Sul Tabagismo e la Sigaretta: l’Arte del Sospirare i Problemi

Sul Tabagismo e la Sigaretta

l’arte del sospirare i problemi

Mi convinco del fatto che presentare una riflessione filosofica e/o psicologica riguardo la sigaretta e, in generale, il tabagismo, possa essere aberrante per una grande fetta di lettori.

Eppure vorrei sincerarvi del fatto che soprattutto le piccole cose sono quelle che, spesso e volentieri, si lasciano maggiormente gustare e respirare, visto che siamo in tema: dalla conoscenza di tali minuscole cose potrebbe conseguire una maggiore visione d’insieme, non solo di quel che ci circonda, ma anche di noi stessi.

E’ con questa piccola introduzione che desidero indirizzarvi alla lettura di questa breve e, spero, concisa riflessione: abbandonate qualsiasi luogo comune, qualsiasi sensazione aberrante nei riguardi del titolo e della materia in oggetto, ed abbandonatevi alla più primitiva e, se vogliamo, vera conoscenza: quella che deriva dalla curiosità, dallo stupore, o dalla meraviglia.

Con molta sincerità vorrei informarvi che il qui presente è un fumatore: in questa maniera, vorrei rassicurarvi della totale impossibilità che questo scritto possa cadere in asserzioni scontate e quanto mai banali. Penso, per esempio, alla noiosa asserzione che liquida, secondo colui che la pronuncia, qualsiasi desiderio del fumatore di far ulteriore uso del tabacco: “fa male”.1

Non è assolutamente mio interesse giudicare noiosa la persona asserente la formula sopraddetta, quanto invece invitare quest’ultima persona, tanto interessata alla salute altrui, a riflettere sulle cause che portano un essere umano ancora sano a corrompersi divenendo “intossicato”.

Ed è in effetti collettivo guardare alle conseguenze del fumo senza però rinvenirne una qualsiasi forma sintomatologica: un’ipocrisia aberrante, dal mio punto di vista; e così che nasce l’idea base dell’articolo: indagare le cause scatenanti senza cadere nella banalità e nel “già-sentito-dire”. In sintesi, quindi: condurre un’eziologia del fenomeno-sigaretta quanto più filosofico-psicologica possibile.

Vorrei, prima di condurre un’analisi nel particolare, descrivervi il momento in cui l’embrione di quest’articolo ha iniziato a formarsi nella mia mente – essendo ciò direttamente collegato anche con quello che successivamente vedremo – : appollaiato nel solito bar da me ogni pomeriggio che si rispetti frequentato, innanzi ad una tazzina di caffè appena gustato, ecco che mi appresto ad accendermi un’anonima – quanto il fumatore a sé stesso in quel momento – sigaretta; così inizio a pensare.

Tengo a confessarvi che è mio solito pensare nel rituale momento in cui mi appresto a usufruire del mio tabacco, eppure, quel giorno pensai a qualcosa di insolito: guardai la sigaretta, quasi con ribrezzo, come se fosse un qualcosa da aborrire ed odiare – effettivamente lo è – e le chiedo, con la voce della mente: perché ti sto fumando?

Le risposte che affiorarono all’interno del mio interrogato pensiero, ormai confuso come interlocutore e personificazione della sigaretta, erano le più ovvie e, mi si passi il termine, le più becere che mi potessi dare: mi riferisco alle solite risposte che, spesso e volentieri, un non-fumatore fornisce ad un fumatore. 2

Altamente insoddisfatto dall’inadeguatezza e banalità delle mie risposte, decisi in questa maniera di addentrarmi in una ricerca decisamente più meticolosa rispetto a quella spesso, se non sempre, compiuta nei riguardi dell’argomento trattato: come si rappresenta la sigaretta nei riguardi del fumatore? 3

Il discorso viceversa –come si rappresenta la sigaretta nei riguardi del non-fumatore– è stato volontariamente tralasciato a causa di una conclusione non parimenti interessante rispetto al primo caso.

