Sulle ali dell’emozione

Definire oggi le nostre emozioni è un qualcosa che si fa sempre più complicato. Siamo immersi in una società iperattiva in cui non vi è nemmeno il tempo per fermarsi a pensare, figurarsi quello per comprendere cosa sentiamo dentro di noi. Sin da piccoli non ci viene mai spiegata la differenza tra la rabbia e la tristezza, tra la gioia e il disprezzo, è un qualcosa che impariamo da soli attraverso l’esperienza. Eppure le emozioni smuovono il comportamento umano, ci insegnano a vivere, ci regalano la bellezza della vita. In psicologia le emozioni sono definite come un complesso stato di sentimenti che ci portano a percepire un’attivazione fisica e psicologica che influenzerà il nostro pensiero. Ma, in  modo specifico, quale potere hanno su di noi le emozioni?

Emozione e motivazione

Kuhl ed Heckhausen furono i principali studiosi sulla ricerca dei processi volitivi. In particolare Heckhausen scrisse un’opera chiamata “Il motivo dell’aspettativa”. Egli indica in maniera chiara il percorso che porta ognuno di noi dai valori che animano la nostra persona alla costruzione di stati motivazionali. Se si riflette su questo aspetto si può presto collegare ad esso l’importanza delle emozioni. Inizialmente esse erano considerate nocive dalle persone in quanto rappresentavano un’eccitazione confusa e non incanalata al contrario delle motivazioni. Tuttavia, in seguito, si iniziò a capire come esse fossero fondamentali nella creazione delle motivazioni. Le emozioni rappresentano un vero e proprio vissuto emotivo per le motivazioni. Se ci pensiamo, infatti, siamo motivati a svolgere azioni che nella nostra esperienza emotiva, nel nostro passato, ci hanno procurato un certo piacere o una certa gioia. Nessuno di noi andrà infatti alla ricerca di una situazione che gli ha provocato paura o panico. Dunque le emozioni, primarie o secondarie che siano, ci avvicinano o ci allontanano da una determinata motivazione. Il processo motivazionale, in sostanza, è un processo che inserisce non solo l’importanza delle attese dei risultati, ma anche la percezione della capacità che ognuno di noi ha di raggiungere quei risultati. Se ci sentiamo sempre delusi, se falliamo continuamente o se non crediamo abbastanza in noi stessi, la nostra motivazione crollerà e sentiremo di non avere più motivo di provare a compiere un determinato compito. Per questo, è essenziale riuscire a canalizzare nuovamente l’attenzione sullo sviluppo delle capacità legata al nostro mondo interno. Senza di esse la fase volitiva non sarà efficace e ci sentiremo continuamente scoraggiati

L’influenza delle emozioni

È evidente allora come sia importante il legame che si crea tra soggetto e mondo esterno. Le emozioni infatti, secondo varie teorie come quella dell’appraisal, emergono in base all’interpretazione che l’individuo elabora di una certa situazione. Per questo lo stesso modello del Rubicone, elaborato da Heckhausen, vede la motivazione come un processo che si istaura nell’interazione tra la persona e l’ambiente esterno. Le emozioni, dunque, non solo predispongono all’azione nella fase chiamata “motivazionale”, bensì orientano l’azione stessa dell’individuo verso una risposta corretta nei confronti della realtà che in quel momento sta affrontando. Allora, cosa è più importante dell’educare al riconoscimento delle proprie emozioni? Un bravo genitore o insegnante dovrebbe provvedere affinché il proprio figlio o il proprio alunno riesca a dare una spiegazione di ciò che lo circonda. Deve insegnargli a riconoscere ciò che prova, deve far sviluppare in lui le capacità dell’empatia e dell’autoconsapevolezza. Di fatto alle volte, in situazioni di crisi, la cosa che si rivela più importante è la capacità di sapersi dare una spiegazione. Così facendo abbiamo la sensazione di controllare ciò che ci circonda ed in tal modo ci sentiremo più padroni di noi stessi e delle nostre azioni. In ambito relazione, se si è privi della capacità di comprendere gli altri si verrà ben presto esclusi e si sarà quindi costretti a vivere in modo emarginato rispetto al resto della società. Chi vorrebbe, infatti, accanto a sé un soggetto incapace di comprendersi e di comprendere?

L’intelligenza emotiva

Nonostante la loro evidente importanza, le emozioni sono lasciate sempre più in balia dell’istinto e dell’impulso. In proposito a ciò un libro molto interessante è stato scritto da Daniel Goleman. In esso vengono racchiuse le principali caratteristiche di ciò che l’autore chiama “Intelligenza Emotiva”. Questo particolare tipo di intelligenza si basa su diverse capacità quali la conoscenza delle proprie emozioni, il controllo di esse, la capacità di motivare se stessi e via dicendo.

“Per risultare più efficaci, gli insegnamenti emozionali devono essere legati allo sviluppo del bambino […]. Un problema è quello di stabilire quando si debba cominciare.”

Questa affermazione, tratta proprio dal libro di Daniel Goleman, fa riflettere su quanto sarebbe utile impartire un insegnamento sin dai primi anni di vita ai giovani che imparerebbero così a saper gestire la loro interiorità. È essenziale saper condurre un “dialogo interno” per rafforzare o mettere in discussione il proprio e l’altrui comportamento. È come se ognuno di noi imparasse ad essere allo stesso tempo educando ed educatore di se stesso. Da qui iniziamo a formare la nostra personalità, attraverso una vera e propria azione educativa di cui siamo soggetto ed oggetto. Questo ci permetterà di crescere e di riconoscere  il nostro Vero Sè. Saremo in grado di non reprimere le nostre emozioni, ma di controllarle attraverso un’analisi di noi stessi.

In un mondo in cui la violenza e l’egoismo fanno da padroni diviene essenziale saper comunicare con l’altro e saper essere aperti alle esperienze che la vita ci pone davanti ogni giorno. Senza le emozioni, agli occhi dell’uomo tutto sarebbe piatto e monotono, non ci sarebbero soddisfazioni, non saremmo spinti a vivere. Pertanto, in quanto ali, le emozioni ci permettono di volare, ma solo nella condizione in cui siamo disposti prima ad apprendere i passi necessari per staccare i nostri piedi da terra.

 

 

 

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