Terapia elettroconvulsivante – TEC

Iniziare un articolo nel migliore dei modi non è una cosa così semplice come possa sembrare. Vi sono incipit a impatto. Frasi brevi, concise, stentoree, le quali vorrebbero fissarsi nella mente di chi legge così da incollarlo alle pagine fino alla fine. Vi sono poi incipit più “canonici”: periodi piani, cesellati, capaci di introdurre lentamente il lettore all’argomento che si andrà a esporre. Vi sono, poi, incipit completamente sconclusionati. Sbagliati forse solo in apparenza: incipit che vogliono spingere il lettore a chiedersi “dove mi vuole portare l’autore?”. Lì la confusione è solo di facciata: in realtà si tratta di un caos dissimulato. Un’accozzaglia di frasi ben orchestrate il cui compito finale è proprio quello di introdurre a una “concretezza” che si disvelerà con lo scorrere delle righe.

Tra gli infiniti incipit possibili, quello maggiormente sconsigliato è forse proprio quello della citazione “scoperta”. Ovvero quello che, prese in prestito le parole di un altro autore, mette subito nero su bianco l’argomento dell’articolo stesso. Nello specifico, è questo il nostro caso:

«In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock. Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture. Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbrutire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro, perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra. Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo».

Queste sono alcune delle righe con cui la poetessa Alda Merini descrive la pratica dell’elettroshock. Pratica cui fu sottoposta numerose volte per curare i suoi disturbi psicologici. Disturbi che, questo va detto subito, l’elettroshock non contribuirà a migliorare. Affatto.

La Merini, però, è soltanto una delle tante persone che, nel mondo, vennero (e vengono tuttora) sottoposte alla terapia elettroconvulsivante (TEC). Terapia che, secondo i suoi sostenitori, è in grado di curare la maggior parte di psicosi maniaco-depressive, psicosi da shock, disturbi bipolari e casi di schizofrenia acuti. La TEC fu sviluppata e introdotta verso il finire degli anni ’30 del XX° secolo dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini. Dopo aver testato le reazioni di alcuni animali alla somministrazione di scariche elettriche capaci di creare attacchi epilettici controllati e ripetibili, i due passarono a testare tale pratica sull’uomo, convinti che il passaggio di corrente elettrica attraverso il cervello fosse in grado di curare numerose malattie psicologiche (o disturbi, o fobie, o “devianze”…). Dall’Italia la TEC si diffuse in tutto il mondo, anche perché incentrata sulla teoria della stimolazione elettrica del cervello: teoria ben precedente rispetto alla codificazione della TEC stessa. I neurologi italiani, infatti, non erano stati di certo i primi a credere che stimolare il cervello attraverso scariche elettriche potesse curare numerosi disturbi psichici. Solo, la TEC sembrò essere il procedimento più funzionale a disposizione dei medici. Da lì alla sua diffusione capillare il passo fu breve.

Tecnicamente la TEC consiste nella stimolazione del cervello attraverso corrente elettrica costante (di solito 0,9 Ampere) per mezzo di due elettrodi (negli ultimi anni, però, si è passati a un solo elettrodo) posizionati in ben determinate zone della testa. Gli elettrodi vengono applicati con del gel che eviti bruciature alla pelle e ogni trattamento deve essere accompagnato dalla somministrazione di anestetici e rilassanti muscolari, così da evitare i rischi “fisici” delle crisi epilettiche. Mediamente il ciclo è di dodici trattamenti, con somministrazioni che si collocano nell’arco di tre volte a settimana. Secondo le linee guida sanitarie la TEC non deve essere somministrata in giornate successive, né a pazienti che non siano perfettamente consapevoli dei “danni collaterali” (specialmente per quanto concerne la memoria) cui vanno incontro. Per descrivere la TEC alcuni medici (chiaramente suoi sostenitori) l’hanno paragonata alla funzione “reset” dei computer.

Ho cercato di essere più neutro e dettagliato possibile in questa descrizione proprio per non incorrere in facili “semplificazioni” né in distinzioni manichee. L’argomento è complesso e delicato, e come tale va trattato. Anche perché, in Italia, dal 2008 al 2010 sono state trattate con la TEC 1400 persone. Attualmente 91 strutture ospedaliere del territorio nazionale utilizzano l’elettroshock. Numeri, a mio avviso, impressionanti. Le attuali linee guida suggeriscono l’utilizzo della TEC solo in gravi casi di psicosi in cui le terapie psicologiche e farmaceutiche (anche ripetute o prolungate) si sono rivelate insufficienti. Allo stesso tempo precisano come il paziente debba essere prontamente informato e consapevole della pratica e di tutti i suoi effetti collaterali. La riflessione secondo cui un grave malato psicotico possa difficilmente essere consapevole degli effetti collaterali di una terapia del genere è tanto evidente quanto drammatica.