In quanto tale, la sigaretta si presenta come una commistione di pseudo-infinite sostanze nocive e una cartina che le avvolge ed infine con un filtro che cerca di attenuarne l’effetto dannoso. In quanto ente ha la proprietà congenita di esistere e la causa di creazione, per mano umana, è quella economica: la sua vendita. Finora, questa breve analisi, sembra non svelare alcun tipo di rivelazione soddisfacente o quantomeno interessante: indaghiamo, però, ora gli effetti che la sigaretta, in sé e per sé, produce.

E’ praticamente inoppugnabile ed ineccepibile la dannosità del suo lasciarsi annichilire: usufruire del suo essere è per l’uomo esclusivamente ed incontrovertibilmente qualcosa di dannoso.

La condizione che porta la sigaretta da una situazione di esistenza a quella di non-esistenza è semplicemente l’uomo – ironicamente anche colui che la porta da una condizione di non-esistenza a quella di esistenza – : con questo processo di annichilimento, l’uomo è come – anzi, è proprio così – se assorbisse l’essere e l’essenza della sigaretta, conducendoli al suo interno, alla sua di essenza ed al suo essere.

Vorrei farvi riflettere, filosoficamente parlando: la sigaretta, per quel che riesco a pensare ora, sembra essere veramente l’unico tipo di essere che è possibile assimilare all’interno del proprio: in questa maniera, il primo essere – sigaretta – ed il secondo – essere umano – divengono un unicum e diviene impossibile discernere il primo dal secondo e viceversa.

In merito a questo tipo di esempio, subito mi è accorso alla mente il cibo e la sua assunzione: in quanto ente il cibo è, in quanto ente l’essere-ci-è al suo interno ed anche questo viene assorbito; eppure, dovremmo tutti convenire sul fatto che, successivamente all’assunzione delle sostanze realmente importanti, quanto vi è di scarto viene espulso.

I più critici avranno sicuramente già avvistato una possibile contestazione: le sostanze di cui sopra, che permangono all’interno dell’essere umano, non sono anche queste completamente assimilate? Anche queste sostanze, quindi, come la sigaretta, sarebbero in grado di assimilarsi incoercibilmente nell’essere-umano.

A questa intelligente ed attinente contestazione vorrei subito dare una risposta: ritengo, a causa del fatto che le sostanze in oggetto vengano continuamente assimilate da svariate altre che non è nostro interesse, attualmente, verificare, che il loro essere sostanze-cibo in quanto tali, si disperda all’interno di tutte le altre sostanze che le assimilano.

In sintesi: a causa della loro molteplice dispersione, è impossibile il permanere del loro essere; perdono la loro identità.

Fatta questa digressione, penso che possiamo ritornare alla domanda primigenia: come si rappresenta la sigaretta nei riguardi del fumatore?

Il fumatore è, a seguito di quanto abbiamo detto, colui che assimila all’interno del suo essere un altro tipo di essere: quello della sigaretta. L’essenza di quest’ultima risulta essere particolarmente nociva per quanto riguarda la salute del suo assimilatore – l’uomo – : eppure, antiteticamente a qualsiasi logica, l’uomo risulta sentirsi sollevato al posto di provar dolore al pensiero che quel che sta facendo potrebbe ucciderlo.

E qui penso che non ci sia logica che tenga: l’uomo è completamente conscio che la sigaretta lo potrebbe annichilire alla stessa maniera di come lui sta annichilendo la sigaretta. E’ quasi ironico! Oserei dire tragicomico! Eppure, almeno nel sottoscritto, questo tipo di ragionamento paradossale suscita un interesse senza precedenti!

Come è mai possibile che l’uomo, conscio di star conducendo un lento processo di suicidio –visto dall’altra parte, fumare significa nient’altro che questo, se ci pensate–, possa gioirne? Sicuramente non passa neanche nella testa del fumatore che l’indomani potrebbe essere morto a causa della sua dipendenza, e penso che sia rilevabile all’interno di questa non-curanza il fatto che il pensiero del “suicidio” non gli provochi alcunché.

