Un capo privo di empatia è uno strazio

Mai come nell’era digitale i dirigenti si sono allontanati dalle persone che dirigono.

Mi è capitato di lavorare con diverse aziende per promuovere il benessere nell’ambiente lavorativo. Nell’ultima ho raccolto queste due testimonianze che riporto pedissequamente.

[estratto del mio colloquio con un dirigente]

– Come valuta il suo rapporto di lavoro con i dipendenti?

– Ottimo!

– Mi può aiutare a capire perché lo definisce così?

– Beh, non sono solo un leader… sono loro amico. Esco con loro, aperitivi e cose così… Sul lavoro gli ascolto e sono molto preparato a guidare la loro visione dei nostri progetti… penso, e siccome penso riesco quasi sempre a dire la cosa giusta… Tutti i miei dipendenti si accorgono di quanto valga il mio lavoro e quanto possono imparare da me… Quindi anche se un capo non lo puoi scegliere… nel mio caso sono sicuro di essere apprezzato

[fine estratto]

Ed ora diamo voce a uno dei dipendenti

[estratto del mio colloquio con un dipendente che lavora in quell’azienda da 15 anni (7 in più del dirigente intervistato sopra)]

– Come valuta il suo rapporto di lavoro con XXX (il dirigente)

– Questo colloquio resta tra noi… non c’è nulla di registrato?

– Nessuna trappola… siamo solo io e lei. In tutta sincerità può dirmi come valuta il suo rapporto con il suo capo.

– Una merda… scusi il fracesismo.

– Perché cosi male?

– Principalmente perché è un coglione arrivato qui perché suo padre è XXX, nessuna esperienza sul campo, solo scuole da signore e pretende di spiegarci come funziona l’azienda che persone come me… in questo campo da quando lui stava ancora imparando a contare. Poi non capisce che i suoi consigli sono stupidi… pensa di essere pure intelligente. E ultima cosa… ci invita a degli stupidi aperitivi dove ovviamente ci sentiamo obbligati ad andare… come fa a non capire che dopo il lavoro vogliamo solo andare a casa?

[fine estratto]

Una cosa è certa, capo e dipendente non si sono capiti.

Può darsi anche che abbia ragione il dirigente, che i suoi studi gli permettano di sviluppare idee difficilmente comprensibili per i suoi dipendenti meno istruiti. Sappiamo bene che l’esperienza sul campo non sempre compensa gli studi specialistici e quindi un ragazzo giovane e preparato potrebbe pensare in modo più efficace di un dipendente più anziano dell’azienda.

Ai fini dei rapporti di lavoro però questa lotta di compentenze è inutile perché come diceva Theodore Roosevelt

A nessuno importa quanto sei preparato, a meno che non dimostri che ti importa di loro

Un manager molto preparato per il dipendente medio è poco più di un fenomeno da baraccone. Qualcosa di simile ai concorrenti dei quiz televisivi che grazie alla loro preparazione guadagnano migliaia di euro. Sa delle cose perché la vita l’ha portato ad avere la possibilità di impararle, non è un persona migliore di me, è solo più fortunata. Se aggiungiamo nepotismo e clientelismo alla ricetta, è ovvio che poi il dipendente finirà con il detestare il capo e lavorare male.

Ma tutto questo si può aggiustare grazie all’empatia.

Empatia non significa offrire da bere a gente esausta che vorrebbe tornare a casa dalla moglie, significa ascoltare.

Anche se poi boccerai l’idea del tuo dipendente perché la sua visione è ingenua, sentirsi ascoltato è fondamentale per lui. L’ascolto è la base di ogni rapporto. L’attenzione, la pazienza, l’esaltazione di qualcosa di buono che può esserci nelle sue parole. Il dipendente deve capire che per te, manager, averlo lì è un valore.

Il contrario della filosofia, tutti sono utili nessuno è indispensabile. Meno indispensabile è un lavoratore, più ha bisogno di sentirsi tale. Il compito del leader è anche quello. Dare valore umano al lavoro.

Non è una sciocchezza, circondarsi di dipendenti che progettano un golpe e che non vedono l’ora di trovare un nuovo lavoro non è una strategia furba.

Per ribaltare le cose basta veramente poco.

Ripeto, basta l’empatia, basta ascoltare.

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