LA CONNETTIVITÀ NELLA SCHIZOFRENIA

Dott.ssa Isabella Anzuino & Dott. Antonino La Tona

La schizofrenia, anche se non è diffusa come altri disturbi psicopatologici, è fortemente invalidante, capace di limitare le relazioni sociali e lo svolgimento delle normali attività quotidiane. La famiglia della persona colpita da schizofrenia, di solito, è estremamente coinvolta e si trova ad affrontare un pesante carico di ansia e preoccupazione, associato anche ai pregiudizi legati a tale malattia.  

Sebbene la sua causa specifica sia sconosciuta, la schizofrenia ha una forte base biologica, come dimostrato dalle seguenti evidenze:

1) alterazioni nella struttura cerebrale (ad esempio, aumento di volume dei ventricoli cerebrali, assottigliamento della corteccia, diminuzione dell’ippocampo anteriore e di altre regioni cerebrali);

2) variazioni nella neurochimica, in particolare l’attività alterata nei marker della dopamina e nella trasmissione del glutammato;

3) fattori di rischio genetici dimostrati di recente.

Alcuni esperti sostengono che la schizofrenia si manifesti più frequentemente in soggetti con vulnerabilità del neurosviluppo e che l’insorgenza, la remissione e la ricorrenza dei sintomi siano il risultato delle interazioni tra queste vulnerabilità permanenti e gli eventi stressanti ambientali.

Fattori di stress ambientali

I fattori di stress ambientali possono innescare l’esordio o la recidiva dei sintomi psicotici nelle persone vulnerabili. I fattori stressanti possono essere soprattutto di tipo farmacologico (p. es., uso di sostanze, soprattutto marijuana) o sociale (p. es., perdita di lavoro o impoverimento, allontanamento da casa per studiare all’università, fine di una relazione sentimentale, arruolamento nelle forze armate). Vi sono prove emergenti che gli eventi ambientali possono avviare cambiamenti epigenetici che potrebbero influenzare la trascrizione genica e l’insorgenza della malattia.

I fattori protettivi che possono mitigare l’impatto dello stress sulla formazione o sull’esacerbazione dei sintomi comprendono un forte supporto psicosociale, abilità di coping ben sviluppate e farmaci antipsicotici.

La  recente ricerca nell’ambito delle neuroscienze, grazie anche ai nuovi metodi di indagine, ha individuato come i processi cognitivi e psicopatologici siano il frutto non tanto di singole aree cerebrali, ma dell’attività dinamica di grandi network neurali che lavorano sinergicamente.
Una disfunzione nella connessione tra queste reti neurali può portare il soggetto a sviluppare i sintomi psicopatologici di diversi disturbi psichiatrici, come la depressione unipolare, il disturbo bipolare e la schizofrenia. 

Fasi nella schizofrenia

Nella fase prodromica gli individui possono non mostrare sintomi o possono manifestare compromissione delle competenze sociali, lieve disorganizzazione cognitiva o alterazione percettiva, diminuita capacità di provare piacere (anedonia) e altri deficit generali di coping. Tali tratti possono essere lievi e riconosciuti soltanto a posteriori o possono essere più evidenti, con compromissione del funzionamento sociale, scolastico e professionale.

Nella fase prodromica avanzata, i sintomi subclinici possono emergere; si manifestano ritiro o isolamento, irritabilità, sospettosità, pensieri insoliti, percezioni distorte e disorganizzazione (1). L’esordio della schizofrenia (deliri e allucinazioni) può essere acuto (nell’arco di giorni o settimane) oppure lento e insidioso (diversi anni).

Nella fase iniziale della psicosi, i sintomi sono attivi e spesso peggiori.

Nella fase centrale, i periodi sintomatici possono essere episodici (con esacerbazioni e remissioni ben identificabili) o continui; i deficit funzionali tendono a peggiorare.

Nella fase tardiva di malattia, lo schema di malattia può diventare stabile ma vi è una variabilità considerevole; l’invalidità può stabilizzarsi, peggiorare o addirittura diminuire.

Nuove evidenze scientifiche

Esiste un collegamento tra schizofrenia e perdita di connessioni tra cellule cerebrali: lo si ipotizza dagli anni ’80, ma lo si era finora potuto osservare soltanto in analisi post-mortem. Ora un gruppo di neuroscienziati britannici lo ha confermato per la prima volta su pazienti in vita, grazie a un’innovativa tecnica di imaging cerebrale. La scoperta è stata pubblicata su Nature Communications.

Da tempo si ipotizza che la perdita di sinapsi – le connessioni tra neuroni – possa essere all’origine di un ampio spettro di debilitanti deficit cognitivi associati alla schizofrenia. Di questa malattia si menzionano (e si curano) più spesso i sintomi psicotici come deliri, allucinazioni o alterazioni del flusso di pensiero; tuttavia, la schizofrenia è a lungo termine associata anche a perdita della memoria e della capacità di pianificazione. Disturbi per i quali non esiste un trattamento vero e proprio e che sarebbero collegati proprio alla riduzione di connettività cerebrale.

I neuroscienziati del MRC London Institute of Medical Sciences, dell’Imperial College London e del King’s College London si sono concentrati su una proteina presente a livello delle sinapsi, la SV2A, considerata un valido marcatore della densità globale di connessioni cerebrali. Hanno trovato un nuovo tracciante che si lega alla SV2A, e l’hanno somministrato a 18 adulti con schizofrenia e 18 soggetti di controllo, che sono stati sottoposti a tomografia a emissione di positroni (PET). Questa tecnica di imaging permette di valutare il metabolismo e le funzionalità di un cervello attivo.


I livelli della proteina sono risultati assai più bassi nel cervello di pazienti con schizofrenia, specialmente nelle aree frontali coinvolte nei compiti di pianificazione. Secondo i ricercatori, la scoperta potrebbe aprire la strada a nuovi trattamenti per i disturbi cronici associati alla malattia. Studiando le differenti distribuzioni di sinapsi tra persone sane o colpite da schizofrenia si potrà comprendere meglio come la complessa rete di snodi comunicativi nel cervello sia alterata da questo disturbo psichiatrico.

Bibliografia:

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Antonino La Tona