La Dea Vacuna quale Spiritus loci

La dea Vacuna quale spiritus loci

Di Luisa Marinelli (http://psicologaluisamarinelli.wordpress.com)

La psicologia quando ha a che fare con lo studio della psiche approfondisce tutti quei fattori che con essa possono interagire: quindi non solo la famiglia d’origine, la scuola, i coetanei, ma anche la società in cui l’individuo cresce, la cultura che assorbe e i luoghi in cui vive. Ad esempio fa grande differenza vivere in città o in campagna, in montagna o al mare, in una zona geografica anziché in un’altra.

Andando ancora più in profondità noi siamo anche il risultato delle civiltà che si sono avvicendate prima di noi, le quali, modellate dal territorio in cui si sono stanziate, ci hanno veicolato conoscenze, tradizioni, credenze, il linguaggio come radici etimologiche. Da tali civiltà possiamo costruire la nostra identità, possiamo rivitalizzare il nostro contatto con l’ambiente in cui abitiamo a partire dalle riflessioni su come tali luoghi risuonassero per gli antichi. Anche i luoghi danno un’identità laddove il rapporto con essi è di fatto un interscambio vivo, immaginifico, rivitalizzante.

In questa prospettiva ho affrontato lo studio della popolazione dei Sabini che, sebbene ancora poco conosciuta, fa parte delle nostre radici e si pone alla base della successiva civiltà romana.

Da una panoramica generale indispensabile per una comprensione minima sui Sabini scenderò nel particolare di una delle divinità a loro più cara e più caratterizzante, la Dea Vacuna.

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Ogni cultura è figlia dell’ambiente in cui vive che struttura fin dalla sua nascita o stanziamento modelli e comportamenti.

Sul territorio sabino è bene operare una distinzione a livello storico. Abbiamo la Sabina della Bassa Valle del Tevere di cui i centri più importanti furono Cures (Fara Sabina – S. Maria degli Arci), di cui si attesta una fase protourbana tra fine IX e fine VII a. C. e una fase urbana intorno il VI sec. a. C. ed Eretum (Montelibretti – collina di Casacotta, Colle del forno) e di cui i primi abitati rinvenuti si possono far risalire all’VIII sec. a. C. Altri centri che gravitano intorno Roma e di cui sono giunte fino a noi tracce sono Campo del Pozzo a Nazzano Romano, Cretone con il Fosso delle Grottoline. Ricordo inoltre il Lucus Feroniae, antico santuario anche luogo di incontro tra Falisci, Latini, Sabini, Etruschi, sulla sponda opposta del Tevere. Premesso tuttavia che luoghi di culti sabini purtroppo non sono arrivati fino a noi quindi sappiano di essi attraverso le fonti storiche.

Le fonti principali da cui traiamo informazioni sui Sabini e il loro territorio sono Marco Terenzio Varrone che raccolse nei suoi libri racconti locali e autori quali Catone risultando utile a sua volta a Dionigi di Alicarnasso che si appellò proprio a Varrone e lo scrittore dell’Annalistica romana Tito Livio per le sue “Antichità Romane”.

Procedendo verso la zona della Tiberina settentrionale troviamo Forum Novum (attuale Vescovio), Collevecchio (Poggio Sommavilla), Magliano Sabina (località Colle del Giglio, Colle S.Biagio, Madonna grande, Madonna del Rovo), Monteleone Sabino (Trebula Mutuesca). La Sabina interna è quella conquistata ufficialmente dai Romani nel III sec. a. C. con le campagne di Marco Curio Dentato. E’ la Sabina di Reate (Rieti), Amiternum (vicino L’Aquila), Nursia (Norcia).  E’ la Sabina aspra e montagnosa che si oppone alla vallate dolci del Tevere della Bassa Sabina. Luoghi spopolati dove è la villa di campagna rispetto agli agglomerati urbani ad essere la protagonista.

E mentre la Sabina meridionale nel suo evolversi ha intrecciato più e più volte il suo destino con quello di Roma (vedi l’episodio del Ratto delle Sabine o anche il co-governo della Roma nascente da parte di Romolo e Tito Tazio Rex Sabinorum proveniente da Cures ma anche i due re che li succedettero di matrice sabina, Numa Pompilio e Anco Marzio), la Sabina interna visse sorti diverse. Prima tra tutte crebbe d’importanza proprio nel mentre che centri quali Cures cominciarono a declinare.

