Il Silenzio e le sue Mille Sfaccettature: per un’inversa critica del Dire

Sono davvero molti i filosofi, i letterati e gli intellettuali in genere che si sono espressi sul tema del linguaggio, tanto in chiave semiologica che linguistica. Alcuni autori hanno anche reso il suddetto linguaggio base sulla quale avrebbe poggiato tutto il loro impianto teoretico di pensiero; eppure, non molti, si sono espressi in forma organica sul tema del silenzio. Questo probabilmente perché è molto più interessante e curioso parlare di quanto è manifestamente esprimibile che di quanto risulti essere latentemente detto.

Con questa riflessione non s’intende affatto costruire un sistema organico intorno alla questione del silenzio, quanto invece tentare di portare le menti a riflettere su come il silenzio possa, potenzialmente, esprimere molto più di un discorso. La seguente elucubrazione sarà di stampo filosofico e psicologico, ossia verrà elaborata in forma argomentativa e discorsiva, lasciando non troppo spazio ad argomentazioni belletriste tipiche del codice letterario.

Il presupposto dal quale partire per poi inoltrarci nell’argomentazione è il seguente: se il discorso – gestito dal linguaggio, in qualsiasi sua forma – è il momento del dire, il silenzio, in quanto tale, risulta essere il momento in cui il discorso-tutto è in potenza. Si badi: non un discorso, ma il discorso; da quest’appunto notiamo come il silenzio non apra le porte ad una forma qualsiasi di discorso ma sia invece lo stato di potenza del discorso in quanto tale.

Definito in tal maniera, il silenzio diviene conditio sine qua non il discorso possa esserci: dalla condizione di potenza si passa all’atto, il quale atto altro non è se non il discorso, il linguaggio, l’oscura arte del dire. In questa maniera senza silenzio non ci sarebbe alcun tipo di discorso: lo stato di quiete del linguaggio, espresso dal momento del silenzio – ossia del non-dire – , è il presupposto imprescindibile al cominciamento del dire. Consegue inevitabilmente, in senso logico, il fatto che, in assenza della facoltà del non-dire – del silenzio quindi – , avremmo un perenne ed imperituro momento del dire: dovremmo solamente parlare senza mai avere la possibilità di fermarci, ossia di essere in silenzio.

Come in apertura accennato, si è soliti dire che “il silenzio valga più di mille parole”: donde viene questa – a seguito di quanto sopra detto – non errata massima popolare?
Se volessimo condurre un lavoro di ricerca delle cause e dell’origine di questo periodo quasi proverbiale, potremmo azzardare il fatto che il silenzio venga
ricondotto ad una situazione di reticenza: a volte non-dire qualcosa può risultare maggiormente conveniente rispetto all’esprimersi con parresia. Questo, con ogni probabilità, poiché la forza del linguaggio sta anche nel saper colpire le interiora dell’interlocutore in maniera tale che questo possa anche non riconoscersi più come sé stesso.
Eppure non è un lavoro del genere quello che vogliamo condurre, ossia quello di rinvenire causa ed origine di una tal frase; piuttosto, a seguito di quanto sinora analizzato, il periodo “il silenzio esprime più di mille parole” assume un senso logico ben definito all’interno della nostra argomentazione.

Se, come abbiamo detto, il silenzio è il dire in potenza – tutto il dire in potenza! – , esso, sarà, specularmente al dire in atto, la possibilità che questo possa esprimersi in qualsiasi forma, anche la più imprevedibile: in altre parole, non-dire significa solo, appunto, non dire niente, ma ciò non esclude l’esprimersi.
Esprimere qualcosa significa rendere significante quel che s’intende, il quale significato si rende manifesto non soltanto mediante il dire, ma anche – e soprattutto, azzarderei! – mediante il non-dire, il silenzio.
“Soprattutto” poiché il dire è una limitazione nei confronti del linguaggio: il dire si manifesta con un discorso, un periodo, ben definito, singolo e particolare, il quale certamente può affacciarsi verso altri periodi, ma rimane limitato all’interno del suo stesso significato.

Il non-dire, essendo la possibilità del dire-tutto, esprime nient’altro che la possibilità che si possa dire tutto proprio perché non si dice niente: il silenzio è ansiogeno poiché è l’attesa del manifesto, del dire qualcosa di definito; è l’attesa della limitazione data da un periodo semanticamente ben rinchiuso all’interno di una sintattica che gli sta stretta. Ed all’essere umano l’indefinito fa paura forse maggiormente rispetto all’infinito: di quest’ultimo almeno contempla l’eternità matematica e si rende conto di quanto gli sia impossibile rappresentarselo; ma l’indefinito, l’indefinito è una chimera: non lascia spazio nemmeno per la consapevolezza, e divora qualsiasi punto fermo della rappresentazione umana, lasciando l’uomo in preda ad uno stato di spaesamento e destabilizzazione quasi vicino al non-essere.

[…] il linguaggio del pensiero parla di fondamento dell’essere, di fondamento del divenire, di fondamento movente e fondamento probante

Così esordiva Martin Heidegger, pensatore e filosofo novecentesco, all’interno de “Il Principio di Ragione”(Fabbri, Milano, 1996, p.165), corso universitario tenutosi dal 1955 al 1956.
Anni prima, nel 1927, data della prima pubblicazione del testo egemone della teoretica heideggeriana “Essere e Tempo”, l’autore definisce il linguaggio come “la casa dell’essere” (Sein und Zeit, 157). Capiamo bene, tirando le somme, come il linguaggio, secondo Heidegger, abbia il compito di svelare l’essere, di scalfirlo, perlomeno, in maniera intelligibile.
Questo tipo di pensiero teoretico s’associa perfettamente a quanto proferito in questo scritto: il silenzio, il non-dire – o, heideggerianamente, la mancanza di linguaggio – non può assolutamente tentare di svelare l’essere – essendo questo compito affidato al dire – , quindi la sua facoltà sarà, in modo contrario – come in questo scritto abbiamo potuto vedere – quella di scorgere quanto di non-essere possa risiedere dietro il silenzio.
Se il linguaggio s’affaccia all’in-contemplabile essere, il silenzio, “con la coda dell’occhio”, percepisce il terrorizzante non-essere insito nell’indefinito, nell’assenza di un qualcosa, in questo caso del dire.

Simone Santamato

Altre mie pubblicazioni: https://independentscholar.academia.edu/SimoneSantamato

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Simone Santamato

Sedicente pensatore, amo la psicologia e specialmente la filosofia; scrivo per varie testate giornalistiche - una delle quali internazionale - con l'auspicio di far riflettere i miei lettori su temi a primo acchito banali.
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