CHIAMAMI COL TUO NOME

Dopo averne sentito molto parlare, sono riuscita a vedere il film “Chiamami col tuo nome” uscito nel 2017 e vincitore del Premio Oscar 2018 come miglior sceneggiatura non originale perché tratto dal romanzo Chiamami col tuo nome di André Aciman.

Il film è ambientato nell’estate del 1983 e ci porta completamente dentro le emozioni e i vissuti di due giovani che si innamorano: Elio, diciassettenne figlio di un professore di archeologia, e Oliver, ventiquattrenne dottorando in tesi con il papà di Elio.

Due caratteri apparentemente diversi, Elio ancora in piena adolescenza e ancora in ricerca ed esplorazione personale, mentre Oliver più strutturato, sicuro di sé, già “uomo” ma al contempo così tanto vulnerabile.

Da subito tra i due personaggi ci sono reciproco interesse e curiosità, con quel pizzico di provocazione che comunque non li fa apparire distanti ma due calamite in attrazione. Nel film, infatti, l’attrarsi e respingersi tra i due è una danza che rivela tutta la paura di quel contatto e di quell’emozione che avrebbe potuto ferire entrambi.

Chi di noi, al profumo di un potenziale grande amore, è pronto a buttarcisi ciecamente a capofitto?

Le forti emozioni, seppur positive, sono spesso associate alla paura di soffrire perché è proprio in quei momenti di abbandono totale e fiducioso nell’altro/a e nella vita, che poniamo la corazza a terra, non incuranti ma pienamente consapevoli che il rischio della caduta è altissimo.

Il giovane Elio nel film cercherà di togliersi dalla mente l’affascinante Oliver, avvicinandosi a Marzia, amica d’infanzia con la quale ebbe un rapporto sessuale, ma anche in quel momento di intimità con la ragazza, la mente torna su Oliver, sul distacco e la freddezza sentiti da lui dopo un bacio rubato e al contempo goduto stesi sull’erba.

chiamami col tuo nome

Se dovessimo individuare due temi principali nel film, questi sono l’amore omosessuale ma al tempo stesso la presa di coscienza della propria omosessualità da parte del giovane Elio.

Elio, infatti, nella sua confusione che lo porterà a sperimentare l’avvicinamento a Marzia ma al contempo a cercare ossessivamente la vicinanza di Oliver, si mostra incuriosito e spaventato all’idea dell’omosessualità.

È in una stanza polverosa e piena di cose vecchie (la rappresentazione della parte più intima e profonda di noi) che Elio sperimenterà sia il rapporto sessuale con Marzia sia, in un secondo momento, il rapporto sessuale con se stesso, immaginando il contatto con Oliver nella scena della pesca a cui Elio toglie il torsolo, strusciandosela sul corpo e provocandosi piacere. Ed è proprio a questo piacere che segue l’abbraccio intimo con Oliver, arrivato nella stanza segreta di Elio e scovandolo così nudo, non tanto fisicamente quanto piuttosto nella sua intimità nel momento forse di più piena presa di coscienza e consapevolezza di quanto forte e vero era ciò che sentiva nei confronti del dottorando.

A volte Elio appare fisicamente fragile (il sangue da naso frequente, tanto che la mamma non se ne preoccupa perché ormai ci sono abituati, così come il vomito in una sera di divertimento con Oliver, mentre lo studente, al contrario, ballava libero sulla piazza della città). La fragilità fisica di Elio, che è anche quella del corpo di ragazzo e non di uomo, sembra essere nel film l’emblema della vulnerabilità interiore del primo amore e dello sbandamento che esso crea.

Il conflitto legato all’aspetto omosessuale dell’amore nel film è stato scavalcato dal fatto che i genitori di Elio, colti e aperti, non vivevano l’omosessualità come una malattia, così come negli anni ’80 veniva ancora considerata, ma semplicemente come forma d’amore. La loro apertura viene rappresentata anche dal fatto che una sera invitano una coppia di loro amici omosessuali trascorrendo una serata in un clima di totale serenità e festa.