I Sabini, di cui l’ipotesi autoctona li vede stanziati originariamente nei pressi di Amiternum e Trestuna Mutuesca per poi spostarsi verso la Bassa Valle del Tevere e l’ipotesi greca originari di Sparta migrati fin qui successivamente le leggi rigide di Licurgo e l’oracolo proveniente dal santuario di Dodona nell’Epiro che ingiungeva tale migrazione, si presentarono fin da subito agli occhi dei romani per la loro indole austera, volta alla semplicità, all’essenzialità, al rispetto della parola data, alla cura della famiglia e della casa. Non a caso il loro padre degli dei fu proprio Sanco da cui deriva sancire i patti. Da Sanco nasce Sabo e quindi anche il ceppo etnico dei Sabelli da cui provengono insieme ad essi i Sanniti e i Sabini.

In uso in tempi di fine Età del Bronzo e inizio Età del Ferro era presso i Sabini l’usanza del Ver Sacrum. In Primavera in luoghi d’importanza religiosa generazioni di giovani venivano consacrati agli dei e incappucciati ricevevano l’ordine di esplorare e stanziarsi in nuovi territori dietro la guida di un animale-totem che li avrebbe accompagnati. Ad esempio dal toro si fondò la popolazione dei Sabelli, dal picchio i Piceni, dal lupo gli Irpini.

La tradizione in verità si fondava su una reale esigenza dei Sabini che era quella di cercare altrove terre da far fruttare, luoghi redditizi dove impiegare nuove energie soprattutto nei periodi di carestia e di una popolazione che aumentava di numero.

Uno dei luoghi dove avveniva tale cerimonia era il santuario della dea Vacuna presso le Aquae Cotiliae (sulla Salaria, superata Rieti).

Ed ora entro a bomba nell’argomento di cui mi preme l’approfondimento.

La dea Vacuna.

Figlia del dio Sabo, è definita dallo storico Plinio silenziosa, incorruttibile, intellegibile. Dal re Numa Pompilio la Tacita.

Parlavo all’inizio della dissertazione di come ogni popolazione risenta dell’ambiente in cui vive.

La Sabina soprattutto interna è fatta di monti, di fitta vegetazione,  di sorgenti e fiumi. Tutto questo ha contribuito a marcare negli anni l’identità sabina, preservandone l’autenticità e mantenendone le caratteristiche. Parlavamo di una popolazione dedita al lavoro (che si basava soprattutto sulla pastorizia e sui suoi pastori transumanti, sulla caccia, sull’agricoltura in quantità bastevoli per lo stretto fabbisogno, sulla lavorazione artigianale della ceramica e delle materie prime ricavate dalla caccia stessa quali ossi e corni), sparsa nelle proprie fattorie, che non ha mai maturato pienamente l’idea di urbanizzazione. E non a caso una divinità per loro molto importante era la dea Vacuna. Una dea che non parla ma che fa sentire sottilmente la sua presenza nei boschi, nelle messi, nelle sorgenti. Una dea che parla attraverso la natura. In suo onore si festeggiavano a dicembre i Vacunalia, feste in cui venivano sospesi i lavori dell’anno. Ogni sera alla fine della giornata lavorativa i Sabini si rivolgevano a lei quando si riscaldavano presso il loro focolare. Da Vacuna infatti deriva vago, vacanza, vagare l’idea di spazi di tempo e di luogo da ritagliare nella propria quotidianità per dedicarsi a se stessi al proprio benessere e ai propri cari. Quindi patrona del lavoro e del suo opposto del meritato riposo.

E la sua importanza si può attestare nel modo in cui ella ha intriso di sé e ad ampio raggio molteplici località sabine.

In primis il paese di Vacone (ancora oggi si festeggiano in suo onore le Sacrae Vacunae) e Bacone (in reatino v e r si interscambiano) che portano il suo nome. Bocchignano che in origine era Vacunanium (nell’antico santuario della dea ora sorge un castello).

Nel suo nome si sono ritrovate iscrizioni e quant’altro: a Vetozza (ora chiesa di san Pietro) e a Posta (chiesa di s. Rufinia) si ergeva il santuario della Dea Vacuna; iscrizioni sono state rinvenute a Caporio, a Laculo (ora rintracciabile sullo stipite della porta di una casa), a Forum Novum (“Sancte Vacunae sacrum”), a Montenero, a Poggio Fidoni (due altari, I sec. a. C., I sec. d. C.); un bassorilievo nell’attuale chiesa di S. Maria Assunta a Montebuono dove il Guattani identifica la dea Vacuna seduta su un trono.

Ancora si narra di una statuetta ricavata da una stalattite e stalagmite poi rubata all’interno delle grotta di S. Michele presso il monte Tancia (Comune S.Giovanni).

