La realtà è sempre come (ci) sembra.

realtà

Realtà. Cosa si intende quando si parla di essa? La risposta sembra scontata. Realtà è tutto ciò che ci circonda. Tutto ciò che è esterno a noi e che vive e sussiste indipendentemente da noi. Realtà è il contesto in cui siamo calati. Realtà sono le innumerevoli informazioni da cui siamo sommersi. La realtà è ciò che è concreto. Stabile. Tangibile. Ciò a cui la nostra mente si ancora. E su cui si ferma.

O, più semplicemente, evitando inutili sensazionalismi, la realtà è ciò che vediamo, sentiamo e percepiamo. Ed è così per tutti. Una porta è una porta, punto.

Ma pensiamo invece alla realtà sociale, ovvero alle molteplici relazioni che viviamo ogni giorno. Agli accadimenti quotidiani e agli incidenti di percorso. Ai vissuti personali e agli eventi più propriamente culturali e sociali. Anche queste sono realtà. Innumerevoli realtà in cui siamo calati e in cui ci muoviamo, ogni giorno.

Anch’esse sono altrettanto tangibili e concrete. Condizionano il nostro agire, influenzano il nostro sentire e danno letteralmente senso al nostro modo di vivere e stare nel mondo. O siamo noi a dare senso ad esse? Coi nostri occhi, i nostri sensi, la nostra personale esperienza di vita?

Pensateci bene. Ognuno vive lo stesso evento, lo stesso accadimento in modi a volte diametralmente opposti.

Un litigio. Un banale litigio fra coniugi può essere altamente esemplificativo. Moglie e marito sono costantemente sul piede di guerra. Non si comprendono. Ogni piccola situazione può dare il là ad incomprensioni che recuperano e riaccendono antiche ma ben presenti recriminazioni. Se chiediamo a ciascuno di loro l’origine dei loro scontri avremo risposte molto diverse. La moglie si lamenta della chiusura del marito, il quale le appare taciturno e non comunicativo e tale atteggiamento la rende nervosa.  Il marito invece si lamenta dell’atteggiamento invadente e nervoso della moglie e ciò lo porta a chiudersi in sé, al fine di evitare ulteriori “aggressioni”. Ognuno ritrova l’origine del conflitto nel comportamento dell’altro. Ognuno legge la stessa dinamica, lo stesso evento a suo modo. Ecco. A suo modo. E allora, si può ancora affermare che la realtà che essi stanno esperendo sia la stessa?

Mi pare “evidente” di no. Ma, direte voi, l’evento in sé è inequivocabile. E’ un litigio. La differenza sta nel significato che ogni parte in causa attribuisce all’evento.

E ciò fa sì che la loro personale realtà sia incompatibilmente diversa.

E l’effetto pragmatico di tale situazione è che ognuno sentirà ed agirà in un modo congruente alla propria visione dell’accaduto.

Realtà non più oggettiva quindi. Realtà costruita e ri-costruita. Costantemente. Da ogni attore sulla scena.

Il costruttivismo, paradigma teorico che ha le sue radici nei lontani anni 50 e che pervade tutt’oggi molti ambiti del sapere umano, ha ben evidenziato il ruolo attivo e, appunto, costruttivo dell’essere umano.

Fondamentalmente, non “esiste” una realtà conosciuta che sia indipendente dallo sguardo di chi la osserva. Che non sia “contaminata” dalle sue interpretazioni e dagli schemi mentali che ci orientano nell’agire.

La realtà in sé, il noumeno, è inconoscibile. Perché è impossibile conoscere estraniandosi da se stessi, impedendo alle nostre concezioni di modellarle a nostra immagine e somiglianza. La conseguenza di questo assunto sembra essere la co-esistenza di molteplici, individuali e, a volte, anti-tetiche visioni del mondo. Ognuno ha la sua, difficilmente comunicabile in toto all’altro. E allora come trovare un accordo?

Non siamo lasciati in balìa di noi stessi, fortunatamente. La cultura, con le sue secolari sedimentazioni, con i suoi dogmi e le credenze sociali, costruite e negoziate nel tempo, creano un tramite. Un ponte. Essa fa sì che ci sia sempre qualcosa, nelle nostre teorie “esistenziali”, che un po’ si somiglia. E che ci unisce. Persone nate nello stesso contesto socio-culturale hanno a disposizione concetti e schemi che, seppur ri-elaborati in modo del tutto personale, hanno sempre alla base una matrice comune.

E ciò rende possibile un dialogo continuo, un’azione sinergica e costante sulla realtà conosciuta che viene costantemente vista e ri-vista. Individualmente e inter-soggettivamente, in una costruzione infinita di senso, che dà senso al nostro stare nel mondo.

Ma il dialogo, la comunicazione è possibile anche laddove la matrice culturale di base non sia la stessa. Ma anzi, l’opposta. Anche se ciò richiede uno sforzo ben maggiore. Un’evasione dai propri schemi mentali, una consapevolezza ed una capacità di riflessione tale che ci consenta di “uscire” da noi stessi per incontrare l’Altro e co-costruire, insieme e da soli, altre possibili realtà.

E tutto questo ha potenziali terapeutici enormi.

Molto spesso capita che la nostra sofferenza sia cagionata da situazioni non mutabili. Pensate ad una bambina abbandonata da suo padre. O ad un uomo che ha subito la morte della sua amata. Sono eventi questi, non passibili di cambiamento e nemmeno negabili. Dalla realtà in sé non si scappa.

Ma ciò che può cambiare è la nostra visione di essa. Il senso che diamo a questi tragici accadimenti. Taluni dolori saranno sempre nostri, antiche tristezze albergheranno sempre nei nostri cuori. Ma abbiamo in noi il potere per fare in modo che non ci condizionino più. Possiamo toglier loro l’effetto distruttivo che hanno sulle nostre vite. Come?

“Semplicemente” cambiando prospettiva. Costruendo un’altra spiegazione, un altro significato. Costruire equivale ad agire, e ciò ci permette di non subire più passivamente influenze esterne, al di fuori del nostro controllo. Le cose capitano e ci capitano continuamente. Ma siamo noi a decidere cosa farne. Che senso dare loro. Che realtà vivere. Se una appartenente al passato o un’altra ancora da immaginare, dis-ancorata da ciò che non è più, radicata nel presente e tesa verso ciò che è ancora possibile.

Un’altra realtà è possibile. Basta crearla.

 

Bibliografia

Paul Watzlawick. “La pragmatica della comunicazione umana.”

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