Le conseguenze fisiche e psicologiche del bioterrorismo

Il terrorismo islamico rimane una piega costante della nostra società a tal punto da considerarlo una costante minaccia per la sicurezza dell’intero pianeta. Negli anni la sua resilienza lo ha portato intrinsecamente a subire una serie di evoluzioni per le quali i concetti di attacco e di destabilizzazione della società occidentale e non solo, sono diventati sempre più imprevedibili e complessi da definire. Nonostante la sua recente sconfitta, con la conquista delle forze militari siriane e irachene di Mosul e Raqqa, le due importanti roccaforti del Califfato, ad oggi è possibile sostenere dai vari report americani e europei che la minaccia non sia stata totalmente rimossa: cellule silenti, sparse in tutto il mondo, aspettano nuove forme di potere per rimettere in moto la propria strategia della tensione. Un compito non facile per le intelligence di tutto il mondo quello di tutelare la sicurezza dei propri paesi contro eventuali loro attacchi che, nella loro imprevedibilità, potrebbero far uso di sostanze biologiche difficilissime da contrastare. Difatti, a differenza delle temutissime armi chimiche utili a produrre agenti tossici dannosi per l’essere umano (sarin, iprite ed ecc), quelle biologiche sono molto più complicate da contenere in quanto composte da microorganismi patogeni  in grado di resistere e diffondersi nei corpi degli ospiti che li hanno contratti (virus, batteri, funghi ecc).

Una minaccia in continua evoluzione questa, che è possibile sintetizzare nella parola “bioterrorismo” ovvero quell’intenzionale uso di sostanze biologiche diffuse allo scopo non solo di danneggiare la popolazione civile, animale e vegetale, ma principalmente dirette a intimorire e destabilizzare un intero sistema politico e sociale.

Secondo il recente report Americano intitolato “National Strategy for Countering Weapons of Mass Destruction Terrorist”, la minaccia attuale di far uso di armi  biologiche, da parte dell’IS, è reale non solo per pochi Stati occidentali ma per l’intera umanità. La sua disfatta sul territorio iracheno e siriano, attraverso gli interventi militari da parte della coalizione, potrebbe incrementare il tasso di ritorno dei combattenti stranieri portatori di nuovo know-how bellico, all’interno delle proprie regioni e, di conseguenza, accrescere la minaccia di un attacco di tipo biologico. Della stessa idea è Ahmet Uzumcu, direttore dell’OPAC che ha sostenuto la tesi per la quale i  foreign fighters, in rientro nelle proprie patrie, sarebbero in grado di fare uso di questa tipologia di arma attraverso sostanze di bassa qualità e rudimentali. A ciò vanno aggiunte le preoccupazioni dell’Interpol che più volte ha esposto la tesi per la quale i gruppi terroristici non solo hanno l’intenzione di usare questo tipo di arma ma anche le capacità: grazie ad internet è possibile apprenderne la costruzione oppure definire quelle che sono le trattative dell’acquisto.Infine, il centro nazionale per l’informazione sulle biotecnologie (NCBI) insieme all’università Southern Illinois (SIU) ritengono che un’arma biologica, ancor più di quella chimica, risulti più vantaggiosa per gli adepti del terrorismo islamico in quanto capace di produrre più danni con un contenuto dispendio di risorse economiche e una limitata difficoltà di realizzazione. Soprattutto se si consideri che gli agenti biologici non solo sono difficoltosi da rilevare da parte dello Stato subente, ma che alcuni di questi come, i funghi, batteri e tossine, possono essere presenti già in natura, rendendo così l’arma biologica un’arma perfetta per destabilizzare una società che ne subisce gli effetti fisici e psicologici.

