Alla ricerca della felicità

 

Felicità. Cos’è la felicità. Per Romina e Albano, nella nota canzone, consisteva di semplici cose, di un panino accompagnato da un bicchiere di vino ad esempio. Piccole gratificazioni quotidiane, che ci si concedeva durante il procedere ordinato della propria routine. Oggi, oggi non saprei dire cosa sia, la felicità. Poiché sembra essere un qualcosa che si è perso e che bisogna ricercare.

Ricercare sì, ma dove. Nella moderna tecnologia, per esempio. Tra un like ed un selfie venuto bene. O nella borsa alla moda, portata con nonchalance nel locale in della città.  In tutte quelle pratiche del benessere che si stanno diffondendo a macchia d’olio. Nel fitness. O nei chili persi grazie ad una delle tante diete che si susseguono e si calpestano i piedi. In quell’attività sportiva così avventurosa da far salire l’adrenalina a mille. O in quell’auto rombante che va a pieni giri.

O magari in quel libro, sì, quel saggio d’autore, che sembra aver elevato così tante numerose coscienze. O magari in questa nuova conoscenza, che ci fa palpitare forte il cuore e sembra prometterci orizzonti luminosi.

Eppure, quando sembra essere proprio lì, a portata di mano, quando siamo lì a impadronircene puff…sembra sparire. Dov’è andata? Non si sa, semplicemente è andata. Passata. E allora bisogna riconquistarla, magari con qualche altra attività, un altro amore, una nuova passione. E così si è sempre alla ricerca, in continua ricerca di questo Santo Graal dell’umanità.

Eppure sono convinta che sia proprio questo eterno ricercare che ci condanna a non trovarla la felicità. Come se esistessero delle regole per raggiungerla, come se fossero necessari determinati parametri o requisiti per poter dire di essere veramente felici. La felicità sembra esser diventata un’altra di quegli artifici attraverso i quali inganniamo noi stessi e ci imponiamo di fare cose, delineare programmi, realizzare progetti. Il fine ultimo delle nostre azioni. Ma si sa, un obiettivo, per essere un valido motore, per poter garantire una continua spinta, necessita di essere sempre anelato e mai raggiunto. E così ci costringiamo continuamente a muoverci e a desiderare.

E la felicità ci sfugge sempre di mano, continuamente.

E allora la domanda continua a non avere risposta. Cos’è questa felicità? Tutto e niente. E’ la vita intera, coi suoi vuoti e le sue pienezze. E’ saper accettare ciò che ci accade, lasciare andare ciò che è ormai un peso, dare voce ad ogni emozioni che ci nasce in corpo, che sia rabbia, gioia, invidia o tristezza.

La felicità, magari, non è un preciso stato d’animo, fisso e immobile come una fotografia. E’ il nostro continuo divenire, la nostra crescente consapevolezza, è la bellezza di sentirci pienamente padroni di noi in qualsiasi situazione. E accettare qualsiasi condizione, bella o brutta che sia, come l’unica possibile in quel momento.

D’altronde felicità, come parola, ha origine da felix che vuol dire fecondo. Ed è fecondo tutto ciò che ci nutre. E cosa può nutrirci di più se non la stessa vita che si manifesta in noi e intorno a noi?

Ed è per questo che ritengo che la felicità non vada tanto ricercata, ma solo riscoperta. Lì dove siamo già, con tutti noi stessi.

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Anna Mena Rea

psicologa, psicoterapeuta in formazione in gestalt analitica

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