Questa non è religione

A poche ore dalla strage di Parigi, qualche breve riflessione sull’estremismo che rende la religione islamica strumento di guerra e crudeltà.

La strage di Parigi ha toccato il cuore di tutti e ha dato inizio ad una lunga serie di riflessioni, riguardo all’insensatezza del gesto, il cordoglio, la rabbia, la paura. In questo scenario è complicato distinguere la credenza dalla follia, la religione dall’estremismo.

“Un cancro dei tempi moderni” è la definizione di estremismo di Faris Hussein Al-Ansi, professore degli Studi Islamici ad Aden, nello Yemen: rende gli stessi musulmani ostaggio di questo fanatismo e vittime di pregiudizi e convinzioni errate. Alcune ipotesi categorizzano gli estremisti come malati mentali, ma per il momento si è assunta una visione più conservatrice, per cui ci si è convinti che alla base dei principi forti e decisioni drastiche di tali individui, ci siano potenti credenze religiose che hanno reso la fede strumento di opposizione e crudeltà. L’Islamismo diventa così bandiera di propaganda e strumento per affermarsi e legittimarsi.

Secondo un sondaggio proposto nel 2006 a dei musulmani britannici, si è notato che alcuni di loro si sentivano prima di tutto musulmani e solo dopo britannici. Gli stessi provavano aperta simpatia verso concetti come il martirio o la jihad. La psicologia sociale ci insegna che il bisogno di appartenere ad un gruppo è insito in ogni uomo che ha bisogno di essere parte di una comunità più grande che condivida con lui determinate caratteristiche. La fede rappresenta quindi un riferimento e un punto di incontro, un’icona che compromette e influenza i comportamenti e le decisioni degli individui che si sentono uniti dal volere divino.

Il problema nasce quando questo volere divino diventa un modo per giustificare azioni crudeli: ne deriva, per esempio, che versetti del Corano dal significato allegorico, vengano presi come punti di riferimento e seguiti alla lettera dai violenti estremisti.

“Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. È possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete.” (Corano 2:216)

 Allora il bisogno di appartenenza che sembra proprio degli individui, in realtà è influenzato da una parte da un contesto in cui costrizione e autorità incidono particolarmente: un bambino che cresce in una famiglia di estremisti è molto probabile (seppur non del tutto certo) voglia desiderare di diventare uno di loro.

Non è però facile esplicitare la propria appartenenza per paura di non essere accettato dalle persone care, per esempio, o perché non si ha ancora la piena consapevolezza di ciò che si è diventati. L’estremismo oscilla allora tra deindividuazione e ricalco della propria identità personale: da una parte si fa dell’anonimato la propria arma vincente per non palesarsi, rendendosi semplici strumenti di guerra dell’Isis e non responsabili primi di ciò che si è causato; dall’altra entrare in un Teatro parigino a volto scoperto, sicuri di sé e presentandosi quali aperti sostenitori del Califfato, è un chiaro segno di appartenenza al gruppo.

“Combatteteli finché non ci sia più persecuzione” (Corano 2, 193.): l’aggressività aumenta e si dimenticano i dettami dell’”Islamismo buono”, che addirittura condanna qualsiasi forma di estremismo. Così, i precetti dell’Islam vengono deformati e plasmati secondo una prospettiva nuova, diventando legge e sempre più parti integranti della personalità che lentamente perde la propria individualità. L’estremismo rappresenta per gli aspiranti membri una fonte di sicurezza: in un mondo di fragilità e incertezze, un gruppo che fa del sacro e del santo strumenti di affermazione ed efficacia azionano un meccanismo nuovo di speranza. Si tradurrà, poi, in lotta ed infelicità, ma ormai sarà troppo tardi.

Restiamo in silenzio per Parigi e raccogliamo i nostri pensieri rivolti alla strage. Che questo faccia riflettere e ci dia la forza di combattere insieme per un Mondo che difenda la giustizia.

Oggi anche a Roma il cielo si tinge di un grigio opaco, triste, silente e rispettoso.

 

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Silvia Demita

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