Il doppio in letteratura

La tematica del “doppio” è una tematica che ha affascinato l’uomo fin dagli albori. Per “doppio” intendiamo il raddoppiarsi di una realtà singola. La quale può assumere diverse tipologie e declinazioni al fine di una maggior comprensione della realtà stessa. O, in certi casi, di critica all’impostazione “monista” dell’analisi filosofica, antropologica e psicologica. In ambito letterario ciò si fa risolvere con l’apparizione di una figura identica a quella del protagonista la quale, a seconda delle soluzioni narrative scelte dall’autore, può avere diverse caratteristiche o ruoli. Vi può essere il doppio negativo, cioè una figura antagonista in aperto contrasto con il protagonista. Vi può essere il doppio mimetico, copia spaccata del protagonista che entra in scena per confondere il lettore/pubblico. Vi può essere il doppio involontario, ovvero un doppio la cui presenza ha un carattere simbolico, risolvendosi nell’ambito psicologico piuttosto che fisiognomico.

Il doppio, insomma, è un topos che ha dato tanto agli scrittori quanto agli studiosi di diverse specialità la possibilità di indagare più a fondo l’animo umano. Servendosi di un’immagine che, per la sua profonda radicazione nel nostro inconscio, si prestava a sviluppi assai ampi. L’idea che, di punto in bianco, potesse apparire qualcuno capace di imitare (o di possedere) le nostre specificità oppure di esserne la precisa negazione è un evento considerato tanto assurdo quanto profondamente temuto. Radicato in una sezione della nostra coscienza che fa riferimento a paure, dubbi e tabù atavici. La presenza di una dicotomia interna all’essere umano è qualcosa su cui l’uomo riflette dalla notte dei tempi e l’immagine fisica del doppio assume valenza simbolica al fine di rappresentare questa duplice natura. Natura che può essere interpretata in chiave dissociativa, di scissione o, allo stesso tempo, come meccanismo di difesa. Il doppio assume, quindi, valenza di un feticcio capace di incarnare le caratteristiche della persona stessa. Non a caso molte civiltà si basano (o si sono basate) sul sacrificio di figure antropomorfe al fine di eliminare negatività interne a quella che potrebbe essere definita come la “figura originale”. Ovvero l’essere umano da cui il doppio prende le misure.

Con il passare dei secoli e l’evolversi della società, il doppio ha modificato la sua valenza, proprio a causa della molteplicità di riflessioni cui si presta e dei possibili sviluppi cui la sua apparizione è in grado di dare corpo. Letteratura, fotografia, cinema, teatro, hanno attinto a piene mani dal concetto di doppio per dare vita a una sua evoluzione che ci ha spinti a guardare sempre più dentro noi stessi.

il doppio in letteratura

(“La donna che visse due volte” di Hitchcock è forse uno dei film più famosi sul tema del doppio)

Ciò che viene presentato come improbabile e di difficile realizzazione è in realtà un’analisi profonda sulle nostre dicotomie interiori. Sui diversi modi di rapportarci alla nostra singolarità e alla sua stessa negazione. Non a caso lo stesso Freud metteva il doppio in diretta relazione con il concetto di morte. Negazione della singolarità, quindi, intesa come negazione della vita stessa. Aspetto che, per estensione, è passibile di portare con sé una critica sociale ben più marcata: nella nostra società massimizzata, dove i gusti e le tendenze sono sempre più simili tra loro, l’esistenza di un numero indefinito di “doppi involontari” è visto come annullamento della nostra medesima essenza. In mancanza di peculiarità, anche il nostro essere decade, in una sorta di negazione dei riti arcaici di cui si parlava in precedenza. Se nelle società primitive l’eliminazione del doppio portava alla liberazione dell’individuo, in quelle moderne la moltiplicazione del doppio porta alla negazione dell’individuo. Alla sua alienazione. Inutile sottolineare come.

Per approfondire meglio questa tematica e le sue evoluzioni, ecco alcuni brevi esempi di “doppi famosi”. Come si noterà, le modalità di doppio e la sua trattazione risulteranno essere estremamente diversi tra loro, a testimonianza della prolificità della materia stessa.

