I belli sono anche più intelligenti?

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I belli sono anche più intelligenti? L’interrogativo, apparentemente semplicistico e certamente provocatorio, suscita in realtà una serie di riflessioni interessanti, dalla genetica ai pregiudizi culturali di antichissime origini. Ed è affascinante notare come siano proprio i nostri pregiudizi a generare una profezia che si auto-avvera.

I belli sarebbero più intelligenti delle persone non attraenti: questa la tesi di Kanazawa (2010), docente in metodologia della ricerca alla London School of Economics and Political Science. In uno studio (2004), Kanazawa e Kovar presentano una serie di premesse supportate da studi empirici: 1) gli uomini più intelligenti riescono più facilmente ad ottenere uno status più alto e a legarsi con donne più belle rispetto a uomini meno intelligenti; 2) l’intelligenza e le competenze sono ereditarie ; 3) la bellezza è ereditaria. Seguendo tale orientamento psicologico evoluzionista, gli autori concludono che l’attrattività fisica è correlata all’intelligenza in virtù di una delle due spiegazioni: a) le persone con geni più sani sono simultaneamente più belle e più intelligenti; b) gli uomini più intelligenti e di status più alto sposano donne più belle, dunque i bambini erediteranno sia la bellezza che l’intelligenza. Secondo Kanazawa, quindi, la bellezza è correlata a tutti quei tratti ereditabili che aiutano l’uomo a ottenere uno status più alto, come appunto l’intelligenza (Langlois et al., 2000; Zebrowitz et al., 2002) ma anche l’aggressività, la dominanza e le competenze sociali.

Che i belli siano più intelligenti o quantomeno più reattivi e capaci potremmo spiegarcelo anche pensando al contesto educativo e scolastico: avete mai fatto caso al fatto che, tendenzialmente, i professori hanno un trattamento preferenziale verso i bambini più belli? Questo perché, come dimostrano vari studi, tutti noi siamo soggetti ad un “bias” (un errore di valutazione) in base al quale attribuiamo a chi è bello caratteristiche più positive (come intelligenza, bontà, competenza) rispetto a chi è meno attraente. Non è raro, inoltre, assumere un atteggiamento più indulgente e paziente.  Questo, in ambito scolastico, vorrebbe dire che gli alunni esteticamente più gradevoli sono in genere ritenuti più meritevoli e dotati, e questo dà origine ad una profezia che si auto- avvera:  il solo fatto che siano ritenuti bravi comporterà che, grazie alle lodi, agli incoraggiamenti e a un trattamento migliore, essi saranno davvero stimolati a credere in se stessi, mettere in gioco le loro capacità e svilupparne di nuove. Gli studenti, infatti, se apprezzati dagli insegnanti interiorizzano le loro proiezioni e ciò influenza fortemente il loro sviluppo cognitivo (Patzer, 2006). Già lo studio di Schunk e Selg (1979) riportava infatti la correlazione tra l’attrattività fisica dei bambini e la loro performance accademica.

Tale tendenza umana ad attribuire caratteristiche positive e competenze a individui attraenti è riportata da numerosi studi. Essa già dagli anni ’80 è stata dimostrata da un esperimento (Stephan e Langlois, 1984) nel quale, mostrando ad un campione di adulti (formato da neri, caucasici e Messicani-Americani) foto di bambini piccoli (degli stessi 3 gruppi etnici) e chiedendogli di descrivere ognuno selezionando degli aggettivi da una lista, essi attribuivano ai bambini più belli qualità come bontà, simpatia e intelligenza. Tale pregiudizio era trasversale ai vari gruppi etnici. D’altro canto, l’equazione bello= buono permea la nostra cultura sin dagli antichi greci – per i quali la “calokagathia” era la fusione necessaria delle due virtù complementari: perfezione fisica e morale – passando poi per il Medioevo, in cui questo concetto  etico-estetico raggiunge il suo apice. La centralità e l’immenso valore che la bellezza/bontà ha avuto nella cultura occidentale è stata ridimensionata dal Romanticismo francese (prefazione di Victor Hugo al dramma “Cromwell”, 1827), dal Futurismo (Manifesto tecnico di Marinetti, 1912) e dall’Espressionismo.

