I test d’intelligenza

La valutazione clinica può includere l’uso di test che riguardano la sfera cognitiva, esaminano cioè le abilità di percezione, pensiero, memoria, apprendimento, visualizzazione, attenzione.

Questa valutazione può essere volta a ottenere una stima complessiva e unitaria o invece a raccogliere indici più specifici di funzionamento, relativi a singoli aspetti del funzionamento mentale, considerati in relazione a una differenziazione più o meno fine in numerose funzioni cognitive, spesso messe in corrispondenza con altrettante funzioni neurologiche.

La valutazione dell’intelligenza è stato oggetto di ampi dibattiti che hanno fatto riferimento critico tanto al concetto stesso di intelligenza, quanto all’attendibilità e validità degli strumenti utilizzati per esempio si valuta l’intelligenza di bambini o anziani per riconoscere il grado di invalidità e capire se difficoltà da essi incontrate sono riferibili a ritardo mentale o demenza, o debbano essere ricercate in fattori più specifici.

Un classico strumento in questo campo è la scala Stanford-Binet, che costituisce uno dei riadattamenti dello strumento originariamente ideato da Binet per valutare il quoziente d’intelligenza (QI), ovvero il rapporto (moltiplicato per cento) fra età mentale cioè età corrispondente alle prove cognitive che l’individuo è in grado di superare ed età cronologica.

Un’altra scala molto conosciuta è rappresentata dalle matrici progressive di Raven che si basa sulla richiesta di una specifica operazione di ragionamento induttivo su stimoli visivi e per quanto lo strumento sia elementare, esso è molto apprezzato per il fatto che è di semplice somministrazione, non è eccessivamente influenzato dal livello culturale dell’individuo esaminato e d’altra parte sembra misurare aspetti centrali dell’intelligenza.

Altri test di intelligenza si caratterizzano invece per l’ipotesi della scomponibilita’ dell’intelligenza in differenti abilità: per esempio, un individuo può avere elevata intelligenza verbale e più scarsa intelligenza visuo-spaziale o viceversa.

Attualmente, fra i numerosi test di intelligenza, le scale ideate da Wechsler sono quelle che godono di maggiore popolarità, per la loro solidità, flessibilità, standardizzazione.

Le scale di Wechsler si basano sulla somministrazione di una serie di prove, tipicamente 10-11, che esaminano aspetti differenti del funzionamento cognitivo. Tipicamente il punteggio porta a una stima complessiva di intelligenza, ma viene separato anche in un QI verbale e in un QI di performance. L’adattamento italiano, a cura di Orsini e Laicardi (1997), nella versione revisionata della scala presenta svariate analisi che propongono la separazione dei sub-test in tre fattori:

  1. Comprensione verbale
  2. Organizzazione percettiva
  3. Attenzione-concentrazione

Il punteggio di intelligenza fluida viene per esempio calcolato sommando i punteggi ponderati nei sub-test di memoria di cifre, analogie, completamento di figure, disegno coi cubi e ricostruzioni di oggetti e con una particolare formula si arriva alla stima di un quoziente di intelligenza fluida.

Lo stesso viene fatto per la stima dell’intelligenza cristallizzata e per la stima della capacità di recupero.

Le versioni più recenti della Wisc hanno pure previsto la lettura dei punteggi in chiavi più nuove, con un abbandono dell’accento sulla tradizionale distinzione verbale-performance a favore di una distinzione legata all’analisi di fondamentali componenti intellettive quali la comprensione verbale, l’organizzazione percettiva, l’attenzione (o la memoria di lavoro) e la velocità di elaborazione.

 

 

 

Fonti: Atkinson & Hilgard’s, Introduzione alla psicologia, Piccin, Padova 2011; Sanavio, Cornoldi, Psicologia Clinica, Bologna, il Mulino, 2001; Del Corno, Lang, Elementi di psicologia clinica, Franco Angeli, 2013.

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Edoardo Bonsignori

Sono un blogger che parla di viaggi, psicologia, e riflessioni.

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