Il motivo che però emerge verso la fine del film a giustificare un’apertura così poco congruente per quegli anni, è l’omosessualità celata e mai concretizzata del papà di Elio, rivelata nel monologo di lui al figlio verso la fine del film:

Adesso magari non vuoi provare niente. Magari non vorrai mai provare niente. E sai, magari non è con me che vorrai parlare di queste cose, però… Prova, qualcosa, perché l’hai già provata. Senti, avete avuto una splendida amicizia, forse più di un’amicizia. E io t’invidio. Al mio posto, un padre spererebbe che tutto questo svanisse, pregherebbe che il figlio cadrebbe in piedi. Ma non sono quel tipo di padre. Strappiamo via così tanto di noi per guarire in fretta dalle ferite che finiamo a bancarotta già a trentanni e abbiamo meno di offrire ogni volta che troviamo una persona nuova. Ma forzarsi a non provare niente per non provare qualcosa… che spreco! Ho parlato a sproposito? Allora dico un’ultima cosa, per chiarire meglio. Forse ci sono andato vicino, ma non ho mai avuto una cosa così. Qualcosa mi ha sempre frenato prima, si è messa di mezzo. Come vivrai saranno affari tuoi, però… ricordati: il cuore e il corpo ci vengono dati soltanto una volta e… in men che non si dica il tuo cuore è consumato e, quanto al tuo corpo, ad un certo punto nessuno più lo guarda e ancora meno ci si avvicina. Tu, adesso, senti tristezza, dolore. Non ucciderli. Al pari della gioia che hai provato.”

Elio: “E mamma lo sa?”

Papà: “No, credo di no.”

(dal film “Chiamami col tuo nome”)

chiamami col tuo nome

Ammetto che questo aspetto del film mi ha lasciata con dei grandi interrogativi, anche a fronte del messaggio che un padre può comunicare al proprio figlio (e qui scatta la critica psicologica): bellissima tutta la parte iniziale, l’importanza di provare, di sperimentare, di mettersi in gioco, di vivere e lasciarsi vivere dalle esperienze che possono davvero essere importanti e trasformative per la persona, ma la rivelazione di quell’atto mancato del papà proprio ha stonato. In generale, non è mai sano che un genitore comunichi al proprio figlio le proprie fatiche, i suoi dubbi e ancora di più le sue crisi perché un figlio deve poter contare sul fatto che mamma e papà sbrighino le loro frustrazioni e insoddisfazioni e i loro irrisolti tra di loro.

Un buon rapporto con i propri figli non prevede mai una confidenza bidirezionale ma sempre unidirezionale: da figlio a padre/madre, specialmente in età evolutiva (dall’infanzia fino all’adolescenza che ormai si è protratta fino ai 24/25 anni).

Sicuramente il papà ha comunicato al figlio la sua comprensione per ciò che stava passando, ma ha trasmesso anche l’incapacità che aveva avuto nel fare un passo in più, parlandone, per ciò che ho percepito, con un nodo in gola.

A parte questo, emozionante la frase che Oliver rivolge a Elio dopo aver fatto l’amore:

Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò con il mio”.

E così, l’uno negli occhi dell’altro, si rispecchia e rispecchia l’amore con il quale guarda e viene guardato dall’amato.

Quanto è bello pensare che la persona che ci ama possa guardarci con gli stessi occhi con cui noi guardiamo lei?

“Chiamami col tuo nome” è quindi un inno al primo amore, al primo amore omosessuale (forse è uno dei primi film così focalizzato su questa emozionante fase della relazione di coppia). Le emozioni, in fin dei conti, sono sempre le stesse, e sempre per tutti: la sospensione degli sguardi, l’erotizzazione dei gesti, carezze.

Alla fine però, rimaniamo tutti di fronte all’impossibilità di realizzare quell’amore: Oliver chiama Elio e la sua famiglia comunicando loro la notizia del suo matrimonio, così come repressa è stata l’omosessualità del padre di Elio.

Quale è quindi l’emozione lasciata nello spettatore?

Probabilmente, quella più forte, è la nostalgia. La nostalgia, infatti, è un sentimento molto particolare perché prevede l’unione di due emozioni contrapposte: felicità e tristezza; felicità, per ciò che è stato vissuto, tristezza, per la consapevolezza che quanto è stato vissuto non sarà più replicabile. Esattamente così come dice il papà a Elio: “Tu, adesso, senti tristezza, dolore. Non ucciderli. Al pari della gioia che hai provato.”

(Se ti interessa, leggi l’articolo “L’IMPORTANZA DEL COMING OUT“)

© DR.SSA ILARIA CADORIN

Psicologa n°9570 Albo Psicologi del Veneto

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Ilaria Cadorin

Psicologa (n° 9570 Ordine degli Psicologi del Veneto).
Consulente grafodiagnostico (diploma conseguito presso la scuola triennale Evi Crotti di Milano).
Esperta in tecniche di rilassamento, Training Autogeno Somatico e Superiore-Meditativo.
Ha conseguito il Master in Psicologia dello Sport e Mental Coaching Sportivo.
E' specializzanda presso la Scuola quadriennale in Psicoterapia Psicoanalitica dell'Infanzia e dell'Adolescenza di Bologna.
Riceve su appuntamento nel suo studio privato a Montebelluna (TV) e a Ponte della Priula (Susegana -TV). Per informazioni: cadorin.ilaria@gmail.com oppure 3464231590.

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