LO STRESS DI CHI SI PRENDE CURA DI ALTRE PERSONE

Avere a che fare con chi soffre non è mai facile. Coloro che per professione si prendono cura degli altri ed hanno a che fare con il dolore cronico delle persone sono costantemente sotto pressione. La sensazione di non riuscire a gestire una situazione che spesso rimane uguale a se stessa, frustrazione e disinteresse, reazioni eccessive ed inspiegabili, senso di inadeguatezza, tono dell’umore basso, ecc., vanno sotto il nome di quella che gli psicologi classificano come “Sindrome del burn-out”. Essa può verificarsi nelle persone che svolgono professioni d’aiuto, ma è una costante emotiva ed una possibilità presente spesso anche nei familiari che si prendono cura dei loro cari affetti da disabilità o patologie debilitanti: stiamo parlando dei “caregiver”.

Il rischio a cui vanno incontro tutti quei familiari che in Italia e nel mondo si occupano di coniugi, figli, genitori o fratelli con patologie croniche o disabilità permanenti è chiamato “burden” e va ad indicare quel senso di fatica e di oppressione che queste persone spesso avvertono e devono fronteggiare da sole senza neanche averne cognizione.
Da un lato questo impegno è ripagato emotivamente dall’affetto per chi ne usufruisce e da chi ne usufruisce (anche se spesso non è così), dall’altro esiste una china discendente fatta di solitudine, peso psicologico, riduzione del proprio tempo libero, ecc.

Secondo alcune ricerche i familiari di pazienti affetti da ictus sono quelli che maggiormente si trovano a fronteggiare questo stato d’animo e queste difficoltà. Ma più in generale le famiglie dei degenti sono costrette a riorganizzare la propria vita, i propri spazi, tempi, relazioni e tutto ciò che era per loro diventato una routine. Una qualità di vita che inevitabilmente viene intaccata, in cui il senso di solitudine percepito aumenta, le cure richieste dal paziente sembrano essere impossibili da gestire, l’aiuto ricevuto dagli altri troppo esiguo.

I livelli di burden sono però strettamente legati alle caratteristiche del caregiver più che alla patologia o all’andamento della stessa. Cioè non è legato a come sta il paziente, ma quanto è incidente il carico emotivo che vive chi si prende cura di lui.
Chi si prende cura di una persona malata avverte una forte solitudine dovuta probabilmente alla consapevolezza di avere poco tempo a disposizione per sé, ma anche alla percezione che chi sta intorno sia poco presente. Tutto questo produce uno stress emotivo elevato che va a minare la salute psichica del caregiver portandolo spesso a sviluppare ansia e depressione da dover gestire oltre alla persona di cui deve prendersi cura.

Il profilo di vulnerabilità è legato quindi a fattori soggettivi, ma anche alcune caratteristiche generali ci danno l’idea di chi sono le persone maggiormente soggette al burden, sicuramente il sesso. Le donne sono maggiormente soggette a vivere sentimenti di malessere in queste situazioni; ciò probabilmente è dovuto anche alla necessità di dover far collimare tempi di vita, del lavoro, della propria famiglia (figli e marito) con la cura di un parente malato e la cura per se stesse. L’età rappresenta un’altra discriminante: i caregiver più giovani sembrano avere più abilità, maggiore forza emotiva per affrontare le situazioni critiche. Infine le caratteristiche di personalità sono indicative di come il caregiver affronterà la patologia che si troverà a gestire ma soprattutto come si porrà nei confronti di essa: persone che tendono a valutare gli eventi in modo più positivo o che hanno una buona percezione delle proprie capacità (self-efficacy) riusciranno ad affrontare le situazioni complete e la cronicità della malattia o della disabilità con minori reazioni disadattive.

Prestare assistenza ad un proprio congiunto in stato di degenza per lungo tempo non può non minare il proprio benessere e la propria serenità. Agli alti livelli di ansia e depressione si associano spesso problemi cardiovascolari e riduzione dell’efficienza del sistema immunitario. Assistere un familiare malato è un impegno molto gravoso che spesso viene sottovalutato perché nascosto. Importanti sono anche le ricadute a livello sociale, lavorativo e familiare. Non è facile gestire le due cose, se stessi e la cura di un familiare, ma ritagliarsi degli spazi per sé, delegare qualche mansione, chiedere un aiuto anche specialistico per avere uno spazio di sfogo può essere un primo passo verso la cura di se stessi.

Per approfondire:
P. Chiambretto “Caregiver sotto stress” in Psicologia Contemporanea, Mag-Giu 2000, 159, Giunti, pp. 30

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

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Pasquale Saviano

Psicologo - Psicoterapeuta
Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica
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