I bias psicologici che ogni analista deve conoscere

Nei suoi svariati ambiti, dalla sicurezza al marketing, quello dell’analista è un lavoro complesso in quanto frutto di una serie di correlazioni, ottenute attraverso un percorso inferenziale umano e tecnologico, volto ad ottenere delle informazioni da un insieme di dati. Soprattutto nell’era tecnologica nella quale viviamo, contraddistinta dall’industria 4.0 e dal promettente 5G, il quantitativo di dati a disposizione è cresciuto a dismisura tanto da richiedere analisti sempre più competenti in ambito scientifico che siano in grado di usare diversi software tecnologici anche con basi statistiche che, seppur fondamentali, non possono prescindere dall’uso delle mente umana. In questo senso quindi, una  consapevolezza dei processi mentali e più nello specifico inferenziali, è essenziale affinché si possano evitare degli errori fatali durante le formulazioni delle ipotesi.

Come lo psicologo israeliano Daniel Kahneman ci spiega il primo ostacolo da oltrepassare è la pigrizia del nostro sistema razionale: quel complesso di pensieri lenti, metodici e cauti che per la loro complessità necessitano di sforzi permanenti per essere messi a fuoco durante il processo inferenziale. Tutto ciò perché esiste un  parallelo sistema emozionale primitivo e istintivo, più forte del precedente, che spesso prende il sopravvento. In altre parole, quest’ultimo rappresenta quella scorciatoia mentale, quella via di pensiero preferenziale, attraverso la quale l’essere umano inconsapevole decide, più delle volte, di prendere delle decisioni anche di notevole importanza. In tal senso Kahneman nel suo libro “Pensieri lenti e veloci” piega la parte logica, frutto della componente razionale, a quella emotiva costernata dal rigore morale. Nonostante esistano persone che per esperienza o intuito riescono a controllare questo sistema istintivo meglio delle altre, solo una conoscenza specifica e mirata dell’argomento può rendere il soggetto, e nel nostro caso l’analista, consapevole delle sue limitazioni.

A fianco a questo grosso ostacolo di base umano, a complicare i meccanismi di analisi sono anche i limiti del  “campo percettivo” per i quali è possibile non notare certe soluzioni che si trovano al di fuori dei propri schemi fisici e psicologici. Un esempio è la dissonanza cognitiva: quella complessa elaborazione mentale nella quale il soggetto in base a un profondo disagio emotivo, provocato da tutto ciò che è in contrasto alle sue credenze, opinioni e nozioni, decide di allontanarsi da tutto ciò che non lo appartiene. Restringendo, così facendo, una serie di informazioni a quelle strettamente coerenti con l’ipotesi formulata. Che venga definito come bias della conferma o concetto “WYSIATI (descritto dallo stesso Kahneman) il senso nefasto è sempre lo stesso: “quello che si vede inconsciamente o si vuole vedere, è quello che effettivamente c’è”. In tale accezione, in virtù di questa cecità, l’illusione mentale di essere nel giusto spinge l’analista ad utilizzare poche fonti, coerenti alla sua ipotesi, che nella loro singolarità non rispecchiano quella visione d’insieme che è essenziale per la creazione del prodotto informativo. A ciò deve essere anche menzionata la possibilità dello stesso di ricorrere all’errore della disponibilità: credere che la facilità per la quale è possibile ottenere un certo dato, oppure la sua ripetibilità mediatica, possano essere determinanti nello stabilire il suo valore. Ancora oggi per esempio si crede, a causa dell’attentato alle torri gemelle e per il suo effetto ridondante mediatico, che un incidente aereo possa essere più probabile e mortale di quello stradale. In altre parole, l’effetto emozionale è così forte che spesso ci porta a sovrastimare eventi rari e sottostimare quelli comuni. Un buon analista quindi deve avere una grande apertura mentale, dominata dalla parte razionale, priva di stereotipi, in grado di notare delle sottigliezze all’interno di un quadro già delineato e previsto (ciò che in campo della sicurezza vengono definiti “black swans”). Egli deve saper disinnescare l’effetto del “pensiero comune” i comparti stagno e la forza propulsiva del priming: quell’associazione o ancoraggio provocato da qualsiasi innesco fisico, percepito attraverso i sensi, che ci induce a pensare o a ritornare, all’interno di schemi già definiti che sono soggetti alla logica dell’analogia. Chi lavora nell’ambito dell’analisi deve essere consapevole che uno schema funzionante nel passato, un’osservazione specifica nonché un intero modello interpretativo, sebbene possano essere stati utili al loro tempo non necessariamente lo saranno nei giorni nostri. Bisogna quindi valutarne costantemente la validità e l’attualità.

È solo uscendo dal campo del determinato, con curiosità e voglia di mettersi in gioco, che si può essere in grado di usare quel pensiero laterale che è molto ricercato nell’analisi. Di converso, come già accennato restare ancorati a uno schema oppure a una semplice informazione non potrebbe essere un evento così raro in quanto le cosiddette ancore (o sistemi associativi) giocano un ruolo determinante nelle maggior parte delle nostre scelte.

In aggiunta è altresì importante sottolineare come questo problema potrebbe essere aggravato dal bias della fiducia in se stessi, attraverso il quale la presunzione di riuscire a controllare gli eventi che ci circondano è così presente, anche nell’analista esperto, a tal punto da portarlo a sopravvalutare le sue capacità di lettura e analisi. La verità in questo caso è una: per quanto si possa essere esperti o bravi, la componente dell’imprevedibilità è sempre dietro l’angolo, pronta a mettere in discussione anche quelle analisi di un certo spessore tecnico e qualitativo.Infine, e non per questo meno importante, un altro limite è definito dal proprio stato d’animo: non di rado un analista deve far i conti con lo stress predittivo ovvero quell’ansia da prestazione che, in virtù dei tempi ristretti stabiliti, rende lo stesso incapace di svolgere la propria attività preventiva razionalmente e spontaneamente.

In conclusione, se con il termine analisi si può intendere quel procedimento mentale per il quale è possibile scomporre, interpretare e valutare i dati della realtà, è anche plausibile sostenere che questo sia composto da una fase cognitiva strettamente correlata al grado di maturazione delle funzioni simboliche ed astratte della mente. In altre parole, esso deve essere costituito da un giusto equilibrio tra elementi astratti e concreti, che permetta di uscire dai margini del comune con consapevolezza. Non potendo avere tutti gli elementi a disposizione, utili a determinare una situazione chiara, l’unico processo mentale che un analista deve usare è quello dell’inferenza consapevole: quella capacità di pensare “lateralmente”, in modo brillante e creativo, fuori dagli schemi e dalle procedure.

Partendo dal fatto che il nostro modo di pensare non accetta l’idea di imprevedibilità, di vuoto, reagendo con ipotesi del tutto forfettarie atte a placare questo bisogno di conoscenza, il lavoro dell’analista risulta pertanto complesso ed esente da facili intuizioni.

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Angelo Alabiso

Ricercatore, promotore nonché studente in materie affini alla criminologia, alla psicologia, alla criminalistica e all'intelligence.

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