Ritratto del desiderio contemporaneo

desiderio

Parlare di desiderio in un’epoca dove tutto sembra possibile e realizzabile può apparire banale, se non addirittura superfluo. Tutti noi conosciamo la dimensione del desiderio. Tutti noi desideriamo. E tutti, dai politici agli economisti, vogliono che desideriamo. E’ il desiderio che spinge l’economia. E’ il desiderio che persegue l’ideale di una vita “veramente” felice. Ma come possiamo definire questa spinta? Qual è la sua declinazione all’interno dell’ideologia iper – capitalista che struttura i nostri tempi?

Desiderio come spinta al consumo. Come voglia di nuovo. Come brama del “pezzo” cool o di tendenza. Desiderio come reiterata e sempre insoddisfatta ricerca del mitico oggetto dei sogni. Che non è mai l’ultimo. Che non sarà mai perfetto. Affinché il desiderio si rinnovi, affinché il consumo sfrenato continui è necessario andare oltre, ricercar altro, consumare ancora, in una spirale vertiginosa in cui la sola costante è la certezza che il nostro desiderio, alla fine, non sarà mai del tutto appagato.

E’ veramente questo il desiderio? E’ veramente questa forza dissipatrice che si dissipa, saltando da un oggetto a un altro, senza sosta né meta?

Lacan definirebbe questo piuttosto come godimento, puro godimento. Illimitato e perpetuo. Senza pace. Che non dà pace. Eccessivo e insoddisfatto.

Desiderio schiacciato dal godimento. Desiderio eclissato nel godimento. Desiderio perso e da ritrovare. Ma dove? Ma come?

Tornando alle origini, ovviamente.

La sua etimologia già ci rivela l’essenziale. Deriva dal latino e risulta composto dalla preposizione de-, che ha un significato privativo, e dal termine siderus, che significa letteralmente stella. Desiderare dunque significa “mancanza di stelle”, perdita di punti di riferimento, nostalgia, lontananza, percezione, appunto, di una mancanza, tensione verso ciò che non si ha, ricerca appassionata.

Da confondere col consumo compulsivo di oggetti, sia chiaro. Non è quello. Il desiderio, in quanto spinta generatrice, motore d’azione, è anche capacità di lavoro, di progetto, di amore. Il desiderio richiede impegno, responsabilità, poiché ci appartiene anche se ci supera continuamente. Tende sempre verso l’Altro, guarda sempre Altrove.

Ma da dove nasce questa spinta?

Sembrerebbe scontato rispondere: in noi stessi; è nel nostro Io che si genera. E’ dalle nostre inclinazioni che esso muove. Per divenire il sostegno delle nostre aspirazioni. Conferma dei nostri talenti.

Niente di più lontano dal vero.

Questa forza dirompente è quasi sempre muta, finché un incontro inatteso, improvviso o insperato le dà voce, corpo e sostanza. Il nostro desiderio non ci è consapevole finché non si incontra l’Altro che lo genera. E’ l’alterità che lo attrae. E’ il non conosciuto che l’alimenta. Ciò significa che non può essere di certo il nostro Io, con le sue intenzioni coscienti, ad averlo determinato. Ma, anzi, questo desiderio prima muto e sconosciuto oltrepassa l’Io. Lo indebolisce. Lo mette in crisi. Perché si rivolge ad Altro da Sé. E questo nostro Io, sempre così fedele a se stesso, non può che esserne scottato. E scosso.

Il desiderio è quindi ciò che più di lontano vi è da questa ideologia del consumo imperante. E che ci imprigiona. Non è godimento, s’intende, fine a se stesso. Non è accumulazione perversa di oggetti che rinforzano un narcisismo ormai iper-trofico e senza confini. Non è ricerca fittizia di un nuovo che è pura e semplice ripetizione di ciò che è già stato. E consumato.

Il desiderio si alimenta di una mancanza esistenziale, non di un capriccio effimero quanto inconsistente. Si genera nell’ignoto e protende verso di esso.

E allora, come fare a recuperarlo nella sua natura più vera? Come riuscire a liberarsi dal giogo di questa spirale edonistica e consumistica, appiattita su se stessa, che de-vitalizza e priva di senso la recherche umana?

Sarà la noia a salvarci. A scuoterci. La noia. L’assenza di nuovo. Mancanza di ossigeno. Nella noia il soggetto fa esperienza del carattere oppressivo della routine. Una vita che si annoia è una vita che può essere disposta alla rivolta, una vita che si apre ad Altro, all’Altro.

Una vita che si annoia è una vita che ha perso il desiderio. E la perdita di esso genera la sua mancanza. La necessità di recuperare ciò che (il desiderio) è inscritto e ci inscrive pienamente nell’umanità.

Annoiatevi gente. Annoiatevi. E iniziate a desiderare, per davvero.

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Anna Mena Rea

psicologa, psicoterapeuta in formazione in gestalt analitica

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