Il Perdono. Quando un torto diventa un’occasione per-DONARE

Il Perdono.Quando un torto diventa un’occasione per-DONARE

Tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo subito un’ingiustizia a causa di una o più persone. Per quanto possiamo essere accorti, è solo una questione di tempo e la cosa avverrà e sarà fuori dal nostro controllo. Ma di fronte al torto subito possiamo giocarci la nostra libertà: dare libero sfogo alla rabbia, al rancore, lasciare che il fuoco dell’ira arda fuori e dentro di noi oppure scegliere una strada più complessa, difficile da attuare: il perdono.

La prima risposta è la più istintiva, primitiva, se vogliamo; è apparentemente più soddisfacente ma, lascia dietro di sé un terreno bruciato e sterile. Al contrario, la seconda evenienza, sebbene implichi una forte volontà e uno sforzo non indifferente, pone le condizioni per il raggiungimento di un migliore benessere personale.

Everett Worthington, uno tra i massimi esponenti sugli studi del tema del perdono e professore della facoltà della Virginia Commonwealth University, considera il perdono come una sostituzione di stati emozionali legati ad emozioni calde (come rabbia e paura), derivate da una lunga e tortuosa meditazione che alla lunga porta al rimuginio e quindi al rancore, con stati emotivi positivi che riguardano l’amore disinteressato, l’empatia e la compassione.

Perdonare non implica necessariamente la riconciliazione con l’offensore: è possibile decidere di perdonare e, contemporaneamente, mettere fine ad una relazione spiacevole. Questo non significa accettare, tollerare o ignorare la nostra sofferenza e il sopruso subito, ma riflettere sulla possibilità di donare attraverso la propria volontà, in maniera del tutto gratuita il perdono.

Iniziare il complesso percorso di accettazione che porta a donare il gesto altruistico del perdono senza doppi fini, permette, nel lungo termine, di accettare quanto accaduto, mettere da parte il rancore accumulato e lasciare che la propria vita riprenda con una prospettiva fiduciosa verso il futuro.

Chi dovesse leggere questo articolo per caso, curiosità o interesse, potrebbe trovare alcuni spunti per riflettere su qualche accadimento passato che ancora “brucia” e decidere, magari, di accettare la sfida di intraprendere un percorso di accettazione e di perdono.

A questo proposito vorrei parlarvi di un fatto realmente accaduto. La mattina di Capodanno del 1996, un uomo riceve una chiamata dal fratello: «È successa una terribile disgrazia, mamma è stata uccisa. C’è sangue sul tappeto, sui muri, dappertutto…». L’uomo si precipita sul posto dell’omicidio a Knoxville, dove l’anziana madre risiedeva e apprende le circostanze: la casa vandalizzata, la madre picchiata a morte con una spranga di ferro e una mazza da baseball, stuprata con una bottiglia. Nonostante l’orrore vissuto, l’uomo si avviò in un percorso che lo porterà a perdonare gli artefici di una tale barbarie. Egli, in seguito, definì il processo attraverso cinque fasi che definì REACH (acronimo formato dalle iniziali di ognuna delle frasi e gioco di parole dal verbo «to reach» «giungera a» e quindi riuscire a perdonare) che vale la pena leggere per comprendere che nulla è impossibile alla propria volontà. L’uomo in questione era il già citato Everett Wothington.

 

Come imparare a perdonare

R – Rievocare il ricordo del torto subito nel modo più oggettivo possibile affrontando i propri sentimenti. Provare a ricordare innanzi tutto la situazione, magari visualizzandola anche con l’aiuto di un amico, in un secondo momento capire i pensieri soggiacenti al fatto ed infine le sensazioni emotive provate.

E – Empatia. Provare a mettersi nei panni del colpevole per cercare di capire perché quella persona ci ha fatto o vi fa del male. È complesso, ma inventare una storia plausibile che il colpevole racconterebbe, è il primo passo per arrivare all’accettazione del torto subito. Delle tecniche per facilitare l’identificazione empatica potrebbero essere ad esempio: lettera di spiegazione che consiste nello scrivere una lettera come se fossimo la persona che ci ha ferito e in cui vengono spiegate emozioni, motivazioni e pensieri. L’esercizio può aiutare a comprendere perché l’altro ha compiuto l’atto, indipendentemente dall’esattezza delle motivazioni che si riescono a presentare. Comprendere la storia dell’offensore ci consente di entrare nel suo vissuto e di capire le motivazioni reali di un comportamento spiacevole o malevole nei nostri confronti.

A – Altruistico. Concedere, una volta entrati nel vissuto del nostro aggressore, il dono del perdono; un passo difficile quanto essenziale. Per rendere l’esercizio un po’ meno complesso potrebbe essere utile ripensare a un episodio in cui voi eravate in colpa e colpevoli siete stati perdonati. Provate a ripensare alla sensazione di gratitudine per questo atto. Il dono del perdono, tuttavia come evidenziato più sopra, non va concesso a nostro beneficio ma per il bene del colpevole.

C – Confermare pubblicamente il proprio perdono magari sulle note o appunti del proprio smartphone, scrivendo una canzone, una poesia, o ancora provando a dirlo ad un amico intimo.

H– Saper tener fede (Hold to in inglese). Un altro passo difficile che consiste nell’essere saldi nel proprio proposito, perché i ricordi del sopruso subito torneranno senz’altro a ripresentarsi. Perdonare non significa cancellare e ricordare non significa non perdonare; d’altra parte rimanere troppo tempo sul ricordo spiacevole e rimuginarci sopra può alimentare propositi di vendetta e rendere più difficile il processo di donare il proprio perdono.

A chi dovesse risultare utopico e smielato questo proposito, vorrei far presente che esistono più di otto studi documentati a certificare l’efficacia del REACH di Worthington. Uno tra i più famosi è quello di un gruppo di ricercatori della Stanford University guidati da Carl Thoresen (2001). Nello studio sono stati assegnati a 259 adulti, presi a caso, un training sul perdono di nove ore organizzato in sei sessioni da novanta minuti; a un altro gruppo è stato assegnato un compito di controllo che si limitava a valutare i torti subiti.

Ciò che emerse dalla ricerca fu che il gruppo che aveva seguito il training sul perdono risultava avere minor collera, minor stress, maggiore ottimismo e un miglior stato di salute e, straordinariamente, una maggiore disposizione al perdono rispetto al gruppo di controllo.

Marco Diella

CONTATTO LINKEDIN MD

 

Bibliografia:

WORTHINGTON, E.L. (2003). L’arte del perdono. Milano: Gruppo Editoriale Armenia.

HARRIS, A. H., THORESEN, C. E. (2005). Forgiveness, unforgiveness, health, and disease. Handbook of forgiveness, 321-333.

 

 

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Marco Diella

studente in Psicologia Clinica ed Educatore at Centro Pronto Intervento Minori
Laurea triennale in "Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione" (2016) e laurea specialistica (in corso) in "Psicologia Clinica e di Comunità" presso l'Università Pontificia Salesiana.
- Da novembre 2016 impiegato in qualità di educatore presso le realtà dei CPiM (Centro Pronto intervento Minori).
- Docente formatore e collaboratore occasionale per l'ufficio Salesiani per il Sociale – Federazione SCS/CNOS.
- Coordinatore e volontario per l'associazione Amma Heima presso "Policlinico Umberto I".
- Responsabile e coordinatore dell'animazione dei ragazzi per l'associazione Cerchi D'Onda onlus.
- Social master (ideazione contenuti social e materiale multimediale) per il progetto "IN-formazione Politica".

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