Ponendo da parte questo tipo di discorso, dal taglio forse più psicologico che filosofico – non è nel nostro interesse condurre ora un’analisi del primo tipo – avviamoci verso la fine di questa riflessione aggiungendo a quanto abbiamo detto una piccola ed innocua, involontaria quasi, azione che l’uomo compie subito dopo aver fatto una boccata di fumo: sospirare.

Per spiegarne l’importanza facilmente penso sia conveniente rifarci al gergo comune: molto spesso si dice “tirare un sospiro di sollievo”. Rispettando quest’espressione decisamente gergale, nel momento in cui sospiriamo ci sentiamo effettivamente sollevati: come se ci rassegnassimo positivamente ai nostri problemi, al dolore ontologico e congenito dell’essere umano e, allo stesso tempo, è come se riprendessimo le forze per affrontarli.

Ora vi invito alla riflessione ed a compiere un piccolo allenamento di memoria, anche con l’ausilio di medie “in abstracto”:  quante volte, nel corso di un giorno, sospirate?

Effettivamente non troppe: siete piuttosto decisamente impegnati a continuare la vostra quotidianità, siete occupati nei vostri progetti, nelle vostre problematiche e siete troppo coercitivamente bloccati dal ritmo di una vita decisamente divenuta ormai troppo veloce.

Non avete neanche tempo per un sospiro.

Ipotizzando di aver posto il quesito di cui sopra a delle persone non-fumatrici, ora desidero porlo, viceversa, alle persone che sono dipendenti dalla sigaretta: quante volte, nel corso di un giorno, sospirate?

Senza neanche pensarci sono quasi sicuro che rispondereste alla stessa maniera di cui i vostri compagni non tabagisti; eppure, vorrei sincerarvi di una cosa: a causa della vostra dipendenza, sospirate davvero parecchie volte nel corso di un giorno, a seconda della vostra fascia numerica di sigarette.

Inoltre, molto spesso fumate prendendovi dei momenti di pausa, dei momenti in cui potete rimanere soli con voi stessi, potete raccogliervi in voi stessi, come direbbe Agostino, e potete confessarvi di voi stessi a voi stessi, proprio come lui.

E, tra una boccata di fumo ed un’altra, tirate tanti sospiri, sospiri che sono per voi di sollievo: sospiri emanati da una persona conscia di essersi fermata, di aver rubato al ritmo serrato di cui è permeata la propria quotidianità una piccola fetta per voi stessi; sospiri che, seppur di rassegnazione alla vostra condizione, vi corroborano, vi rinvigoriscono, preparandovi, subito dopo il momento-sigaretta, a riprendere i celeri ritmi.

E’ vero: fumare fa male, ma il perché lo si faccia non è colpa della sigaretta.

Note al Testo:

1: In questo passo non desidero screditare né la persona che asserisce quanto detto, né la veridicità della sua asserzione.

2: Mi riferisco alle cause collettivamente ritenute tali: lo stress, problemi famigliari, problemi lavorativi etc.

3: In parole più semplici: cosa è la sigaretta nei riguardi del fumatore?

Altre mie pubblicazioni: https://independentscholar.academia.edu/SimoneSantamato

Share Button
 
Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato su argomenti che esplorano la crescita personale ed emotiva, puoi seguirmi sulla pagina facebook “Psicologia“ , oppure aggiungermi su Facebook per sottopormi le tue curiosità e i tuoi dubbi.
Vuoi commentare e condividere con noi le tue esperienze ? Iscriviti al gruppo “Psiche e benessere
Se invece stai attraversando un periodo difficile e desideri parlare con uno psicoterapeuta contatta il nostro servizio di consulenza online
 
Trovami qui:

Simone Santamato

Sedicente pensatore, amo la psicologia e specialmente la filosofia; scrivo per varie testate giornalistiche - una delle quali internazionale - con l'auspicio di far riflettere i miei lettori su temi a primo acchito banali.
Trovami qui:

Latest posts by Simone Santamato (see all)

Commenti

commenti