Il Dilemma dell’Unico: la Spasmodica Ricerca dell’Autodeterminazione

Tutte le più grandi storie iniziano con la ricerca di sé: tutti i più grandi tentativi, le più grandi imprese, sono tutte circoscritte in quell’intreccio esistenziale che è l’esser-ci[1].

E’ un’incessante ricerca, quella dell’Io, di quel che si è, o di quel che si desidererebbe essere, ricca di colpi di scena, paure, disperazione[2], sofferenza, negazione[3], dolore, ma anche soddisfazione ed appagamento conseguiti dal raggiungimento di quei traguardi nella coltivazione della propria persona[4] che tanto abbiamo pazientato e lottato per raggiungere.

Ma cosa c’invoglia ad intraprendere questo tortuoso sentiero che è la ricerca di noi stessi? Sicuramente il desiderio d’essere maggiormente consapevoli di sé così da poter scegliere quanto più aderisce a quel che realmente siamo (o pensiamo d’essere), ma non solo: allegoricamente, colui che decide d’incamminarsi lungo questa spasmodica ed a tratti lacerante ricerca del proprio Io, non sta facendo altro che urlare all’Unicità.

Essere determinatamente un Io unico ed irripetibile[5], assolutamente slegato da quell’amalgama sociale che porta all’omologazione universale[6] porta ossequio al desiderio di Unicità.

Eppure definiamo tutto questo un dilemma: il dilemma dell’autodeterminazione, il dilemma dell’Unico.

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Il dilemma è propriamente un problema, di quelli apparentemente irrisolvibili: uno scioglilingua inferente la ragione, un rovello mentale che sembra portare verso strade senza uscita. A questo punto capiamo come venga problematizzata la questione intorno alla ricerca di un Io che possa essere unico, eppure: donde questo?

Vorremmo che l’attenzione si sposti verso la logica di un ragionamento il quale, esteso tanto da poter abbracciare tutti gli individui, porta la stessa ricerca della propria unicità a diventare nient’altro che un’omologazione catastrofica.

La Fenomenologia dello Spirito di Hegel si introduce attraverso una prefazione della quale il compito non è tanto chiarire lo scopo di un’opera che già di per sé inquadrata risulta controversa e sublimemente complessa, quanto quello di perimetrare il significato stesso che, man mano che la lettura procede, unisce le varie sezioni, tanto logiche quanto metafisiche: essa è il cammino della coscienza la quale, attraverso il superamento di scandite fasi che le permettono di maturare, si riconosce in quanto spirito.[7]

E’ seguendo questo tipo di ragionamento che vorremmo s’intendesse l’esistenza di ciascuno di noi: quello che facciamo ogni giorno non è altro che definire, scrivere, marchiare, approssimare, abbozzare, cartonare, la nostra stessa storia, romanzata che sia, la quale auspichiamo ci permetta, attraverso le scelte che compiamo quotidianamente, di prendere gradualmente consapevolezza di noi stessi, rendendoci un Io singolare ed assolutamente unico.

Focalizzandoci sull’esistere così inteso, è subito scorgibile l’universalità dell’obiettivo: renderci individui singolari gradualmente proprio grazie al cronologico, imperante, incessante e deterministico divenire delle cose è prefisso necessario ed inequivocabile dell’essere umano. Ora: volendo specularvici sopra – cosa che, ovviamente, andremo a fare, essendo proprio questo punto necessario per lo sviluppo della nostra analisi – potremmo ritenere, perlomeno logicamente, l’universalità dietro l’intenzione di essere-unici problematica nei confronti della ricerca dell’unicità stessa; in altri termini: è sicuramente contraddittorio cercare l’essere-unico senza perlomeno essere consapevoli di come questa stessa ricerca sia, con ogni probabilità, il fattore maggiormente omologante e consequenzialmente screditante la propria assoluta individualità.

A coloro che ritenessero l’assunto secondo il quale chiunque ricerchi l’assoluta ed indissolubile Unicità presuntuosamente ritenuto come necessario senza averne condotto un’analisi, vorremmo domandare: avete mai visto qualcuno tentare di omogeneizzarsi il più possibile con l’Altro senza assolutamente occuparsi del proprio Io?

Ritornando a quanto sopra, ecco che il motivo per cui la nostra elucubrazione ritiene l’Unicità essere un Dilemma diviene sempre più chiaro: paradossalmente, la volontà, l’intenzionalità che scaturisce da un generico – ed universale – soggetto che ricerca sé nella propria assoluta unicità è in realtà quanto più lo omologhi a tutto il resto.[8] Eppure, seppur ciò sia logicamente evidente, ciò non nega all’uomo la possibilità di vedere adempiuto questo suo desiderio: affinché l’intenzione – tanto nobile quanto contorta – dietro la ricerca dell’Io non si traduca – seppure qui si possa davvero parlare di esacerbazione – in una velleità, è necessario che colui che intraprenda questo sentiero sia perfettamente consapevole della grande problematicità logica che con circospezione cammina insieme a lui.

