei dislessica” oppure “ma tu sei discalculica ovvio che non puoi” e tante altre frasi così… Poi… Poi io avevo un sacco di difficoltà, perché io si e gli altri no? Cosa avevo che non andava? Non capivo…

Solo crescendo, ho iniziato a capirlo e vedere i miei DSA come qualcosa di bello e non più come una cosa brutta. Ora… Ora guai a chi mi dice che non lo sono! 😂

Erano stati proprio i miei genitori a chiedere gli accertamenti notando le mie grandi difficoltà durante l’esecuzione dei compiti a casa e non solo. La loro idea era riuscire ad aiutarmi, non sapevano il perché ma erano certi che c’era qualcosa. All’arrivo della diagnosi ricordo che iniziarono subito a capire, a trovare risposte, ricordo che nel primo periodo c’erano libri ovunque per casa con il titolo “Disturbi specifico dell’apprendimento”, volevano documentarsi al meglio, capire, ricordo che era un continuo confrontarsi con me e cercare di capire come aiutarmi. Mi hanno sempre sostenuta.

Quale è stato il tuo rapporto con la scuola e lo studio prima della diagnosi? Come è cambiato dopo aver ricevuto la diagnosi?

Mi è sempre piaciuto andare a scuola, studiare perché vuol dire imparare cose nuove e da persona super curiosa è una cosa che mi piace. È stato molto faticoso, spesso mi sono sentita inadeguata, inadatta, sbagliata… Ho sempre impiegato moltoo tempo per studiare, leggere, calcolare, fare i compiti in generale. Prima della diagnosi vivevo il momento scuola/compiti con ansia, con grande difficoltà poi dopo la diagnosi negli anni è andata meglio, ma ho sempre vissuto le prove come verifiche e interrogazioni come incubo.

Sono stati davvero pochi gli insegnanti in grado di capire le mie difficoltà e che hanno cercato di aiutarmi… Spesso mi sono sentita etichettata, giudicata, mi hanno sgridato, abbassato voti, negato l’uso di strumenti compensativi e misure dispensative… C’è stato anche chi mi disse “ma tu non sei DSA” oppure “è solo una scusa”, “tanto sei dislessica”, ecc…

C’è chi invece mi ha supportato e cercato di aiutare, chiedendomi e informandosi e credendo in me, ma sono stati davvero pochi…

Ti sono stati proposti dei percorsi di potenziamento e tutoraggio? A quali figure professionali ti sei rivolta? Nei hai tratto dei benefici?

Subito dopo la diagnosi andai per un paio di volte dalla logopedista, non mi trovai affatto bene e decisi di lasciare, vivevo la cosa ancora più male…La logopedista era molto rigidita, per niente paziente, con idee molto chiuse e non mi sono sentita di continuare il percorso

Ho anche provato un percorso dove insegnavano un metodo di studio ma anche esso era molto rigido, tutti erano convinti che dislessia = mappe… Io con le mappe concettuali non mi sono mai trovata, non riuscivo… Così come con la sintesi vocale… Ed altre strategie… Ho abbandonato dopo pochissimo anche quello.

Sono stata seguita in 4 e 5 superiore da una tutor DSA, la mia prof di anatomia, ma ormai ero già grande e avevo già trovato le mie strategie, è stato più un aiuto a credere di più in me, attraverso lei che credeva in me.

Cosa pensi che debba cambiare all’interno del mondo della scuola? Quali proposte concrete ti sentiresti di fare data la tua esperienza personale?

Ci sono moltissime cose nella scuola che ancora non funzionano…. A partire dal fatto che sarebbe bello che gli insegnanti seguissero corsi di aggiornamento sui DSA, ma non solo teorici e non solo svolti da normolettori, qualcosa che li coinvolga, gli permetta di entrare nel nostro mondo altrimenti tutte le volte cadono dalle nuvole… Insegnanti più preparati ma anche disponibili nel imparare dagli alunni, penso sia fondamentale il “io imparo da te, tu impari da me”. Penso sia importante lavorare ancora tanto sull’inclusione, la sensibilizzazione degli adulti ma anche dei compagni di classe, si sentono tanto queste parole ultimamente ma ce n’è ancora strada da fare!

Sarebbe bello anche che venissero usati gli strumenti compensativi in generale nella classe, in modo che non siamo sempre solo noi ad usarli, perché questo è come avere una freccia luminosa sulla testa che indica la nostra neuroatipicitá… Penso sia importante che nelle lezioni vengano proposte più attività, in modo da permettere a tutti di capire e imparare in base al loro funzionamento (?), iniziare con un breve filmato che accenna l’argomento, lettura e interazione dell’argomento, schema e mappa alla lavagna, esperienze, giochi, laboratori…

Quale consiglio ti sentiresti di dare a un genitore che scopre la dislessia del figlio o che teme questa diagnosi per il proprio figlio?

Immagino che all’inizio non sia facile, capisco la difficoltà iniziale, ma… Lasciate che sia vostro figlio a guidarvi, chiedete a lui cosa preferisce, trovate insieme una strategia, non imponete ma non abbandonatelo neanche.

Non ha nulla che non va, può fare tutto come tutti gli altri, ha solo bisogno di più amore, sostegno e tempo. Non si tratta di una malattia ma di una caratteristica, come avere i capelli neri anziché biondi. Questa caratteristica permette di vedere e pensare in modo diverso, ma ciò non significa non potere o non essere in grado di fare tutto quello che si sogna.

Ci auguriamo che le parole di Valentina siano state di aiuto e incoraggiamento a tanti alunni e ai loro genitori e che come dice lei possiate ri-innamorarvi di quella scuola che può insegnare cose nuove sorpassando le etichette e puntando all’inclusione.