PSICOTERAPIA: LA PROMESSA MAI MANTENUTA – I PARTE

LA PROMESSA MAI MANTENUTA

ovvero  Il Fallimento della Psicoterapia

PARTE I

Z

 

 

La promessa cristiana la conosciamo tutti: “E la verità vi renderà liberi”.

Pochi, però, comprendono come questa stessa promessa sia alla base delle stragrande maggioranza delle psicoterapie.

Da bambini ci insegnano che non si dovrebbero fare promesse che non si possono mantenere. Ma nel mondo della Psicoterapia questo vizietto non si è mai perso. Ciò per un motivo molto semplice. Perdere il vizietto vorrebbe dire distruggere il modello di psicoterapia stesso, con tutte le sue teorie.

È facile infatti inventare teorie anche stralunate o ipercomplicazioni teoriche piene di acronimi che rendono tutto più scientifico, ciò che però è più difficile è condurre le persone fuori dai propri problemi, che è l’ambito della Psicoterapia.

Freud stesso diceva che tutte le cose, una volta venute al mondo, tendono tenacemente a restarvi.

Non fa eccezione la sua stessa creatura: la Psicoanalisi – che le prova tutte quante per restare sul mercato, mescolandosi attraverso processi di ipercomplicazione alle neuroscienze.

(Del resto, pochi ricordano che Freud raccomandava l’utilizzo del metodo psicoanalitico con pochi, selezionati pazienti, ritenendo che altrimenti non avrebbe funzionato. In seguito con gli allievi, e gli allievi degli allievi, la psicoanalisi iniziò ad essere venduta come terapia per tutti i mali nonché come passatempo ideale per gli artisti e gli aristocratici).

 

ZURLO CONSULTING - Psicoterapia

 

Questo trucco, del nascondere la povertà dei risultati nell’ipercomplicazione teorica, è vecchio quanto il mondo.

I matematici, che hanno a che fare con la complessità, sanno invece che una soluzione ad un problema, per essere definita elegante, deve ridurre al minimo possibile ogni inutile complicazione. Ma quando il fumo nasconde l’imbarazzante, minuto pezzetto di arrosto, evviva il fumo.

Complicato, attenti, non vuol dire complesso. Vale anche il contrario. Con parole di Z:

non tutto ciò che è semplice, è anche facile

In psicoanalisi l’idea che scoprire la “verità” risolverà il problema è portante: dov’era l’es deve subentrare l’io, diceva Freud.

Quindi l’idea alla base è che se prendo ciò che è inconscio e lo metto nel conscio i problemi scompariranno.

In realtà se si esamina la terapia ritenuta più “scientifica”, quella cognitivo – comportamentale (che in Italia vuol dire tutto e niente, dato che sono forme ibride dei più svariati tipi) scopriamo che è la stessa cosa, e cioè che bisogna mettere in luce una certa verità “falsa” da sostituire con una verità “vera”, il che risolverebbe il problema.

Ma qui emergono una serie di problemi. Ecco i principali:

 

LA NATURA: Se alcune cose sono al di fuori della nostra consapevolezza è perché è così che funzioniamo, e non mi sembra che l’uomo funzioni poi tanto malaccio, considerando che sopravvive, nel bene e nel male, da un po’ di secoli. Si tratta di un criterio economico del funzionamento dell’organismo nel suo complesso.

Quindi c’è una presunzione nel mettersi contro la propria stessa natura, la quale tuttavia non mi pare funzioni male!

È come se un medico dicesse: “cos’è questa storia che il respiro è al di fuori del controllo cosciente?”. Oppure ancora: “noi riteniamo che il fegato dovrebbe essere spostato nella gamba sinistra, per guarire”.

 

LA LOGICA: Altro piccolo dettaglio. L’operazione non è logicamente possibile. Per operare il processo che conduce a rendere conscio il materiale inconscio dovrò sempre svolgere un processo conscio che produrrà altro materiale inconscio che dovrò rendere conscio con un processo conscio che produrrà altro materiale inconscio che dovrò rendere conscio con un ….. avete capito bene: il processo è infinito, con grande gioia del portafoglio degli psicoanalisti.

 

IL TEMPO: Per trovare “la verità inconscia” serve in genere una terapia che dura molti anni, in genere con due sedute settimanali (questa è un’altra trovata di alcuni terapeuti: se la terapia va bene devo vederti di più. Non ci vuole molto prima che il paziente sviluppi una forte, dannosa dipendenza verso il terapeuta).