 

il doppio in letteratura - Plauto

– “Menecmi” (Tito Maccio Plauto, III sec. a.c.): nonostante il tema del doppio fosse già presente nel teatro ellenico (si pensi, ad esempio, a Euripide e alla sua “Elena”) è con il commediografo latino Plauto che assume fama e importanza, diventando un topos ricorrente sia nel teatro latino contemporaneo sia in numerosi autori teatrali a lui successivi. La commedia plautina più famosa incentrata sul tema del doppio è quasi sicuramente i “Menecmi”, tipica commedia degli equivoci in cui la presenza di due gemelli (Menecmo I e Menecmo II, appunto) porterà scompiglio e confusione in scena, ribaltando costantemente le convinzioni del pubblico sull’identità dei due fratelli fino all’agnizione finale. Nei “Menecmi” (così come in un’altra famosa commedia plautina incentrata sul tema del doppio, ovvero l’“Anfitrione”, da cui deriverà il termine “sosia”) la tematica del doppio è risolta in chiave prettamente comica. Dimostrandosi un’occasione per confondere e divertire il pubblico piuttosto che per far riflettere sulla molteplicità dell’animo umano. Il topos utilizzato da Plauto si rivelerà talmente “funzionale” da essere poi ripreso in epoche successive da altri famosi autori teatrali come Shakespeare e Goldoni, i quali omaggeranno apertamente Plauto con opere quali “La commedia degli errori” o “I due gemelli veneziani”.

 

Il doppio in letteratura - Dottor Jekyll

– “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” (Robert Louis Stevenson, 1886): uno dei più famosi romanzi incentrati sulla figura del doppio è certamente “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson. Il romanzo narra le vicende di Henry Jekyll uno stimato medico britannico che, in seguito ad alcune ricerche sulla psiche, riesce a produrre una pozione capace di separare le due nature umane: quella buona e quella malvagia. Ciò comporta per Jekyll (il quale testa immediatamente su di sé la pozione) la trasformazione nel signor Hyde (evidente l’assonanza con il verbo inglese to hide, nascondere), un uomo che incarna la natura malvagia presente all’interno di Jekyll stesso. Il signor Hyde si renderà così colpevole di delitti e atti violenti, riuscendo a ritornare nei panni di Jekyll soltanto dopo aver bevuto una nuova dose di pozione. Con il passare del tempo e delle mutazioni, però, la parte malvagia prenderà il sopravvento: Hyde sarà sempre più presente rispetto a Jekyll, anche perché il quantitativo di pozione necessario a quest’ultimo per ritornare in sé sarà sempre maggiore. Il romanzo si conclude con la fine di Hyde il quale, braccato e impossibilitato a procurarsi il materiale necessario per ritornare a essere Jekyll, si darà la morte ingerendo dell’acido prussico. Il romanzo di Stevenson è estremamente interessante in quanto il tema del doppio viene trattato attraverso due figure mutevoli (Hyde è fisicamente e non solo psicologicamente diverso rispetto a Jekyll), nonché in quanto rivela apertamente come anche una figura positiva (il dottor Jekyll) possa finire con il soggiacere al fascino del male. Jekyll, infatti, ha precisa coscienza delle azioni malvagie compiute di Hyde, ma per curiosità e interesse scientifico/psicologico, non vuole cessare di trasformarsi in quest’ultimo. Vi è in Stevenson, quindi, la duplice riflessione sia sulla scissione morale dell’essere umano, sia sull’attrazione esercitata dal male su quest’ultimo. Attrazione la cui conoscenza, secondo Stevenson, doveva essere finalizzata alla mera negazione. Jekyll, infatti, persegue utopicamente un ideale non dialogico della natura umana, confidando che l’espulsione di una delle due parti avrebbe permesso all’altra la piena realizzazione. La tematica del doppio è stata trattata da Stevenson con tale profondità che elencare tutte le contaminazioni create dal romanzo nei vari ambiti artistici sarebbe pressoché impossibile: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” è diventato ormai un testo-icona nell’ambito della “letteratura del doppio”.

