SMARTPHONE E VITA: UNA “RELAZIONE” SEMPRE PIÚ DIPENDENTE

Sempre con noi, anche nei momenti di vita più impegnativi, più intimi, più personali. Sono gli smartphone, con i quali oggi abbiamo sviluppato una relazione a dir poco dipendente. Se ci guardiamo intorno, ci rendiamo conto che sempre più persone camminano o addirittura guidano con gli occhi fissi sullo schermo di un cellulare; una postura che negli ultimi 10 anni ha caratterizzato e caratterizza la maggior parte degli individui, senza fare differenza di sesso, età o estrazione sociale.

La necessità di essere sempre connessi, reperibili, in contatto con il mondo caratterizza oggi la vita di tutti quanti noi provocando, in alcuni casi, forte ansia nel non riuscire a rispondere ad un SMS, non poter controllare la mail o non riuscire a postare un selfie per i motivi più disparati. Lo smartphone ha sicuramente rivoluzionato la nostra vita e le nostre abitudini ma ha rappresentato anche un pericolo: la dipendenza da un oggetto senza il quale ci sentiamo persi.
Le attività che si svolgono col telefonino sono le più disparate, complice anche l’evoluzione di un oggetto che spesso può essere paragonato e sostituito ad un computer. Ecco che ormai è diventato secondario poter telefonare o essere reperibile in ogni luogo. Ciò che ci interessa oggi è interagire col mondo: e-mail, social network, video, gaming, rappresentano le attività che vanno per la maggiore tra adolescenti, giovani e purtroppo anche adulti.

Lo smartphone entra a far parte della vita di un individuo sempre più precocemente: si pensi a tutti quei bambini che durante le cene al ristorante o addirittura nelle carrozzine hanno lo sguardo fisso sullo schermo di un telefonino totalmente rapiti da un giochino o un video, grazie al quale i genitori possono dedicarsi ai loro interessi. Bambini le cui attività, soprattutto mangiare, sono mediate da lui, il cellulare. Una volta si faceva l’aeroplanino, oggi si mette un video e si fanno mangiare figli, senza che questi se ne rendano neanche conto!
Poco importano la marca e il modello, ciò che suscita dentro di noi, quell’oggetto è un senso di indipendenza, di sicurezza, di libertà. Una modalità comunicativa che oggi si basa sulla rapidità delle informazioni e sulla facilità di raggiungere l’altro che porta, di contro, ad “un’assenza” nei legami affettivi e familiari.

La dipendenza cui porta lo smartphone è forte e può determinare un senso di malessere fino ad un avere propria angoscia in chi non ha con sé un cellulare carico e connesso.
Il telefonino ha fortemente influenzato anche la modalità comunicativa. La sua nascita ha portato a soddisfare quelle esigenze comuni di essere vicini e condividere tutto e subito, superando gli spazi e le distanze. Le modalità relazionali si sono modificate favorendo le occasioni di colleganza ed intimità, ma anche quelle di invasione della privacy e degli spazi personali. Lo smartphone oggi regola quasi ogni aspetto della nostra vita. Esiste un’app per tutto: la sveglia, le rubriche, le agende, l’analisi dell’attività fisica e della nutrizione, app dedicate alla salute che monitorano i parametri vitali, finanche quelle che tengono memoria del ciclo mestruale.
Quindi entra a far parte della nostra vita, come un’estensione di noi stessi; esso assolve sempre più a funzioni psicologiche, come la possibilità di regolare la distanza nella comunicazione e nelle relazioni. Infatti oggi rappresenta una sorta di “filtro relazionale”, uno strumento attraverso il quale modulare la conoscenza o la lontananza dall’altro. Sovente infatti gli adolescenti lo usano come strumento per difendersi dalle insicurezze della comunicazione vis à vis. Allo stesso tempo il possesso è spesso sostenuto da alcuni genitori che lo trovano un’ottima risposta al bisogno di essere costantemente presenti nella vita dei figli con una sorta di “guinzaglio telematico”.

È facile però cadere nella trappola cognitiva per cui il cellulare diventa il mediatore delle relazioni interpersonali e viene utilizzato come strumento per la comunicazione tra gli individui. Ciò porta inevitabilmente ad idealizzare il referente all’altra estremità, proiettando su di esso o essa aspettative e desideri assolutamente personali, dando vita a relazioni esclusivamente basate sulla sfera emotiva e mentale che molto spesso si rivelano non avere nulla a che fare con la realtà. In effetti si tende ad idealizzare quella persona, quella relazione solo perché abbiamo delle aspettative inconsce e la necessità di soddisfarle.
Di contro può nascere e svilupparsi anche una tendenza a prendere facilmente le distanze proprio perché non esiste una vicinanza in un confronto reale, vis à vis con l’interlocutore, così come non esiste uno scambio reale, umano che porti riflessioni importanti sul distacco.

