Un corpo invisibile per sfuggire alle situazioni imbarazzanti

Un team di neuroscienziati svedesi ha permesso l’illusione di avere un corpo invisibile, proponendo il trattamento come cura per l’ansia sociale.

Ci sono volte in cui ci sentiamo scomodi, affrontiamo momenti che sfuggono al nostro modello di situazione ideale, o situazioni in cui non riusciamo a stare bene, nè tantomeno adattarci. La soluzione ideale sarebbe andar via, ma quasi mai è possibile farlo, secondo una serie di regole sociali che sentiamo di dover rispettare. Una soluzione diversa, inusuale ma a suo modo efficace (in teoria) è stata data da un team dell’Karolinska Institute di Stoccolma, che ha dato la possibilità a dei volontari di illudersi di avere un corpo invisibile.

Questo affascinante salto nel futuro, ha permesso non solo ai partecipanti di credere di avere un corpo invisibile, ma di provare una sensazione strana di smaterializzazione del proprio corpo: immaginate di non avere più il vostro corpo e di non riuscire a provare le sensazioni che normalmente ne derivano. Tutto ciò grazie ad una cuffia “isolante” e ad un visore tridimensionale che creavano una realtà virtuale e grazie ad una precisa modalità di confusione dei sensi: il partecipante sentiva che qualcuno strofinava un pennello sul proprio stomaco, ma nel momento in cui abbassava la testa per osservare la scena non vedeva il proprio corpo, ma un pennello che veniva “strofinato” in aria. Questo avveniva perché, contemporaneamente, lo stesso movimento veniva riproposto con un altro pennello di fronte al volontario, immagine che, tramite il visore, veniva fatta guardare effettivamente dal partecipante (ovvero un pennello che veniva strofinato in aria, illudendolo della propria invisibilità). In tempi brevi, in alcuni casi in meno di un minuto, i partecipanti iniziavano ad associare la sensazione tattile ai movimenti del pennello che vedevano di fronte a loro. Poco dopo veniva riproposto lo stesso movimento con un coltello, per verificare effettivamente le sensazioni del partecipante, e i risultati erano identici.

Per rendervelo più chiaro:
invisibile

La proposta del team svedese è quella di utilizzare questo trattamento su chi ha, per esempio, un disturbo di ansia sociale, cioè su quelle persone che provano un forte stress quando devono avere a ché fare con determinate situazioni, quali quelle in cui saranno sottoposte all’osservazione e al giudizio degli altri (quando si parla in pubblico o si fanno nuovi incontri, per esempio). Per questo motivo, lo stesso tipo si esperimento è stato riproposto davanti ad un pubblico di estranei e i ricercatori hanno valutato i valori fisiologici, quali la conduttanza cutanea, il battito del cuore, la pressione: inevitabilmente i valori diminuivano quando i partecipanti avevano l’illusione di avere un corpo invisibile. Se si usasse questo trattamento in ambito clinico, si potrebbe, secondo la loro opinione, abituare il paziente gradualmente a sentirsi bene con il proprio corpo in mezzo agli altri: inizialmente, illudendolo di non avere un corpo e poi lentamente farlo diventare sempre meno invisibile, fino alla consapevolezza di averne uno così da sentirsi a proprio agio, adattarsi alle situazioni e diventare consapevole di sé e degli altri.

Quello che ha poi colpito l’interesse degli autori è stata la dimensione morale di questo esperimento e di quello che comporta. Si intende il dilemma morale che ai tempi fece riflettere Platone: se l’uomo avesse il dono dell’invisibilità saprebbe gestirlo senza perdere il senso del bene e del male? Da qui deriva quello che viene comunemente chiamato “effetto Gige” (tratto da un mito di Platone della Repubblica) che, attualizzandolo, considera l’anonimato e i comportamenti che causa, tra cui l’appartenenza alla massa che nega la propria individualità, in quanto nascosta dal “mantello dell’invisibilità”. In altre parole, quando si è nascosti dal gruppo e non si è soli, la responsabilità delle proprie azioni diminuisce e non c’è differenza tra giusto e sbagliato.

È per questo che la nuova sfida dei ricercatori è quella di chiedere ai partecipanti sottoposti all’illusione di essere invisibili, come agirebbero se fossero davanti a dilemmi morali, per poi confrontare le risposte in situazioni normali. Sarebbe un punto di vista nuovo che attualizzerebbe il lontano dilemma di Platone e darebbe o meno adito a questo trattamento clinico un po’ fuori dal comune, osservando se situazioni che fanno sentire tanto a proprio agio, possano causare poi comportamenti eccessivi che dimostrino l’effetto Gige.

 

Originariamente pubblicato in http://www.tribunaitalia.it/2015/06/14/un-corpo-invisibile-per-sfuggire-alle-situazioni-imbarazzanti/

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Silvia Demita

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