(la scena è tratta da “I duellanti”, film del 1977 di Ridley Scott tratto dal racconto di Conrad)

– “I duellanti” (Joseph Conrad, 1908): questo breve racconto di Joseph Conrad ci spiega concretamente come il tema del doppio possa essere sviluppato secondo direttrici potenzialmente infinite, capaci di intersecarsi di continuo le une con le altre. I protagonisti del racconto sono due ufficiali francesi di diversa estrazione sociale (l’aristocratico Armand D’Hubert e il guascone Gabriel Feraud) che, trovatisi nel bel mezzo delle guerre imperiali di Napoleone, finiranno per sfidarsi a duello per ben sette volte. Ottenebrati dal tentativo di “imporsi” l’uno sull’altro per motivazioni che risultano misteriose tanto a loro quanto ai commilitoni che assistono a questa folle rincorsa di prevaricazione. Non vi è, infatti, una causa reale che giustifichi il duello tra i due ufficiali. In sostanza l’uno è la nemesi dell’altro, sia per quanto concerne la formazione, l’ideologia o i valori umani di riferimento. Conrad dipinge questi due uomini come due figure opposte e oppositive ma, allo stesso tempo, indissolubilmente legate tra loro. Il microcosmo dei “duellanti” è poi lo specchio del macrocosmo europeo, dove la Francia napoleonica si trovava in lotta con gli Stati che, storicamente, potrebbero essere considerati come il suo stesso doppio: ovvero le diverse coalizioni anti-napoleoniche incapaci di accogliere costruttivamente il caos portato da Napoleone stesso. Ecco qui l’ennesima coppia di “doppi negativi”: ovvero di doppi che puntano all’eliminazione dell’altro ma che, allo stesso tempo, non possono privarsi della sua esistenza. Nell’ultimo duello, infatti, D’Hubert grazia Feraud, consapevole che la morte di quest’ultimo avrebbe portato alla negazione della sua stessa singolarità. Gli stati europei, invece, ansiosi di cancellare la figura di Napoleone, mettono in atto la famigerata “restaurazione”. Rinunciare al proprio doppio vuole dire, prima di tutto, rinunciare a se stessi e alla propria storia.

 

Il doppio in letteratura - dostoevsky

– “Il sosia” (Fëdor Michajlovič Dostoevskij, 1846): Dostoevskij è stato senz’ombra di dubbio uno degli autori che maggiormente ha indagato le dinamiche psicologiche interne alla mente umana; approfondendo il rapporto (spesso psicotico o alienato) tra uomo, società, religione e Storia. Nel suo secondo romanzo, Dostoevskij recupera la tematica plautina del “sosia”, innestandola sul crescente stato di alienazione del consigliere Jakov Petrovič Goljadkin, il quale (da buon prototipo di quello che sarà il protagonista delle “Memorie dal sottosuolo”) si sente schiacciato dal peso di una società in cui fatica ad affermarsi. O, quanto meno, in cui le sue aspettative sono costantemente frustrate dalla dura realtà. Psicologicamente provato dalla sua modestia e inadeguatezza, Goljadkin si vede apparire dinnanzi il suo sosia, il quale compendia tutto ciò che egli vorrebbe essere, ma non è. Il sosia di Goljadkin è spregiudicato, deciso, dalla battuta facile, anche crudele sotto certi aspetti, e riesce a presentarsi in ogni luogo ove vi sia Goljadkin medesimo. Sconvolto e disperato a causa di ciò, Goljadkin commetterà un errore dietro l’altro, inimicandosi colleghi, amici, e autorevoli esponenti della società di San Pietroburgo. Convinto che l’origine di tutte le sue sfortune sia nel sosia che lo perseguita, Goljadkin decide di inseguirlo per porre fine, tramite un confronto a quattr’occhi a tutto ciò. Peccato che il sosia non esista e che Goljadkin sia vittima di allucinazioni causate dal suo stato psicologico gravemente compromesso. Il romanzo termina con l’inevitabile ricovero di Goljadkin in un centro di salute mentale: il sosia non era nient’altro che lo specchio della sua follia. Dostoevskij recupera qui il sostrato ironico del tema del doppio inserendolo, però, in una vicenda grottesca, che vuole sottolineare lo stato di alienazione crescente dell’individuo nei confronti della società. Il sosia di Goljadkin non è tanto una sua negazione, quanto una proiezione della sua inascoltata coscienza. La quale è ben più spietata della società stessa. In questo caso potremmo quasi parlare di descrizione patologica del doppio, piuttosto che di simbologia. La modernità di Dostoevskij, raffrontata a testi più canonici, sta tutta nel recuperare le radici statiche del topos salvo poi adattarle alla frenesia della moderna società ottocentesca pietroburghese. Se Jakov Petrovič Goljadkin si sveglia inquieto e scopre di avere un sosia, a settant’anni di distanza «Gregor Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». L’eterno ritorno dei topoi.