Ritorniamo, però, ad Alda Merini. La quale ha vissuto sulla sua pelle il dolore dell’elettroshock in tempi in cui non si andava troppo per il sottile. Tempi in cui la somministrazione avveniva anche (soprattutto?) senza anestetici o rilassanti muscolari. Tempi in cui si si curava poco degli effetti collaterali o invalidanti. Tempi in cui la TEC sembrava essere la panacea a molti disturbi psichici, soprattutto in nome di una visione della malattia psicologica in chiave punitiva. Quasi un marchio d’infamia da relegare quanto più possibile nell’oscurità. Un “peccato” da punire piuttosto che un disturbo da curare. Ora sappiamo che non è così, e la chiusura dei manicomi con la legge 180 del 13 maggio 1978 (detta anche “Legge Basaglia”) ha portato a una visione del disturbo psichico più complessa e, di conseguenza, più umana. In ogni caso, ciò non toglie che in passato molti di questi disturbi siano stati curati mediante la TEC, con risultati affatto probanti. Citando le parole dello stesso Basaglia, la pratica dell’elettroshock «è come dare una botta ad una radio rotta: una volta su dieci riprende a funzionare. Nove volte su dieci si ottengono danni peggiori. Ma anche in quella singola volta in cui la radio si aggiusta non sappiamo il perché».

Ecco di seguito alcune delle numerose “radio rotte” che si è creduto “aggiustare” con la TEC.

 

terapia elettroconvulsivante - lou reed

– Lou Reed (1942-2013): il leader dei Velvet Underground venne trattato con la TEC durante l’adolescenza, così da “curare” la sua bisessualità. Era il 1956 (la TEC aveva già quasi un ventennio di vita) e Lou venne sottoposto a diverse sedute di elettroshock con l’approvazione dei genitori, non troppo contenti della “stravaganza” sessuale ed estetica del figlio. Lou Reed raccontò di questa sua esperienza nella canzone “Kill Your Sons” del 1974:

http://www.loureed.it/traduzioni/kill-your-son/

In una successiva dichiarazione del 1996 affermò: «ti mettono qualcosa in gola, in modo da non ingoiarti la lingua, e poi ti posizionano degli elettrodi sulla testa . Questo è ciò che si raccomanda al Rockland State Hospital per scoraggiare i sentimenti omosessuali. L’effetto è quello di perdere la memoria e diventare un vegetale. Non è possibile leggere un libro perché ti trovi a pagina 17 e devi tornare subito indietro alla prima pagina ».

 

terapia elettroconvulsivante - david foster wallace

– David Foster Wallace (1962-2008): lo scrittore americano diventato “di culto” nel corso degli ultimi anni soffrì di forti crisi depressive per gran parte della sua esistenza. Si curò a livello farmacologico, riuscendo (secondo le sue testimonianze) ad essere produttivo solamente grazie a tale soluzione. Gli effetti collaterali del trattamento, però, spinsero il suo medico a fargli sospendere (nel giugno del 2007) l’assunzione di fenelzina: l’antidepressivo a cui Wallace ricorreva maggiormente. Da lì la situazione peggiorò: Wallace tentò terapie alternative, finendo per sottoporsi a cicli di TEC che non diedero alcun risultato. Ritornò così alla fenelzina, salvo scoprire che anch’essa aveva perso il suo effetto. Preoccupata dal peggiorare delle condizioni psichiche del marito la moglie, la pittrice Karen L. Green, lo seguì con maggiore attenzione. Non poté nulla, però, con quello che era l’estremo male di vivere di Wallace. Il 12 settembre del 2008, lo scrittore americano stilò una breve nota, mise mano ad alcune correzioni del suo ultimo manoscritto (“Il re pallido”) e si impiccò ad una trave del patio di casa. Fu la stessa moglie a trovarlo: l’elettroshock non era di certo riuscito a risolvere la grave depressione di David Foster Wallace. La “radio” non aveva ripreso a “funzionare”.

