Social: la felicità che trapela da una bacheca

La felicità spopola sulla Rete: non riesci a goderti la vita? Ci pensa mamma Social.

“Riusciresti ad essere felice per dieci giorni di fila? Non hai tempo vero?” è la sfida che lanciano i Social qualche anno fa che ci spinge ad aver tempo per essere felici e a riscoprire il modo per goderci i momenti, dimenticandoci, per una volta, dei nostri impegni: essere felici per 100 giorni di seguito, con relativa documentazione fotografica. Insomma, la velocità del mondo attorno a te ti sommerge? Gli impegni ti soffocano? Ci pensa mamma Social con l’iniziativa #100happydays.

In un mondo di velocità e impegni, iniziative come questa ci portano ad associare un sentimento positivo, quale è la felicità, alla Rete. Significa che, anche in un triste momento della tua vita, deciderai più spesso di scrivere stati positivi per avere l’approvazione di “amici” e sentirti più appagato: in questo modo avrai sdrammatizzato almeno un po’ la tua tristezza. Ma dietro a questa felicità superficiale si nasconde una persona dai mille stati d’animo e pensieri che, nonostante tutto, farà in modo di non permettere agli altri di deridere quella situazione triste e magari pensare a quanto è bella, invece, la propria vita.

Siamo imboccati dalle Rete per goderci la vita. Ma che tipo di felicità ci impone? Un “nuovo” social chiamato Happier, nato nel Febbraio 2013, non permette di scrivere cose tristi, deputato alla sola condivisione dei momenti felici della vita di ognuno. L’obiettivo di Happier è quello di ispirare le persone a essere più felici e la creatrice Nataly Kogan crede fortemente nel progetto, che a suo parere riuscirà a stimolare la positività ogni giorno: a volte ci dimentichiamo di essere felici e ritagliare qualche momento per esserlo non potrà che giovarci.

Spesso le nostre bacheche sono ricche di momenti felici di gente infelice: la vita e le emozioni degli altri attraverso foto e status pubblicati su Facebook ci innescano il più delle volte invidia, depressione e poche altre felicità condivisa. Scatta, così, il desiderio di far apparire anche la propria esistenza più appagante di quanto sia in verità. È qui che inizia un circolo vizioso che, facendoci dimenticare la realtà, ci insegna ad essere felici almeno agli occhi degli altri.

Eccone una prova banale: pensate a una serata pessima in cui un amico prende il cellulare e propone un selfie con il desiderio di condividerlo su Facebook, con una scritta del genere “Bellissima serata tra amici!” (accompagnata da una serie di simpatici smiles). In quel momento si deve essere felici, perché è ciò che si vuol far vedere ed è ciò di cui vogliamo convincerci: così tutti inevitabilmente sorridono. Più in là, rivedendo quelle stesse foto, ne deriverà una sensazione di dissonanza cognitiva, il meccanismo per cui vogliamo trovare sempre coerenza tra ciò che facciamo, crediamo e diciamo: in questo modo, quasi senza accorgercene, cominceremo a giustificare il nostro sorriso e a rivalutare quella pessima serata, come se non fosse andata davvero male perché “In fondo, quella serata è stata davvero divertente … no?”. E così che il circolo vizioso continua.

E allora a quale felicità aspiriamo? A quella quantificata della bellezza dei “mi piace”? Secondo una ricerca dell’Università del North Carolina, la Sindrome dei like comporta una vera e propria dipendenza caratterizzata da un forte rilascio di dopamina. L’organismo sente un forte senso di appagamento tanto che un complimento sincero da un amico non può davvero competere. Ci connettiamo e navighiamo continuamente sui Social spinti dal senso di appagamento derivato dal consenso sociale raccolto sul profilo tramite i “likes”. Il complimento sincero di una persona non è quantificato come una serie di “mi piace” che fanno sorridere ogni volta che ci connettiamo ad Internet: “A 85 persone piace la mia foto!” e ci sentiamo felici. Ne siamo stregati, ma davvero si tratta di felicità?

“Se non c’è condivisione non c’è felicità” ci fa capire Facebook: ma condividere con chi? Con i più di mille “amici” che riempiono le nostre bacheche? Nato come pretesto per socializzare, Facebook lentamente è diventato maschera dei volti diversi che indossiamo, creando milioni di individui che si ridefiniscono per diventare socialmente accettabili. Questo significa che un concetto che vogliamo esprimere viene modificato quasi inconsapevolmente per cercare di attirare il sorriso o l’accettazione degli altri. E così lentamente la nostra identità si conforma.

Il paradosso dei Social è accantonare gli aspetti infelici della vita e ostentare una felicità apparente. Da una parte diventa un modo per estraniarsi da ciò che ci circonda e che ci fa star meglio, dall’altra diventa un modo per rendere facile una vita che in realtà non lo è. Raccontarsi felici, renderà felici?

COME DIVENTARE FELICI?
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Silvia Demita

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