 

Il doppio in letteratura - Dorian Gray

– “Il ritratto di Dorian Gray” (Oscar Wilde, 1891): ne “Il ritratto di Dorian Gray” il tema del doppio si fonde con il tema dell’arte, affrontando gli aspetti dell’arte come imitazione, nonché del suo valore etico-estetico. A fondere questi temi così doversi tra loro non poteva non essere un esteta “combattuto” del calibro di Oscar Wilde, il quale riprende il topos del doppio applicandolo a un singolo personaggio. Salvo, però, declinare il “sosia” non più sotto forma di alter-ego fisico (come nei “Menecmi” o nel signor Hyde di Stevenson) o psicologico (il Goldjakin di Dostoevskij) bensì sotto forma di creazione artistica. Riprendendo quasi la visione tribale del doppio, la quale si configurava in un oggetto capace di svolgere il ruolo di “feticcio”. Dorian Gray è un giovane di bellissime fattezze che, influenzato dalle tesi dell’amico Lord Henry Wotton, decide di dedicarsi completamente ai piaceri e all’edonismo più sfrenato. Stretto un “patto col diavolo”, Dorian decide di non invecchiare più, mantenendo le fattezze sublimi del ritratto fattogli dall’amico pittore Basil Hallward: d’ora in avanti non sarà più Dorian a invecchiare, bensì il quadro, che Dorian nasconderà in soffitta lontano da occhi indiscreti. Le azioni di Dorian iniziano così a farsi sempre più turpi e crudeli, votate a una sorta di cinismo edonista che porterà al suicidio della giovane attrice Sybil Vane. Questo, però, è solo l’inizio e il volto via via più deturpato del quadro sarà il simbolo della crescente malvagità di Dorian. Malvagità che si conclude con l’omicidio del pittore Hallward, ritenuto responsabile della sua caduta negli abissi del male. In preda al rimorso, Dorian prima pugnalerà il quadro e poi si conficcherà il medesimo pugnale sul petto. Con la sua morte il suo corpo acquisisce tutte le turpitudini (estetiche ed etiche) di cui si era fatto carico il quadro. Il quale, a sua volta, riprenderà le antiche e splendide fattezze. Ancora una volta il tema del doppio si presta a una notevole serie di ibridazioni e contaminazioni. Wilde approfitta della tematica della scissione tra bene e male per parlare di etica ed estetica nell’arte, piuttosto che nella società. Così come avvenne con il quasi coevo Stevenson, Wilde suggerisce che l’uomo non è affatto immune al fascino del male, sottolineando come l’edonismo estremo e l’egocentrismo (in questo caso vi è quasi un ribaltamento del mito di Narciso) siano un buon viatico per il “lato oscuro”. Del suo romanzo, nel suo meraviglioso stile aforistico, Wilde dirà: «Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere».

 

il doppio in letteratura - Visconte dimezzato

– “Il visconte dimezzato” (Italo Calvino, 1952): confesso che sono sempre stato legato alla trilogia de “I nostri antenati” di Italo Calvino (di cui “Il visconte dimezzato” è la prima parte): trilogia che ho sempre trovato particolarmente interessante in quanto capace di indagare, con un linguaggio semplice e fantasioso, tematiche altresì profonde e attuali. Nel caso de “Il visconte dimezzato” la tematica è proprio quella del doppio, che Calvino tratta in maniera divertita ma, allo stesso tempo, estremamente consapevole. La storia è molto semplice: il visconte Medardo di Terralba viene ferito da un palla di cannone turca. Di lui si salva la parte cattiva (quella destra), la quale viene curata dal dottor Trelawney e ricondotta a Terralba. Lì il visconte inizierà a dar prova della sua malvagità in diversi modi fino a quando non si innamorerà di Pamela: una giovane contadina che vorrebbe sposare con il ricatto. Nel frattempo compare a Terralba la parte sinistra del visconte, salvatasi fortunosamente dalla palla di cannone. La sua bontà è immediatamente evidente, così come la passione per la bella Pamela la quale, con astuzia, acconsente al matrimonio con entrambi i visconti, uno inconsapevole dell’esistenza dell’altro. Arrivato il giorno delle nozze i due si sfideranno a duello, procurandosi le ferite necessarie per l’agognato ricongiungimento. I due visconti dimezzati sono tornati a essere semplicemente il visconte Medardo di Terralba. Calvino affronta il tema del doppio in modo canonico (male contro bene), utilizzando però delle scelte narrative che finiscono con il rendere labile la divisione solitamente manichea. Aggiunge, poi, una figura femminile in nome della quale avviene il ricongiungimento, dimostrandosi parzialmente debitore del mito di Aristofane descritto da Platone nel “Simposio”. Nel parlare del romanzo, Calvino dirà che «tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra», dimostrando una visione molto simile a quella di Stevenson. Non a caso uno dei protagonisti de “Il visconte dimezzato” si chiama Trelawney, chiaro omaggio all’“Isola del tesoro” dello scrittore scozzese.