 

terapia elettroconvulsivante - artaud

– Antonin Artaud (1896-1948): il grande autore teatrale francese, noto principalmente per il suo manifesto sul “Teatro della crudeltà”, venne curato con l’elettroshock in seguito al ritorno in patria dall’Irlanda, nel 1936. Per circa nove anni, Artaud visse internato in cliniche psichiatriche, dove subì la pratica della camicia di forza, nonché della TEC. In nove anni di degenza subì cinquantuno cadute in coma da elettroshock, dalle quali si riprese soltanto negli ultimi anni, quando alla TEC fu affiancata l’arte terapia del dottor Ferdière. Liberatosi anche della pratica dell’elettroshock, Artaud riprese a scrivere e disegnare, ottenendo il permesso di uscire dalla clinica per recarsi a Parigi, così da mantenere il contatto con quell’intellighenzia parigina di cui aveva fatto parte integrante. Spinto dall’amico Pierre Loeb, nel 1947 scrisse un breve saggio dal titolo “Van Gogh, il suicidato della società”. Là dove esimi e importanti studiosi vedevano nelle opere di Van Gogh la sua follia, Artaud ribaltava i termini di paragone puntando il dito contro una società incapace di accettare il diverso. Propensa, piuttosto, a sottoporlo a “cure” più simili ad angherie che a reali e risolutive terapie. Difficile pensare che, nello scrivere di Van Gogh, Artaud non pensasse a quei nove anni di stenti e dolore, passati facendo la spola di manicomio in manicomio, e agli orrori dell’elettroshock.

– Bud Powell (1924-1966): nonostante fosse uno dei più importanti pianisti jazz della storia (assieme al mitico Thelonius Monk), Bud Powell ebbe un’esistenza psicologicamente travagliata. I suoi gravi disturbi mentali vengono fatti risalire a uno scontro con la polizia avvenuto nel 1945, quando lui e Monk, rinvenuti ubriachi, furono selvaggiamente picchiati da alcuni agenti. Da lì ebbe inizio il suo calvario: emicranie, convulsioni, amnesie che Powell credette di curare cadendo nell’abuso di alcol. Abuso che lo rese ancor più nervoso e intrattabile, fino al ricovero coatto in un ospedale psichiatrico nel 1947. Lì venne trattato con la TEC, la quale non sortì alcun effetto nella prima serie di trattamenti, mentre lo lasciò gravemente compromesso a livello psicologico con la seconda serie datata maggio ’48. Uscito dall’ospedale nell’ottobre di quello stesso anno, Powell non fu più lo stesso. La sua salute psichica era decisamente minata, il talento andava spegnendosi (o era stato spento…) e l’abuso di alcol andava crescendo. Nel 1956 si trasferì a Parigi in cerca di tranquillità, e la sua carriera sembrò giovarne. Il fisico, però, era ormai danneggiato, quindi le esibizioni ne risentivano in modo marcato. Nel 1964 tornò a New York in condizioni pietose. Morì nel 1966, a soli 41 anni. Davanti a sé aveva un posto d’onore nella storia del bebop.

 

– Ernest Hemingway (1899-1961): di Hemingway, premio Nobel per la letteratura nel 1954, è stato scritto e detto di tutto. Genio, scrittore sopravvalutato, viveur, essere orribile, spaccone, arrogante, timido, più fragile di quanto si possa pensare, narratore inimitabile, romanziere poco più che discreto. Come spesso accade con le personalità “divisive” la verità non sta tanto nel mezzo, quanto in ogni singola affermazione. Di cui Hemingway, inevitabilmente, finisce con l’essere la summa. Sono i tardi anni ’50, Hemingway è uno scrittore affermato, ma i suoi ultimi lavori non sono all’altezza dei grandi romanzi. Si potrebbe chiamare la “maledizione del premio Nobel”. Tant’è: Hemingway inizia a soffrire di una forte depressione. Ritorna su romanzi abbandonati da decenni, fatica a portare a termine i nuovi lavori. Soffre di forti crisi maniaco-depressive, che lo portano a muoversi in continuazione sotto la paranoia di essere pedinato o controllato da chissà quale organizzazione governativa per i suoi frequenti viaggi a Cuba. Trasferitosi a Ketchum, nell’Idaho, Hemingway inizia a temere per la sua salute, aumentando così gli stati d’ansia che lo avevano caratterizzato negli ultimi anni. Sotto pressioni del suo psichiatra, il dottor Saviers, Hemingway decise di andare a curarsi nella clinica Mayo, nel Minnesota. Lì fu convinto a smettere di bere e venne sottoposto a numerosi cicli di TEC (oltre venti), i quali lo lasciarono assolutamente prostrato. Di quell’esperienza ebbe a dire: «che senso ha rovinare la mia mente e cancellare la mia memoria? Queste cose costituiscono il mio capitale e senza di esse sono disoccupato. È una buona cura, ma abbiamo perso il paziente». Dimesso dalla clinica tornò a Ketchum, ma la moglie lo fece nuovamente ricoverare in quanto lo vide armeggiare furtivamente nel capanno delle armi. Restò a Mayo altri due mesi, dove venne sottoposto a numerose sedute di ETC. Dimesso un’ultima volta, e considerato guarito (nonostante gli stati allucinatori mostrati già nel corso del viaggio di ritorno), Hemingway ritornò a Ketchum. Il 2 luglio si sparò un colpo in bocca con il suo fucile preferito.