Per quanto riguarda i primi è possibile asserire che la sintomatologia varia a seconda dell’agente biologico usato: non sempre si manifesta dal primo momento e soprattutto può presentare delle anomalie atipiche che, in quanto tali, risultano essere sospette. Si possono avere degli sfoghi cutanei, brutte influenze, forme gravi di gastroenterite, vomito, paralisi, diarree sanguinolente ed ecc, che possono portare alla morte se non curate, per quello che è possibile, in tempo e in forma specifica. In questo caso sarà utile determinare al più presto possibile “l’area madre” dell’infezione affinché si possano contenere, nel miglior modo possibile, i contagi. Per quanto riguarda gli aspetti psicologici il discorso diventa ancora più complesso in quanto frutto di considerazioni che devono essere esposte separatamente a seconda che si tratti di una minaccia percepita dalla popolazione civile oppure che riguardi l’utilizzo effettivo dell’arma. Nel primo caso, nonostante le continue propagande promosse dai vari gruppi terroristici che hanno generato paura e angoscia nella società civile, è possibile asserire che i rispettivi governi sono stati in grado di gestire la situazione con rassicurazioni di non poca importanza. L’insicurezza di trovarsi in luoghi particolari, nei quali è possibile essere attaccati e contagiati, deriva da un problema di percezione degli ostili messaggi emanati dalla controparte attraverso una a-consapevole comunicazione che, tra i suoi tanti intenti, ha come scopo il cambiamento delle abitudini di un popolo e dell’intera sua società. In questo caso bisogna rimanere critici a tal punto da ridefinire il concetto stesso di morte: è più bassa la probabilità di essere vittima di un attacco terroristico rispetto  a quella di un brutto incidente stradale. In altre parole, bisogna dominare la parte emozionale riflettendo sugli obiettivi che il nemico vuole ottenere. Nonostante la minaccia sia alta ciò non implica che bisogna assecondare l’obiettivo del terrorista: cambiare il proprio modo di vivere e di pensare.

Il discorso si complica nel secondo caso dato che ci si troverebbe di fronte a un attacco che, per le sue caratteristiche intrinseche, piegherebbe totalmente la parte razionale dell’intera popolazione trasformandola in una folla in balia del panico. In altre parole, come lo psicologo Gustave Le Bon l’ha definita, un agglomerato di persone nel quale la personalità cosciente del singolo individuo si assottiglia a tal punto da uniformarsi al pensiero della massa violenta. Essa provocherebbe un esodo incontrollato, una forza devastante, tale da non permettere alle forze preposte di intervenire efficacemente. Sul piano sociale quindi l’effetto di un’arma biologica potrebbe avere delle ripercussioni gravissime tali da ostacolare la somministrazione di antibiotici o atropina utili a contenere il contagio.

Sebbene il comportamento umano sia imprevedibile insieme agli effetti che ne derivano, è importante essere consapevoli a priori delle proprie azioni e delle loro conseguenze. Soprattutto se si valuta la pericolosità dell’effetto domino, del panico e della paura, anche al di fuori dei confini della zona colpita. Dal punto di vista operativo, in risposta ad un attacco biologico, i governi da anni stanno investendo notevoli risorse economiche atte a definire protocolli operativi sempre più complessi: destinati cioè a rispondere più efficacemente possibile al pericolo. In questo senso è inutile sottolineare che la collaborazione da parte della popolazione civile coinvolta è essenziale affinché si possano evitare ulteriori complicazioni. A fronte di ipotesi incalcolabili, da un punto di vista degli effetti reali e delle reazioni umane per definizione imprevedibili, è possibile di converso sostenere che l’arma biologica, in quanto tale, solleva una serie di problemi di portata non indifferente. Le forze d’intelligence e tutti i settori preposti alla sicurezza ogni giorno, nell’ombra o meno, si impegnano per evitare che eventi come questi possano succedere.

 

 

 

Fonti usate:

-Maria Grazia Labellarte, 8 gennaio 2019, “Le minacce terroristiche cbrn all’Europa secondo il dott. Ely Karmon”, Difesa online.

-Mollie Williams, 27ottobre 2018, “Biologic, Chemical, and Radiation Terrorism Review” National Center for Biotechnology Information, U.S. National Library of Medicine.

-Sistema di Informazione per la sicurezza della Repubblica, febbraio 2018, “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2018”.

-The White House, dicembre 2018, “National Strategy for Countering Weapons of Mass Destruction Terrorist”.

-Europol, 20, novembre del 2016, “Changes in modus operandi of Islamic State (IS) revisited”, The Hague, Europol public information.

 

 

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Angelo Alabiso

Ricercatore, promotore nonché studente in materie affini alla criminologia, alla psicologia, alla criminalistica e all'intelligence.

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