LA RELAZIONE UMANA COME SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA

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LA RELAZIONE COME SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA

 

<<Non c’è ostacolo più grande alla felicità sentimentale della paura di non essere degni d’amore e di essere predestinati a soffrire>>.

(Nathaniel Branden, 1994: i 6 pilastri dell’autostima).

 

<<Una sana relazione amorosa è il modo più efficace di superare l’abisso che divide gli esseri umani>>.

(Abraham Maslow, 1954/70: Motivazione e personalità).

 

L’Universo è fondato sull’incessante mutamento, come suggerisce l’osservazione dei fenomeni naturali. In effetti, osservando l’ambiente che ci circonda, possiamo facilmente renderci conto che niente è statico: le stagioni si susseguono ciclicamente, così come il giorno e la notte, la nascita e la morte. Dunque il regno della Natura sembra voler dare un messaggio inequivocabile: dove c’è vita, c’è anche movimento e di conseguenza cambiamento. Finché siamo vivi, siamo animati ovvero in grado di muoverci; quando sopraggiunge la morte, siamo inanimati e impossibilitati al movimento. Ne consegue che la capacità di cambiare è senza alcun dubbio uno dei principali indicatori del grado di vitalità di un essere vivente;inoltre, è anche un valido indicatore per predire il riuscito o mancato adattamento all’incessante mutare delle condizioni esterne. Sin qui, l’aspetto biologico del cambiamento. Ma l’essere umano non è solo Biologia, in quanto dotato di un soma; è anche Psicologia, in virtù della sua mente. Di conseguenza, la realtà di un essere umano è ancor più complessa e soggetta a cambiamenti di quella di qualsiasi altro animale. Infatti, oltre a dover tener conto dei cambiamenti fisici dell’ambiente in cui è inserito, l’essere umano è immerso in un tessuto relazionale–affettivo che offre stimoli incessanti. Anche chi vive in solitudine, deve comunque fare i conti con le immagini interne di coloro che non sono più al suo fianco. Come disse il poeta John Donne, <<Nessun uomo è un’isola>>. Dal confronto con gli altri, fisici o interiorizzati, scaturisce il complesso dinamismo della vita psico–affettiva.

Accanto alle nostre rappresentazioni interiori degli altri, esistono gli altri “reali”: in carne ed ossa. La Psicoanalisi ha esplorato a fondo il mondo intrapsichico, attribuendo le motivazioni alla base dei comportamenti umani prevalentemente a desideri e pulsioni. Le più celebri forze motivazionali intrapsichiche identificate da Freud erano infatti:

  • Eros (la Libido): l’insieme delle pulsioni vitali, troneggiate da quella sessuale;
  • Thanatos (la Destrudo): l’insieme delle pulsioni aggressive, che si manifestano sotto forma di COAZIONE A RIPETERE, ovvero con la tendenza a:
    • ripetere ciclicamente, talvolta anche in modo ossessivo, azioni che sono fonte di dispiacere e malessere;
    • riattualizzare nel presente antichi traumi affettivi “utilizzando” (inconsciamente) le relazioni attuali per riviverli.

Dunque in sostanza, per la Psicoanalisi, l’origine della motivazione sarebbe da ricercarsi in pulsioni (per lo più inconsce), creative (Eros) o distruttive (Thanatos), che determinerebbero il comportamento umano. Questa visione, molto coraggiosa alla sua nascita (in quanto Freud visse in epoca vittoriana, e il perbenismo che dominava la società a quel tempo non favorì affatto la ricezione delle teorie e scoperte – sessualità infantile in primis – che portano la sua paternità), ha avuto il merito di far emergere quello che sarebbe divenuto il grande tema di tutta la Psicologia Clinica: la potenza e l’importanza dell’Inconscio che, come insegnano tutti i più importanti Miti (a cominciare da quello di Edipo, sulla cui base Freud elaborò il celeberrimo e omonimo “Complesso”), se non ascoltato o soffocato riemerge in forme distruttive.

D’altro canto, il limite di questa concezione motivazionale dell’essere umano è l’eccessiva enfasi sul fattore intrapsichico; Freud e la Psicoanalisi sembrano avere sottovalutato l’importanza del fatto che l’essere umano è sì un animale (con istinti, desideri e pulsioni), ma un animale sociale. Il cucciolo di essere umano, ovvero il neonato come anche in minor misura il bambino, è l’essere più fragile e indifeso che Natura conosca: i cuccioli delle altre specie animali imparano e sviluppano molto più in fretta; inoltre, hanno il vantaggio di nascere con un ampio repertorio di istinti e competenze comportamentali geneticamente innate; infine, sviluppano molto più in fretta la propria muscolatura e coordinazione motoria. Proprio per via della propria lentezza di sviluppo, e della necessità di essere addestrato per apprendere comportamenti utili all’adattamento ambientale, il cucciolo di essere umano non può fare a meno di dipendere da adulti competenti.