L’utilizzo del cellulare oggi è anche quello di gestione della solitudine e dell’isolamento. Rispetto a questa sorta di “medicina” ansiolitica o antidepressiva è facile sviluppare una dipendenza poiché esso assolve all’assenza dell’altro, è una figura importante che genera benessere e tranquillità. Si tratta di un’entità sempre presente ed è a portata di mano che viene caricata di un estremo investimento emotivo ed affettivo, una sorta di feticcio, la cui sola presenza genera un senso effimero di benessere.
È facile passare dal bisogno del telefonino come strumento di lavoro oggetto di connessione allo smartphone come fattore di rischio per cui sviluppare una dipendenza.

L’alienazione da telefonino è un fenomeno complesso che prende sempre più piede ed in Cina è stato definito: “Keichu” ad indicare una dipendenza e colpisce i giovani quando le interazioni quotidiane superano le 300, associate o meno a lunghe conversazioni. Sebbene sia difficile tracciare un confine netto tra comportamento normale e dipendenza, le ripercussioni a livello fisico, psichico e comportamentale sono presenti e vanno dal dedicare la maggior parte del proprio tempo alle attività connesse al telefonino (telefonate, sms, giochi, consultazioni on-line), senso di stordimento, mal di testa, vertigini, estrema affettività nei confronti del telefonino, sentimenti di ansia o addirittura panico quando il cellulare è scarico, non funziona o “non prende la linea”. Ma esistono anche esigenze prettamente emotive, relazionali psicologiche, come: prediligere relazioni virtuali alle reali, incapacità a mantenere assenza di contatto con qualcuno attraverso il cellulare, uso di alibi nel non riuscire a staccarsi dal cellulare, abitudine a tenere il telefono acceso anche di notte.

Questo tipo di dipendenza si va ad innestare su aspetti fragili dell’individuo, come bassa autostima, insicurezza, mancata accettazione di sé, senso di inadeguatezza o di vuoto interiore. Il rapporto con il cellulare è potenzialmente rischioso per chiunque ne possegga uno e l’intervento deve essere sia preventivo che di sostegno. Vanno rilevati i meccanismi di compensazione messi in atto in momenti difficili della vita, uno stato di disagio relativo alle relazioni o agli affetti in cui telefonino diventa l’oggetto canalizzatore.

La vera sfida oggi è vincere il “sovraccarico informativo, istantaneo e quotidiano”. Oggi più che mai ci stiamo rendendo sempre più reperibili, sempre più disponibili a comunicare. Chi rinuncia a tutto ciò si salverà, ma non si tratta di una sconfitta, bensì della conquista di quella libertà di rispondere o non rispondere ad un messaggio, o meglio di farlo secondo i propri tempi. Il telefono, come detto è diventato una sorta di hub verso cui converge la vita di ognuno di noi (e-mail, sms, chat). La possibilità di rispondere immediatamente ha un caro prezzo: l’ansia. È quindi necessario disintossicarsi da questa pressione che ci porta a stare male se non leggiamo una notifica e non rispondiamo velocemente. L’errore sta proprio nelle aspettative che abbiamo di ricevere una risposta come se avessimo l’interlocutore proprio di fronte a noi. Si tratta di un processo cognitivo automatico del cervello, ma a ragion veduta è un’aspettativa irreale quella di ricevere una risposta in pochi secondi, che si tratti di un messaggio (sms o WhatsApp) o di una telefonata, eppure è così: viviamo nella costante esigenza, che a sua volta genera ansia, di ricevere subito la risposta e di contro sviluppiamo un malessere se non siamo altrettanto celeri nella fare lo stesso.

Bisogna creare uno spazio di benessere rispetto al telefonino altrimenti verremo risucchiati in una dipendenza che come tutte le dipendenze genera malessere. Utile può essere disabilitare le notifiche legate al lavoro, almeno nei fine settimana o in momenti di relax dedicati solo noi. Ci si può dare un limite nel rispondere alle e-mail (soprattutto quelle lavorative), è necessario trasmettere messaggi ai nostri interlocutori che i tempi di risposta sono soggettivi e vengono gestiti da noi; ovviamente questa consapevolezza dovremmo averla anche noi rispetto agli altri, evitando di scrivere in momenti particolari (durante il pranzo, di notte, nel weekend, soprattutto se si tratta di lavoro, ecc.). La continua intrusione nella nostra vita di certo non ci permette di vivere sereni; pensiamo a tutti i gruppi WhatsApp in cui siamo inseriti e alle continue notifiche che riceviamo da essi, anche se non abbiamo interesse per quell’argomento. Sarebbe utile gestirli in modo proficuo, magari silenziandoli o usando a proprio vantaggio le impostazioni di privacy.

A questo punto però, una domanda viene lecita: “Stiamo realmente bene quando sappiamo di non essere connessi? Viviamo tranquilli senza quel “bip?””.

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta