IN POCHE PAROLE: BIPOLARE

Richard Gere in una scena del film “Mr. Jones”, di Mike Figgis (1993).

Hai mai visto Richard Gere in Mr. Jones? È un film del 1993 in cui l’attore interpreta un uomo affetto da psicosi maniaco-depressiva, cioè da un disturbo bipolare (e se non l’hai ancora visto, niente paura: questo è l’inizio del film, nessuno spoiler 😉).

Nel gergo quotidiano sono oramai entrati molti termini propri della psicopatologia, concetti su cui, spesso, c’è anche un po’ di confusione. Hai voglia di schiarirti le idee (ammesso che, naturalmente, non le abbia già chiare)?

QUANTO È GRAVE DA 1 A 10?

La categoria diagnostica dei disturbi bipolari è tra le più delicate che esistano. Secondo molti psichiatri e psicologi sarebbe perfino più grave della depressione, tra poco vedremo perché.

CHE COSA SI INTENDE PER DISTURBO BIPOLARE?

Esistono diverse tipologie, tra le quali ve ne sono due particolarmente importanti (e chiamate in modo molto originale): Disturbo Bipolare I e Disturbo Bipolare II. A volte i medici sanno anche non usare paroloni…  🙂

CHE COS’È IL DISTURBO BIPOLARE I?

È l’alternanza tra fasi maniacali e fasi depressive.

Il Disturbo Bipolare I, noto anche come psicosi maniaco-depressiva, è l’avvicendarsi di due polarità completamente opposte: mania e depressione. Che cosa s’intende per depressione, all’incirca, lo sappiamo. Sulla mania, invece, forse vale la pena spendere qualche parola.

La mania è esaltazione pura! È energia, è loquacità, è instancabilità. Bella, eh? Ma non è sempre tutto come sembra…

La fase maniacale è in realtà un momento molto delicato. È quella fase in cui si assiste a una marcata elevazione del tono dell’umore rispetto al solito e a un’accelerazione dei pensieri, cioè questi si susseguono talmente alla svelta da arrivare proprio a perdere i nessi associativi. L’eloquio tende a rispecchiare questo flusso incessante, per cui diventa veloce e inarrestabile. In fase maniacale la persona canta, grida, parla ininterrottamente, attacca bottone con tutti e fa battute anche agli sconosciuti con grande naturalezza.

L’ironia aumenta, gli scherzi e le provocazioni diventano incontrollabili e spesso pesanti, le offese possono essere sempre dietro l’angolo. La tendenza all’irritabilità è alta e gli scatti di rabbia improvvisi sono frequenti, fino alla pantoclastia (la rottura degli oggetti).

È quella fase in cui il bisogno di dormire diminuisce e la persona, pur restando sveglia per due o tre giorni consecutivi, appare sempre in stato di esaltazione e mai affaticata. Si assiste a un elevato incremento dell’energia e dell’attività: l’iniziativa e la voglia di fare aumentano e con loro aumentano i pericoli cui l’individuo può esporsi. Già, perché a tal esaltazione si accompagna anche una fortissima impulsività, con tutta l’irresponsabilità che ne segue: la guida può diventare pericolosa e l’uso di sostanze invitante, così come anche nelle condotte quotidiane rischia di mettere a repentaglio la sua vita. “Impulsività” e “energia” sono due termini fondamentali nel concetto di mania.

Aumentano anche l’appetito e le condotte alimentari impulsive, tuttavia nonostante la persona mangi più del solito tende comunque a dimagrire, per via dell’aumento dell’energia e dell’attività di cui parlavamo prima.

Lo sguardo è vivace, brillante, ammiccante e pieno di sottintesi, come un’allusione continua. L’attenzione tende a essere dispersa molto facilmente, per cui il risultato è un permanente stato di disattenzione.

Passiamo ora a un altro aspetto importante della mania: parliamo di sesso. L’appetito sessuale, in fase maniacale, cresce notevolmente rispetto al solito. Il senso di grandiosità e l’autostima elevata che l’individuo manifesta, possono condurlo a condotte esibizionistiche di ogni tipo (come la tendenza a denudarsi in pubblico), oltre che a utilizzare un lessico particolarmente sessualizzato anche in situazioni non appropriate. La persona diventa visibilmente più disinibita e i comportamenti seduttivi aumentano. La vita sessuale può diventare esagerata e promiscua, poiché impulsiva. Non è raro che, terminata la fase maniacale, la persona provi incredulità o addirittura vergogna per quello che ha fatto durante questo periodo.

L’impulsività dell’accesso maniacale incide pure sulla vita economica: acquisti incontrollati, investimenti azzardati ed eccessiva prodigalità sono manifestazioni frequenti che, se non arginate in tempo, rischiano di portare il soggetto a dilapidare un patrimonio in breve tempo.

Anche se la persona in fase maniacale afferma di vivere uno dei periodi più belli della sua vita in realtà soffre di un’importante psicopatologia, motivo per cui merita un’accurata attenzione clinica. L’appagamento che sperimenta rende le cose più difficili, perché potrebbe mostrarsi restia a chiedere aiuto o anche interrompere le cure per vivere appieno questa sua fase di esaltazione.

QUANTO DURA?

La durata della fase maniacale è variabile, da qualche giorno a qualche settimana. Nella sua evoluzione spontanea può arrivare anche a quattro-cinque mesi.

E LA PSICOSI?

La mania contempla anche manifestazioni di tipo psicotico, ecco che allora possono comparire deliri e allucinazioni che complicano ancora di più il quadro. I deliri sono in genere in sintonia con il disturbo, quindi deliri di grandiosità come, ad esempio, quello erotomanico (la convinzione che un’altra persona, talvolta addirittura famosa, sia innamorata del soggetto) oppure ambizioso (la convinzione di poter primeggiare su tutti, in virtù di doti smisurate).

Il funzionamento dell’individuo è gravemente alterato, la sua qualità della vita si modifica fortemente e le ripercussioni si osservano in tutti gli ambiti: relazioni sentimentali, amicizie, lavoro e vita privata in generale. In alcuni casi possono rendersi necessari ricoveri in strutture ospedaliere, per limitare i danni e superare la fase acuta.

Quanto descritto è solo un modello di sintomatologia tipica, che poi si declina con differenti sfumature. Non dimentichiamoci che, nel Disturbo Bipolare I, dopo un periodo di accesso maniacale ci sarà una fase di depressione che verrà a bussare alla porta. Per questo motivo, data la ciclicità del disturbo e dunque la relativa prevedibilità delle sue fasi, un intervento medico in grado di prevenire l’episodio maniacale si rivela essere una decisione efficace.

INSOMMA, UN’ALTALENA CONTINUA TRA MANIA E DEPRESSIONE?

Non è detto. Esse non si succedono per forza in maniera ininterrotta, per cui si può assistere a periodi in cui il tono dell’umore è equilibrato.

Altre tipologie di disturbo bipolare hanno caratteristiche miste, per cui non si parla più di alternanza ma di simultaneità, ad esempio tra apatia e accelerazione ideica. Tuttavia, in questo articolo ci siamo dedicati a mettere bene a fuoco il Disturbo Bipolare I, che è quello maggiormente paradigmatico per comprendere l’essenza della patologia.

PERCHÉ È CORRELATO A UN ELEVATO TASSO DI SUICIDIO?

Il rischio più elevato che corre un soggetto con disturbo bipolare è quello di iniziare a sperimentare la sofferenza morale della fase depressiva quando ancora non si è spenta l’impulsività della fase maniacale. In questo caso, il rischio di suicidio improvviso aumenta drammaticamente, poiché il dolore psichico e l’eventuale ideazione suicidaria (che non è costitutiva della depressione, ma è solo una delle possibili manifestazioni!) compaiono nel terreno imprevedibile della mania, dove l’iniziativa e l’impulsività dominano incontrastate.

E IL DISTURBO BIPOLARE II?

Il Disturbo Bipolare II, invece, vede l’alternanza tra fasi depressive e fasi ipomaniacali. Al posto della mania abbiamo dunque l’ipomania, che ne costituisce la versione attenuata. Puoi trovare un articolo che parla di questo disturbo cliccando qui  ➡️ http://psiche.org/articoli/vero-tutti-po-ipomaniacali/.

In conclusione, dunque, i disturbi bipolari sono di diversi tipi, tra cui il Disturbo Bipolare I e il Disturbo Bipolare II. Il primo, quello più grave, vede l’alternarsi della mania alla depressione e può includere anche manifestazioni psicotiche. Nel secondo, la fase maniacale è sostituita dall’ipomania, per cui è un grado più lieve del primo. In realtà non esistono solo queste tipologie, ma per mettere a fuoco il disturbo sono quelle paradigmatiche. Del resto, la diagnosi di una qualsiasi patologia spetta sempre a uno specialista e quello che è importante cogliere da questa lettura è quanto questo disturbo sia complesso, delicato e quanto vada ben oltre l’idea che, quando ancora non si conosce bene la patologia, tendiamo ad avere in merito.

 

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Gloria Rossi

Dottoressa in Psicologia clinica, Criminologia e Scienze politiche.
Specializzata in Psicologia giuridica e Scienze forensi.
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