Con Calvino concludiamo queste brevi e liminali riflessioni sul tema del doppio. In fondo la sua scelta come ultimo autore citato non è affatto casuale. Con “Il visconte dimezzato”, infatti, vi è una sorta di compendio delle diverse modalità di trattazione di suddetta tematica: l’ironia, la riflessione sulla duplicità dell’animo umano, la tensione verso il male ma, allo stesso tempo, la possibilità che l’eccesso di bene possa finire con il danneggiare a sua volta. Il tutto, poi, spiegato in chiave divertente e accattivante. Senza alcuna prolissità o eccesso teorico. Il visconte Medardo di Terralba, infatti, a differenza degli altri testi analizzati, finisce con il ricongiungersi fisicamente con il suo doppio. Trovando in questa sopraggiunta e simbolica unità (mediata, ovviamente, dalla crescita e dall’assestamento di ognuna delle due parti prima conflittuali) un nuovo punto di partenza per un’esistenza finalmente matura.

Nell’introduzione sottolineavo come, nelle società primitive, il doppio veniva creato ed eliminato per mezzo di un feticcio il quale finiva con l’accogliere in sé tutte le negatività del soggetto. Attraverso questo rito il soggetto cresceva, spogliato finalmente non tanto dei suoi limiti, quanto più dei suoi tabù. Tale rito era necessario per l’inserimento all’interno della società e come passaggio verso l’età adulta: simboleggiava infatti la presa di coscienza tanto di un ruolo quanto di un lato “malvagio” insito all’uomo. Un lato da mediare necessariamente nell’ambito del vivere comune. Le società moderne (ed estremamente informatizzate), invece, vedono nella moltiplicazione esasperata dei doppi (ormai divenuti avatar, ovvero una sorta di feticci virtuali) l’annullamento della singolarità. La più totale eliminazione, quindi, di peculiarità. Con l’evidente allontanamento dalla necessaria presa di coscienza di una dicotomia morale entro la quale muoversi, svilupparsi e crescere.

La lettura di questi testi che trattano il tema del doppio, però, ci fa capire come sia necessaria una mediazione tra questi due estremi. Mediazione che si risolve nell’accettazione del nostro lato “oscuro”. Nella sua analisi. Nella sua conoscenza. Il tentativo di rimozione forzata del doppio non porterà mai ad alcun risultato positivo, né lo farà la moltiplicazione frenata dello stesso. Soprattutto se svolta in chiave mimetica. Ciò che ci conviene fare è cercare di conoscere i nostri limiti. Di padroneggiarli. Di comprendere le ragioni dei nostri errori. Di convivere con la medesima dicotomia della nostra personalità.

Si tratta, quindi, di scendere a patti non più con una figura esterna (sia essa il “diavolo tentatore” di Dorian Gray o l’omologazione isterica del consumismo del terzo millennio), bensì di iniziare a scendere a patti con noi stessi. Di guardarci dentro. Di parlare con la nostra intimità.

E poco importa se tutto ciò potrà sembrare follia. Poco importa se i nostri monologhi interiori, a volte, finiranno per vibrare nell’aria e non soltanto dentro il nostro torace. Poco importa se ci doneranno paura, stupore, apprensione, fantasia e chissà quant’altro. Poco importa.

Socrate, oltre ad essere solito conversare con il suo dàimon (ennesimo esempio di sdoppiamento), invitava gli uomini a conoscere loro stessi.

Per farlo, mi sembra sia necessario imparare a conoscere il nostro “doppio”.

E conoscerlo a fondo.

Con coraggio e decisione.

Perché solo il conoscere conta.