 

terapia elettroconvulsivante

– Dino Campana (1885-1932): Campana è forse il poeta che più di ogni altro per stile, peregrinazioni, rinuncia alla poesia, si avvicinò alla figura di Arthur Rimbaud, il grande poeta francese. Di Campana fu detto che là dove Rimbaud abbandona la poesia per trovare il vitalismo dell’Africa (e del commercio delle armi), Campana trova soltanto la sua follia. Amante delle fughe, Campana si mosse in tutta Europa, spinto da un fremito che la borghese famiglia d’origine non accettò mai pienamente. O meglio, non accettò mai. Internato in manicomio per la prima volta nel 1905 a soli vent’anni, Campana ne fuggì poco dopo. Da qui iniziò un susseguirsi di viaggi, arresti, internamenti e, ovviamente, scrittura. Composta la prima versione dei “Canti Orfici” (sotto il titolo de “Il giorno più lungo”), Campana la lasciò in lettura al poeta Ardengo Soffici, il quale la perse (fu ritrovata solo nel 1971, dopo la morte di Soffici). L’impossibilità di recuperare il manoscritto aggravò la salute di psichica di Campana, il quale si sentiva vittima di una cospirazione. Nel 1914, però, decise di riscrivere il testo a memoria, licenziando a sue spese i “Canti Orfici”. Da lì, la caduta nella psicosi, con l’internamento nel 1918 nel manicomio di Castelpulci. Morì nel 1932, a causa di una setticemia in seguito a una ferita procuratasi nel tentativo di fuggire dal manicomio. Negli anni manicomiali Campana non scrisse quasi nulla, venne però sottoposto a numerose scosse elettriche (la TEC non era ancora stata inventata, ma c’erano già i suoi “progenitori” come le “faradizzazioni” o le “manovre elettro-terapiche”) per curare le sue psicosi e una mai smentita sifilide. Di sé Campana ebbe spesso a dire: «Mi chiamo Dino Edison…e sono elettrico».

Con la storia di Dino Campana, drammatico precursore della terapia elettroconvulsivante sembra chiudersi il nostro cerchio. È davvero difficile districarsi tra le numerose biografie di personaggi noti e illustri sconosciuti che, nel corso degli anni, sono stati sottoposti a tale pratica. Storie drammatiche, intrise di disperazione e della ricerca di una soluzione a sofferenze reali e tangibili. Sarebbe facile riprendere le parole di Franco Basaglia, citate in precedenza, o i numerosi studi che sottolineano come la TEC sia una terapia «approssimativa, ascientifica ed empirica», assolutamente superata dagli sviluppi della psicologia e psichiatria moderna. Tuttavia, così come ci siamo lasciati andare a un incipit “sghembo”, ecco ora il turno di una non meno “sghemba” conclusione.

 

Alda Merini passò una parte significativa della sua vita in manicomio. Soffrì privazioni indicibili. Terapie così cruente da situarsi al limite della tortura. Vide tutto con i suoi occhi. Con quegli stessi occhi, e per mezzo della sua penna, ebbe la forza di raccontare ogni cosa. Ci ha lasciato pagine incredibilmente toccanti e profonde, capaci di farci capire come ciò di cui avesse bisogno non era una reclusione nel “girone dei reietti”, bensì un tentativo di comprensione. Di accettazione della sua diversità. Con tutte le difficoltà, sfaccettature, luci e ombre che tale percorso comporta. Luci e ombre, appunto. Entrambe intermittenti. Come le scariche di una TEC scagliate contro un cervello che non vuole saperne di resettarsi. Contro una “radio” che vuole continuare a trasmettere fuori frequenza.

Nel libro “Elettroshock”, Alda Merini scrisse: «non si può capire lo spasimo che accompagna gli attimi che precedono la stesura di una poesia. Nessuno riuscirà mai a capirlo. È qualcosa di fisico: i miei muscoli subiscono contrazioni, convulsioni. Sono i tremendi elettroshock cui ti sottopone la poesia».

Non credo ci sia molto altro da aggiungere.

Anzi, sì:

terapia elettroconvulsivante - alda merini

«Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini».

Rinchiudere è molto più semplice che aprire. Sedare è molto più a buon mercato che comprendere aiutando.

Perché la verità è che quando non ci saranno più voci rimpiangeremo il rumore gracchiante di tutte le “radio rotte”, resettate più per fretta e interesse che per necessità.

 

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