Sulla problematica ripresa scolastica, e sulla psiche di un bimbo positivo alla Covid-19

La riapertura delle scuole è seriamente in pericolo.

Possiamo analizzare o interpretare i dati del bollettino epidemiologico quotidiano quanto ci pare e piace, assumendo un atteggiamento ottimistico o allarmistico, eppure ci troviamo comunque innanzi ad un migliaio – ieri quasi [22/08/2020,ndr] – di casi giornalieri.

In altri paesi dove le scuole sono aperte, vi è una recrudescenza epidemica che ha portato il governo a chiuderle(https://www.huffingtonpost.it/entry/la-germania-gia-richiude-oltre-100-scuole_it_5f40bc89c5b6305f3257c33d?fbclid=IwAR3P7j6X0EI-YlMByri2-cWGlaPtJIZvdXWRQVDRW9FNmpESZ4laha11oOc): i bambini, così come gli adolescenti, pur sviluppando sintomi che – nella maggior parte dei casi – non sono tanto gravi da essere di competenza del sistema sanitario (e quindi non pesano neanche su quest’ultimo), risultano essere contagiosi tanto quanto coloro che, invece, sviluppano forme più gravi di malattia.

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Virologicamente non sappiamo ancora se il virus si sia indebolito, ed epidemiologicamente abbiamo un andamento migliore solamente perché, grazie a screening e tracciamenti – più o meno – efficienti, scoviamo giovani asintomatici e paucisintomatici. Eppure non mancano i casi gravi anche tra i giovanissimi (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/20/diciassettenne-ricoverato-in-terapia-intensiva-dopo-febbre-sintomi-gastrointestinali-e-positivo-al-covid/5905365/ ; https://www.ilmessaggero.it/salute/storie/giovani_in_condizioni_serie_puglia_polmonite_covid_ultime_notizie_news-5406821.html): riaprire le scuole, accelerando inevitabilmente la diffusione del virus significa assumersi la responsabilità che, seppure in casi rari, il giovane/giovanissimo contagiato possa rischiare la vita o comunque essere degente presso un nosocomio.

Non morirà, certo: ma non è certamente una gita di piacere, la sua. I risvolti psicologici dietro una esperienza del genere possono essere i più disparati: da una lenta rimozione che potrebbe causare nevrosi in età più adulta (questo secondo il metodo psicoanalitico) ad un grave sindrome post-traumatica che potrebbe portare il ragazzo – o bambino che sia – ad avere gravi problemi nell’interazione con l’altro.

Focalizzando l’attenzione sulla psiche di un bimbo positivo alla Covid sviluppante una sintomatologia importante, sarebbe, infatti, opportuno ricordare come la malattia Covid-19 la si acquisisca tramite un virus che, la stragrande maggioranza delle volte, viene incontrato a causa di un semplice parlare con l’Altro: se nella coscienza di un adulto è a fuoco l’idea che il contagio sia involontario, non è detto lo sia anche nella mente del bimbo, il quale potrebbe sviluppare un rifiuto/fobia delle zone che lo espongono al contatto con l’Altro.

Questo senza contare come, essendo positivo, e vivendo plausibilmente con la famiglia, questi avrà quasi certamente contagiato i genitori, e con loro i nonni, soggetti maggiormente a rischio.

Non solo: essendo andato a scuola potrà aver contagiato i compagni, per i quali vale lo stesso discorso fatto per il contagiante. Non è ancora finita: anche il docente, potrebbe essere stato contagiato. E’ stato detto che, nel caso un alunno dovesse avere sintomi simil-influenzali (quindi anche se dovesse avere una innocente febbre da sbalzo di temperatura o comunque non da Sars-Cov-2), l’intera classe – ed il docente – debbano essere messi in quarantena.

Fin qui va anche bene, ma stiamo dimenticando come il suddetto docente spesso e volentieri possieda più classi, ed alcuni lavorino anche presso più istituti: ebbene, quaranteniamo interi istituti? Capite bene come semplicemente questa gestione non è attuabile. E quindi: non apriamo, semplicemente, le scuole?

No, al contrario: apriamole. Ma dovremo essere pronti al rischio, e non so se, concretamente, lo siamo davvero.

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Simone Santamato
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