In altri termini, di affidarsi ai propri genitori o a chi ne fa le veci in loro assenza. Di conseguenza, la socialità non è una scelta o un lusso, bensì un obbligo legato alla sopravvivenza! Senza supporto e protezione sociale, il piccolo umano non avrebbe alcuna speranza di sostentarsi e crescere. E c’è di più: René Spitz, studiando i bambini ospedalizzati sottoposti a deprivazione di contatto (fisico e affettivo), osservò che dopo la separazione con la principale figura di accudimento (madre, in genere) essi manifestavano un crescendo di sintomi depressivi (Depressione Anaclitica), secondo questa sequenza:

  • primo mese: lamentele e richiami;
  • secondo mese: pianto e perdita di peso;
  • terzo mese: insonnia, rifiuto del contatto fisico, cronicizzazione del calo di peso corporeo accompagnato da un ritardo nello sviluppo motorio;
  • oltre il terzo mese: apatia, letargia e cessazione del pianto (il che, equivale ad una rinuncia a chiedere dal punto di vista di un neonato o di un bimbo molto piccolo).

Quindi non soltanto la deprivazione di cibo è mortale, ma anche quella di stimoli … soprattutto di tipo fisico e affettivo (contatto con il seno materno, abbracci, carezze, baci, eccetera).

All’incirca nello stesso periodo, John Bolwby elaborava la “Teoria dell’Attaccamento”, che, in linea con quanto osservato da Spitz, sostiene l’importanza cruciale del LEGAME DI ATTACCAMENTO tra il bambino e la principale figura di riferimento affettivo (chi lo nutre e se ne prende cura). Questo legame si sviluppa gradualmente, in più fasi:

  • PRE–ATTACCAMENTO (0–3 mesi): il bambino, pur riconoscendo la figura umana in generale in presenza di altri esseri umani, non è ancora in grado di discriminare e identificare le specifiche persone che lo circondano;
  • ATTACCAMENTO IN FORMAZIONE (3–6 mesi): inizia a formarsi un legame specifico con la principale figura di accudimento, che viene riconosciuta e accolta con piacere. Al contrario, gli estranei generano reazioni di paura;
  • ANGOSCIA (7–8 mesi): la lontananza, anche temporanea, del caregiver produce una profonda angoscia, legata al fatto che il bambino non ha ancora sviluppato la “COSTANZA DELL’OGGETTO” (ovvero, la fiducia nel fatto che chi si prende cura di lui tornerà e non lo abbandonerà);
  • ATTACCAMENTO VERO E PROPRIO (8–24 mesi): si rafforza e consolida il legame privilegiato con la principale figura di accudimento.

Dopo i 3 anni di età, se tutto è andato bene nelle precedenti fasi, il bambino sarà in grado di creare legami con persone riconosciute come autonome e dotate di una propria vita interiore (pensieri, emozioni e sentimenti). Così facendo supererà poco a poco la SIMBIOSI iniziale, che come ho già detto è funzionale e necessaria alla sua stessa sopravvivenza.

Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, proprio a partire dagli studi di Spitz e dalla teoria dell’attaccamento di Bolwby, elaborò una nuova teoria motivazionale all’interno della Psicoanalisi (dal cui mondo comunque proveniva, essendosi formato tanto come Psichiatra quanto come Psicoanalista ortodosso). La sua teoria motivazionale, contrariamente a quella freudiana (e di quasi tutti i post freudiani, ad eccezione del recente filone della Psicoanalisi relazionale), che come abbiamo visto attribuisce un’importanza decisiva al mondo pulsionale intrapsichico, pone la relazione umana e dunque il fattore sociale come elemento chiave della spinta ad agire. Precisamente, Berne affermò che ciò che motiva il comportamento umano è la “fame di carezze”, dove per “carezza” deve intendersi qualsiasi gesto o atto che confermi il riconoscimento della nostra esistenza ed importanza da parte dell’altro. Berne identificò le seguenti “fami”:

  • fame di stimolo: il bisogno di ottenere stimolazioni tattili affettivamente significative (lo stesso bisogno identificato ed evidenziato da Spitz in relazione alla prima infanzia);
  • fame di riconoscimento: il bisogno di sentirsi visti e accettati (e se possibile anche apprezzati) dagli altri, in base a proprie caratteristiche personali (bellezza, intelligenza, simpatia, eccetera) o alle proprie azioni (un lavoro svolto, un atto di gentilezza, eccetera). Questa necessità può essere considerata come una sublimazione della fame di stimolo;
  • fame di struttura: il bisogno di organizzare e gestire il proprio tempo in un modo che offra una adeguata (rispetto alle necessità individuali, che variano da soggetto a soggetto e anche per una stessa persona possono cambiare in momenti diversi) dose di stimolazione.

Riconoscendo l’importanza cruciale dell’interazione sociale come fonte di potenziali carezze, la teoria motivazionale berniana restituisce dignità all’altro “reale”: all’altro concreto che, con la sua presenza e con il suo comportamento, può offrire conferme o disconferme al basilare bisogno di sentirsi riconosciuti. Così, accanto all’altro interiorizzato della Psicoanalisi, troviamo l’altro della relazione esteriore. Come in un gioco di specchi deformanti, l’immagine interiorizzata degli altri agisce sulle nostre relazioni con loro; al tempo stesso, le relazioni sono i mattoni con cui costruire la propria immagine di sé, degli altri e della vita.

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