Gli psicologi lo sanno.

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Luogo comune vuole che gli psicologi siano immuni dalla cosiddetta “malattia mentale”. Che siano brillanti, che conoscano tutti i meandri della mente, che siano in un certo senso super uomini vaccinati contro il dolore e le sofferenze esistenziali. Luogo comune vuole che gli psicologi siano felici, di successo, senza problemi. Quasi un modello, un ideale, che alimenti l’illusione che magari esista veramente quel Nirvana libero dai mali del mondo. E che qualcuno conosca la strada per arrivarci.

Vi svelo un segreto.

Gli psicologi non conoscono alcun antidoto che elimini il male di vivere; e gli psicologi non ne sono di certo immuni. Anzi. Forse sono i primi ad averlo conosciuto, i primi ad averne sentito il fiato sul collo. I primi che vi si immergono e ci restano, qualche volta. Sanno cosa significa svegliarsi la mattina senza la voglia di far nulla, solo di piangere. Sanno cosa significa avere una crepa interiore che risucchia tutta la tua attenzione, i tuoi interessi, la tua motivazione. Sanno cosa significa perdere di vista il mondo, essere distratti, e perdere di vista se stessi. Essere fluttuanti, sospesi, poiché tutto è preso, attirato da questa crepa che si è aperta all’improvviso. E sanno anche quanto sia difficile comunicarlo agli altri, esprimere il proprio disagio, dire “sono triste e non so il perché”. E’ strano, indicibile, impensabile che non si sappia il motivo. Che non si abbia il controllo su di sé. E’ un qualcosa da nascondere, negare, contrastare.

Gli psicologi sanno quanto sia difficile scegliere, lasciare andare, separarsi, non tornare più. Conoscono il peso dei dubbi interiori, su di sé, su chi ci circonda, sui nostri reali bisogni. Conoscono l’invidia, l’amarezza, la gelosia, la frustrazione, l’impotenza. E guardano in faccia il lato oscuro della luna che appartiene a tutti noi. Gli psicologi sono profondamente umani. Terribilmente umani.

Ed è proprio questo la loro forza, che deriva dal coraggio di scendere nei loro personali inferi, esplorarli, smascherarsi, guardare in faccia il proprio personale dolore. Perché tutti ne abbiamo uno, tenuto ben nascosto in un cantuccio del nostro sé e che copriamo con veli di qualunque colore. E a ben pensarci, non è proprio questo che viene richiesto ad una guida? Quello di conoscere il percorso ove condurrà chi si affida a lei e averne saggiato in prima persona le difficoltà, le asperità. Essere stato capace di cadere e di rialzarsi, di negarsi e poi finalmente di accettarsi. Aver guardato la propria ferita ed essere capaci poi di custodirla, facendo sì che diventi una fonte da cui possa sgorgare qualcosa di creativo. E di vivo.

Meglio diffidare da chi si pone come un santone, che sa qual è la soluzione e cosa sia giusto o sbagliato. Chi è psicologo dentro sa che non esiste un’unica strada, che non esistono verità fondate. Esistono persone, con le loro storie ed i loro dolori. Esistono unicità, soggettività, ognuna con la sua di verità da scoprire. Col suo mondo interiore da esplorare. E ciò che uno psicologo può fare è aiutarlo in questa scoperta. Forte com’è della sua esperienza dei propri personali demoni. Da cui è tornato e a cui ogni tanto ritorna. Giusto per ricordare a se stesso e al mondo che siamo tutti esseri umani.

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Anna Mena Rea

psicologa, psicoterapeuta in formazione in gestalt analitica

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