Anche nel caso della terapia cognitivo-comportamentale i tempi, al contrario di quel che si crede erroneamente, sono lunghi, perché devo convincerti che una cosa che pensi è falsa e sostituirla con quella che (secondo il terapeuta-oracolo) è quella vera.

 

L’IMPOSSILE CERTEZZA: Tempo a parte. Come faccio a dire che ho trovato la verità? La risposta, purtroppo, è molto semplice: perché io sono l’esperto e tu no.

 

LA PRESUNZIONE: Questo vuol dire che alla base di questo modo di lavorare c’è la terribile presunzione che l’esperto può sapere la verità mentre la povera persona che chiede aiuto, essendo un semplice ignorante, non può saperlo da sola. Anche questo vale non solo per la psicoanalisi ma anche, come vedremo, per la terapia cognitivo-comportamentale, che è non meno presuntuosa, ed anzi è forse ancora più ipertrofica nella sua “sbornia” cognitiva, cioè nel suo credere che tutto parte dalle cognizioni e che la soluzione consiste, esattamente come nella psicoanalisi, nel sostituire il falso al vero e rendere la persona “consapevole” (non si sa mai di cosa, in genere del fantomatico “qui e ora”).

Da “dov’era l’es deve subentrare l’io” a “smontiamo le tue credenze false e sostituiamole con quelle che io so essere vere in funzione del fatto che io so la verità e tu poveretto no”.

 

LE CAUSE Quando si lavora sulle cause (sulla base dell’antico pregiudizio che i disturbi sono effetto di una causa nel passato – in genere nei primi mesi di vita, anzi ultimamente si lavora sul feto e non sto scherzando – e che per risolvere il problema devo lavorare sulla causa nel passato) si impone una interpretazione a fatti così lontani che: 1) non possono essere modificati, in quanto nel passato 2) non possono essere verificati, ma solo interpretati…secondo uno dei tanti modelli di interpretazione dell’esperto, il che significa che se vai da uno ti farà credere che il problema è con tuo padre, da un altro con l’autorità, da un altro con le tue rigidità corporee, e così via fino all’impossibile esaurimento della fantasia dei terapeuti.

A questo punto, e ciò spiega perché le terapie durano tanto, il lavoro del terapeuta diventa educare il paziente alla sua interpretazione, finché il paziente non la farà propria ed il terapeuta sarà ricco e soddisfatto. Anche senza aver risolto il problema.

Quello che occorre osservare è che dal punto di vista scientifico il raffinato epistemologo Karl Popper chiamava “autoimmunizzanti” quelle proposizioni che permettono al terapeuta di stare in una botte di ferro, ovvero quelle proposizioni per cui il terapeuta alla fine ha sempre ragione. Se funziona il merito è del terapeuta, se non funziona la colpa è del paziente e quindi bisogna andare “più a fondo”.

Questo meccanismo ha permesso a certe teorie di, possiamo dirlo, sopravvivere alla loro efficacia (cioè alla loro inefficacia).

Ma supponiamo di avere individuato “la verità”, come facciamo a dire che è “vera”? è un atto di fede o di pura presunzione.

 

PRESUNZIONE PARTECIPATA: In effetti nella presunzione è coinvolto anche il paziente, ma perché funzioni occorre il processo di preliminare indottrinamento tipico non solo delle terapie psicoanalitiche, e che può durare parecchi anni. Questo fa si che in genere i pazienti vengano spesso “riconosciuti”, nei contesti sociali, dopo pochi minuti di stralunata conversazione, rafforzando negli altri la sensazione che andare dallo psicologo non sono non fa bene, ma rincoglionisce (chi scrive non può smentire, purtroppo, questa sensazione, non avendo un coraggio così barbaro). Forse il lettore può ricordare di avere avuto un amico che è andato dallo psicologo o dal terapeuta (o da quell’altro figura non regolamentata che è il counselor) e di averlo trovato molto più stralunato del solito.

 

PROMESSA NON MANTENUTA. OK. Abbiamo la verità. Purtroppo questo non risolve però il problema del paziente. La promessa non è stata mantenuta. Effetto 404 not found. Posso capire che non amo più la mia partner, ma non è detto che la lascerò. Posso sentire e sapere che fumare fa male, ma non è detto che smetterò. Posso comprendere le antiche origini del mio disturbo da attacchi di panico, ma questa comprensione non intaccherà il mio panico.

