Psicologi a rischio povertà

Sul Sole24Ore è uscito un articolo di Federica Micardi dove sono riportati alcuni dati interessanti inerenti il reddito degli psicologi.

Il reddito medio dichiarato nel 2012 è stato di 15.871 euro lordi; nello stesso anno l’ENPAP (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Psicologi) ha registrato 41.870 iscritti, 13.959 in più rispetto a sette anni prima; il reddito lordo degli under 40 registrato nel 2012 è stato di 9.063.

La soglia di povertà, secondo l’ISTAT è di 985 euro al mese.

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Di fronte a questi dati è necessaria una piccola riflessione, così, per fare un po’ di ordine.

La statistica riportata dal Sole24Ore ci dice che gli psicologi rispetto a sette anni fa guadagnano meno e sono di più.

Vorrei tralasciare eventuali opinioni sui dati raccolti. Magari il campione è stato selezionato in modo diverso, forse non tutti dichiarano il totale di ciò che guadagnano, può darsi che lo stagista pagato per inserire i dati nel foglio Excel abbia fatto un errore e mille altre cose che sfuggono dal nostro controllo e non serve a nulla commentare.

Supposto che i dati siano veri, ci dicono che il totale speso ogni anno dagli italiani per lo psicologo è diviso tra più professionisti rispetto a sette anni fa. Le fette della torta diventano sempre più piccole. Si chiama concorrenza.

Non c’è da stupirsi se molte professioni non rendono più come una volta. Fintanto che la formazione universitaria era qualcosa di elitario (intendo in senso numerico), il titolo di studio era il lasciapassare per specifiche nicchie di mercato.

Ricordiamo però che stiamo parlando di statistiche, e le statistiche danno sempre l’illusione dell’uguaglianza. Oggi come  ieri, i professionisti di un settore non hanno tutti lo stesso reddito. Anzi, le differenze sono enormi.

Nella nostra categoria troviamo psicologi che fanno la fame e altri che guadagnano moltissimo. Ed è sempre stato così, solo che prima le fette più piccole della torta bastavano a vivere dignitosamente.

In ogni professione una certa percentuale di posti di lavoro è assegnata seguendo regole che sfuggono alle logiche della meritocrazia. Non parlo solo di concorsi pubblici o privati dove la parentela fa curriculum, mi riferisco sopratutto a dinamiche più elaborate dove la credibilità di un libero professionista viene costruita a tavolino grazie a dei mezzi non accessibili a tutti.

Il fatto che esistano individui al di sopra della meritocrazia è un dettaglio irrilevante per le nostre vite, sono fortunati e sono un ottimo argomento per fare un po’ di polemica, ma tant’è. La loro esistenza non significa che il mercato non sia meritocratico, anzi, oggi lo è molto più di una volta.

Stiamo vivendo la dittatura della meritocrazia e non ci piace. Tutti desiderano il welfare della mediocrità, una società che come una volta garantisca a chi raggiunge la laurea il quieto vivere. La laurea attesta che SAI qualcosa. La meritocrazia pretende che dimostri di SAPER FARE qualcosa. 

Se accetti la mentalità meritocratica ti accorgerai che le statistiche come quelle del Sole24Ore sono solo i sintomi legati all’etichetta di “psicologo”. E se hai studiato sai bene quali sono i rischi di etichettare.

 

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