Quindi nei luoghi delle Aquae Cotiliae dove realmente acque solforose e salutari facevano sosta creando giovamento a chi ne beveva o ci si immergeva l’imperatore romano Vespasiano e il figlio Tito originari di questi posti ci fecero costruire le terme.

Superando le terme e proseguendo sulla Salaria troviamo ad un certo punto le indicazioni per il lago Paterno, anticamente Lacus Cotiliae.

Tale lago era dedicato esattamente alla dea Vacuna. Si narra infatti come al centro di esso ci fosse un’isoletta galleggiante formata di residui vegetali e calcarei dove le Lymphae commolites o ninfe semoventi danzavano, tessevano, cantavano e si bagnavano. Erano ninfe oracolari quindi in grado di predire il futuro.

La ninfa è una figura proveniente dall’antica Grecia e facente parte della categoria delle divinità minori. Potevano essere marine, d’acqua dolce, di terra, in qualsiasi caso veicolavano aspetti o luoghi della natura costituendosi quali spiriti loci o spiriti del luogo. Colpivano per la loro bellezza, il loro fare aggraziato, la loro armonia. Potevano unirsi con dei o umani.

Del resto l’oracolo è stata uno dimensione importante presso i Sabini. Basti pensare che nelle tombe trentuno e trentotto di Colle del Forno presso Eretum furono ritrovati due litui. Il lituo è una sorta di bastone pastorale che usavano anticamente gli auguri a scopi rituali. Ricordiamo inoltre come gli auguri più importanti presso la Roma antica erano proprio sabini. Gli auguri avevano la capacità di conoscere volontà divine che si esprimevano nelle sorti e nel futuro in riserbo studiando i segni. Tali segni potevano riguardare il volo degli uccelli, i fulmini, i suoni e i rumori che il vento produce attraverso gli alberi, fenomeni astrologici quali le eclissi, le stelle cadenti, l’analisi delle interiora degli animali. Il lituo in comune anche con ad esempi i Druidi delle popolazioni celtiche era lo strumento che rappresentava (operando nei fatti) il potere sulla natura.

Natura che ricordiamo stava a cuore al Sabino che ne viveva come un tutt’uno. Le ceramiche rinvenute nelle varie zone sepolcrali nelle fattezze ad esempio di anforette sabine, oinochoai in bucchero o impasto buccheroide, kyliches, situle presentano raramente quali soggetti dei disegni esseri umani; si predilige infatti il disegno geometrico, i temi naturali, gli animali nella fattispecie di cavalli.

Ritornando al lago, è lì, ancora, che gli schiavi potevano essere affrancati. È lì che venivano operati sacrifici in onore della dea. Piccoli animali, a volte sostituiti con offerte di cibo. Tuttavia c’è anche una versione che ci narra che in questo luogo venivano effettuati anche sacrifici umani. Si racconta infatti che l’imperatore Traiano quivi sacrificò il vescovo Vittorino di Amiterno da cui poi nacque la chiesa di San Vittorino vicino le Aquae Cotiliae. Una chiesa anch’essa particolare (attuale Santa Maria) perché invasa ad un certo punto dalle acque di una sorgente lì passante.

Dea Vacuna quindi come una Grande Madre che abbraccia e culla questi territori proteggendone i lavori, la vita pastorale e la vita agricola. Dea Vacuna che con le sue acque rende salute e guarigione. Dea Vacuna che elargisce il meritato riposo. Ma anche che chiede in cambio altra vita. Che vuole consacrare a sé generazioni di giovani inviandole verso orizzonti da esplorare e terre da conquistare. Che fa vivere se stessa attraverso le figure oracolari delle ninfe le quali parlano e illustrano il futuro attraverso la sua voce.

Ancora oggi tacita e mimetica, nel frusciare degli alberi, nel suono degli uccelli, del gorgogliare delle sue acque aleggia la sua presenza.

 

 

 

Bibliografia

Quinto Orazio Flacco, Epistulae.

Marco Terenzio Varrone, Rerum rusticarum libri tres.

Marco Terenzio Varrone, De lingua latina.

Plinio, Storia Naturale.

Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane.

Strabone, Geografia.

Macrobio, Saturnali.

Nicosia A., Bettini M.C., I Sabini popolo d’Italia. Dalla storia al mito. Cangemi Editore, Roma 2009.

I Sabini- testimonianza di una cultura. Ministero dei Beni culturali e ambientali- con il Patrocinio Assessorato Turismo Regione Lazio

  1. Alvino, I Sabini. La vita, la morte, gli dei. Armando Editore, (Rieti, Sala dei Cordari, 30 ottobre – 15 dicembre 1997), Roma 1997
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