Posso intuire che uova fritte e bacon non aiutano il mio colesterolo, ed aggiungerci la salsa barbecue gustando tutto in modo quasi divino. Posso sviluppare una fobia o un disturbo ossessivo compulsivo che mi impedisce di andare a lavorare, ma scoprire la causa non lo ridurrà. Se inoltre debbo attenermi ai lunghi tempi della terapia, perderò anche il lavoro e molti anni di vita: questo rende molte terapie dal mio punto di vista assolutamente non etiche.

Quest’ultimo aspetto è veramente importante. Incapaci di produrre effetti concreti sul problema del paziente, i terapeuti crederanno, e vi faranno di conseguenza credere, che bisogna andare “alla radice” e lavorare a lungo e duramente, oppure che è necessario pagare per cicli di sedute dalle quali i pazienti escono senza risultati, spesi a fare fantomatici test più o meno bizzarri e che permetterebbero allo Psicologo-Oracolo di “scoprire la verità” come se i test funzionassero secondo le stesse modalità delle analisi del sangue e come se conoscere (con presunzione) un problema equivalesse già a risolverlo! è facile sviluppare teorie fantasione nelle cui pieghe, le pieghe della complicazione, i risultati si perdono fino a divenire inafferrabili, il difficile è condurre una persona, che si presenta da noi con un problema, fuori da quel problema nel più breve tempo possibile e nel modo quindi più efficace ed efficiente (questa è la vera etica del terapeuta, il resto è, al massimo, morale).

Resiste però ancora l’idea di una sorta di dolorosa espiazione dei propri peccati. E mentre la terapia prosegue insensibili ai risultati concreti e relativi al problema presentato e condiviso, il paziente perderà anni della sua vita, e magari anche il suo lavoro, e magari anche la sua compagna. Tutto questo per scoprire la “verità”, che però non solo non è “vera” bensì solo una delle tante possibili interpretazioni (le quali in genere, ammettiamolo senza problemi, sono estremamente, estremamente fantasiose) ma in ogni caso non va a risolvere il problema che il paziente ha portato!

Scrive Paul Watzlawick, fondatore con Giorgio Nardone della Scuola dove la Z si è formata proprio in quanto unica valida alternativa ai meccanismi qui descritti:

 

Permettetemi di fare un’osservazione per certi versi eretica né nella mia vita personale

(a dispetto di tre anni e mezzo di analisi in formazione)

né nella mia successiva attività di analisti junghiano, né nelle vite dei miei pazienti

mi sono mai imbattuto in questo magico effetto dell’insight

 

zurlo consulting; Psicoterapia
Prof. Francesco ‘M’ Zurlo (nel blog: la Z) – direttore dello Studio di Psicoterapia Zurlo Consulting

 

 

Sperando di avere incuriosito il lettore (e dispiacendomi che certi altri, magari giovani studenti appassionati, potrebbero essersi sentiti un pochino arrabbiati leggendo le cose che in genere non possono essere dette, veri e propri tabu della Psicologia) la Z saluta e rimanda alla seconda parte dell’articolo, nella quale sono inoltre suggeriti validi testi di riferimento e di approfondimento per lo studioso e per il curioso (e non, naturalmente, per il presuntuoso!)

 

 

Note:

Ci scusiamo per aver diviso l’articolo in due parti: sarebbe stato ben troppo lungo;

Ricordiamo, a buon titolo, la regola aurea: se una cosa funziona continua a farla, se vedi che non funziona nonostante un ragionevole lasso di tempo (nel caso della terapia direi almeno le prime cinque, fino a dieci, sedute) pensa che forse sarebbe meglio cambiarla: se non ha funzionato prima, cosa dovrebbe farla funzionare dopo un anno, o due anni, o tre anni?

è chiaro che quanto qui contenuto è il punto di vista di chi scrive, come è chiaro che chi volesse non essere d’accordo non lo sarebbe dal suo personale punto di vista. Nessuno può ergersi a detentore della verità e nemmeno difendersi dietro la pallida, equivoca e ingannevole idea di “neutralità”, la quale non esiste, o come una donna capacissima ed abile letterata scrisse nei suoi appunti: si scrive per attaccare o per difendere un sistema del mondo, per definire un metodo che ci è proprio.