Percorrere genuinamente la via dell’Io significa, quindi, essere consapevoli di come, in ogni caso e seppur se ardentemente non lo si voglia, l’omologazione sia coercitivamente il punto di partenza – l’antitesi hegeliana, il negativo, il paradosso – incondizionatamente necessario attraverso il quale è possibile arrivare ad un punto di maturazione che porta ad un’evoluzione tanto psicologica quanto esistenziale.

E’ in questo modo definitivamente introdotto il concetto dell’omogeneizzazione: è impossibile raggiungere, conseguire, l’Unicità se prima non si è assolutamente ed universalmente omologhi all’Altro: è propedeuticamente necessaria l’uguaglianza per la bramosia dell’Unicità[9]. Il processo che porta, quindi, allo svelamento dell’Io assolutamente unico – ammesso che questo possa essere scoperto! – è possibile intenderlo come una lenta dialettica il cui fine è la de-omogeneizzazione graduale, la quale de-omogeneizzazione è necessaria affinché l’intenzione dietro l’Unicità – come abbiamo visto essere il primo fattore omogeneizzante – si eclissi e lasci spazio ad una ricerca assolutamente introspettiva ed in quanto tale immediata[10] ed unica.

Autodeterminarsi significa quindi ri-pulirsi, spazzando via catarticamente e con gran sollievo tutte quelle scorie che con fare pervasivo si diffondono nel nostro essere, corrompendo il nostro esistere, le nostre scelte, la nostra felicità, la nostra omeostasi, il nostro viver sereno. Eppure, se l’Unicità fosse davvero conseguita, crediamo che lo scotto – l’amarissimo scotto! – da pagare sia la solitudine: per poter rimanere unicamente noi stessi in senso assoluto dovremmo rinunciare a qualsiasi tipo di contatto con l’Alterità; ed ipotizzando anche questo fosse possibile, sarebbe qualcosa che qualcuno sia disposto a pagare?

NOTE

[1] Cfr. in M.Heidegger, Sein und Zeit, concetto del dasein

[2] Cfr.  in S.Kierkegaard, La Malattia Mortale

[3] Qui intesa soprattutto in senso hegeliano: la negazione che porta ad un superamento (aufhebung), ad un’evoluzione del proprio essere; canonicamente in Hegel rappresenta la maturazione dello spirito che, fattosi uomo, attraverso proprio quest’ultimo acquista gradualmente sempre più coscienza di sé stesso, sino ad arrivare alla pienezza conoscitiva della propria essenza, nella figura del Sapere Assoluto (vedi: Fenomenologia dello Spirito)

[4] Vorrei tanto si rifletta sul fatto che il termine <persona> derivi dall’omonimo lemma latino che porta il significato di “maschera” (Treccani)

[5] La concettualizzazione di quanto qui detto è contenuta all’interno del “principium individuationis

[6] Consiglio caldamente , come approfondimento al concetto, la lettura del saggio “Modernità Liquida” di Zygmunt Bauman e la teoria dell’omogeneizzazione sempre formulata dallo stesso

[7] Questa definizione è un arrangiamento autoriale dell’originale definizione dell’autore nei confronti della sua stessa opera che ivi riportiamo: «La fenomenologia dello spirito è la storia romanzata della coscienza che via via si riconosce come spirito» (G.F.W. Hegel)

[8] L’espressione utilizzata è da intendere intenzionalmente in modo spregiativo: sarebbe ipocrita non riconoscere come, dietro l’intenzione di un soggetto di ricercar-si, si celi una coltivazione di sé che inevitabilmente porti ad un ego-ismo – od ego-tismo, certo – assolutamente genuino e comunque non reprimibile. Speculandoci assumendo un taglio squisitamente psicologico, potremmo plausibilmente ipotizzare come – strizzando pudicamente l’occhio anche alla prossemica – l’essere-unici porti ad un allontanamento dell’Altro per paura di contaminarsi, appunto, di un’alterità indesiderata!

[9] Si faccia attenzione a come, nello scritto, non si faccia assolutamente alcun riferimento al fatto che la ricerca incessante dell’Unicità sia in ogni caso proficua.Infatti, pensiamo non lo sia incoercibilmente e che possa capitare che non ci si riesca a trovare pur impegnandosi argutamente e visceralmente nel compito; è plausibilmente ipotizzabile come il trauma del non-trovamento dell’Io possa sfociare in psicosi, spersonalizzazioni e varie problematiche che sono, comunque, in seno alla Psicologia, Psicoanalisi e Psichiatria.

[10] Vorremmo che il termine “immediato” fosse qui inteso in senso etimologico (dal lat. tardo immediatus [comp. di in e mediatus «mediato»], che traduce il gr. ἄμεσος) di non-mediato: un qualcosa nei confronti della quale, o per raggiungere la quale, od affinché agisca, non vi sia nessun intermezzo ad intervallarne l’azione, l’arrivo, l’essere, l’esito.La “ricerca assolutamente introspettiva” a cui facciamo capo è una ricerca che non vede intermediari che possano, in qualche modo, far da ponte al conseguimento della propria conoscenza.

Leggilo anche qui: https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/filosofia/il-dilemma-unico/

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Simone Santamato
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