Vari studi più recenti (Griffin and Langlois, 2006) confermano la presenza dello stereotipo “ciò che è bello è buono”, come l’esperimento (Nitikina, 2013) in cui bambini e studenti universitari dovevano attribuire alcune qualità (intelligenza, gentilezza e coraggio) a persone (di 7, 20 o più di 65 anni) ritratte in foto. Snyder (1977) aveva già messo in luce il meccanismo affascinante (ma anche, a volte, pericoloso) della profezia che si avvera a partire da uno stereotipo. L’esperimento prevedeva che dei ragazzi parlassero al telefono con alcune ragazze che erano state precedentemente definite attraenti o meno (a insaputa delle ragazze). Se ai ragazzi era stato detto che esse erano attraenti, questi – in base allo stereotipo che chi è bello è anche amabile – interagivano con loro in modo più socievole e di conseguenza valutavano quelle ragazze come a loro volta più gradevoli. Questo perché il loro  stile interattivo, a partire dal preconcetto che avevano sulle interlocutrici (belle e dunque piacevoli caratterialmente), stimolava un modo di comunicare più cordiale in quelle ragazze.

In conclusione, come ogni generalizzazione, anche questa teoria presenta delle criticità. Ad esempio, appare plausibile anche affermare il contrario: ovvero che i meno belli sono più stimolati ad accrescere altre loro qualità e competenze proprio perché non possono contare sui vantaggi che la piacevolezza fisica offre. In questo modo, sono spinti a guadagnarsi i loro successi attraverso un impegno spesso maggiore, sviluppando competenze sempre nuove.

Questo approccio ci spinge però a riflettere sulla potenza che la bellezza fisica ha nel compromettere il nostro giudizio e il modo in cui trattiamo gli altri, influenzando il loro sviluppo e l’acquisizione di abilità. Possiamo quindi ritenere che un bambino che è stato lodato, rinforzato e spronato, grazie a un tale terreno fertile di fiducia in se stesso sarà un individuo che sa di poter raggiungere degli obiettivi e di poter compiacere le aspettative altrui e proprie, e dunque si rivelerà abile e capace nello stare al mondo.

Marta Di Grado

 

Psiche Sinergia– Studio di Psicologia

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Bibliografia:

Eco U. (2007). ”Storia della bruttezza”. Milano: Bompiani.

Griffin A., Langlois J.H. (2006). “Sterotype Directionality and Attractiveness Stereotyping: is Beauty Good or is Ugly Bad?”. Social cognition. Vol. 24, 87-206.

Kanazawa S. (2010). “Beautiful people really are more intelligent”. Psychology Today.

Kanazawa S. e Kovar J.L. (2004). “Why beautiful people are more intelligent”. Intelligence. Vol. 32, 227-243.

Langlois J.H., Kalakanis L., Rubenstein A.J., Larson A., Hallam M., Smoot M. (2000). “Maxims or myths of beauty? A meta-analytic and theoretical review. Psychology Bulletin. Vol. 126, 390-423.

Nikitina E. (2013). “Personal trait attribution by children and adults”. V Congress of Russian Psychological Society.

Patzer G.L. (2006). “The Power and paradox of physical attractiveness”. Boca Raton, Florida: BrownWalker Press.

Schunk M., Selg H. (1979). “Sociometric Status and Dimensions Attractiveness, Academic Performance and Aggressiveness In Classrooms”. Psychologie in Erzienhung und Unterricht. Vol. 26, 267-275.

Snyder M., Berscheid E., Decker Tanke E. (1977). “Social Perception and Interpersonal Behavior: on the Self-fulling Nature of Social Stereotypes”. Journal of Personality and Social Psychology. Vol. 35, No. 9, 656-666.

Stephan C.W. e Langlois J.H. (1984). “Baby Beautiful: Adult Attributions of Infant Competence as a Function of Infant Attractiveness”. Child Development. Vol. 55, No. 2, 576-585.

Zebrowitz L.A.,Hall A.J., Murphy N.A., Rhodes G. (2002). “Looking Smart and Looking Good: Facial Cues to Intelligence and their Origins”. Personality and Social Psychology Bulletin. Vol 28, No 2, 238 – 249.

 

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Marta Di Grado

Formatasi in psicologia clinica e di comunità, ha prestato servizio presso ASL Torino 1 – Psicologia dell’età evolutiva – nell’ambito dell’infanzia dove, in collaborazione con Servizi Sociali e Tribunale, si è occupata di situazioni familiari conflittuali e adozione, ma anche di Disturbi dell’Apprendimento e disagi emotivi. Ha esercitato nell’ambito dei minori presso l’Istituto di Ortofonologia (IdO), in ambito privato e tramite interventi educativi e di prevenzione nelle scuole. Presta servizio presso l’ambulatorio di Psicoterapia per adulti del Policlinico Umberto I. In qualità di Operatore ABA (approccio comportamentale) lavora coi bambini nell’ambito dello spettro autistico e si occupa di problematiche dell’apprendimento. Il suo ambito elettivo è quello della famiglia e della coppia, a cui si accosta secondo un approccio sistemico-relazionale. Scrive articoli in ambito educativo e psicologico per riviste online e cartacee.

Iscritta all’Ordine degli Psicologi del Lazio (Numero iscrizione: 22060)

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