Pensieri lasciati prima del suicidio

Nonostante vi siano delle regole deontologiche molto chiare in materia, la trattazione giornalistica dei casi di suicidio in Italia è sempre stata fonte di polemiche quando non apertamente di incresciosi errori. Dal canto suo, consapevole del problema, l’Organizzazione Mondiale della Sanità suggerisce linee guida precise e dettagliate per proteggere i congiunti e i familiari nonché evitare casi di emulazione. Linee guida cui non sempre i cronisti che riportano all’attenzione pubblica casi di suicidio finiscono per attenersi. L’atto di togliersi la vita, infatti, è un gesto così drammatico ed “estremo” da non passare certo in secondo piano; risultando una notizia “appetibile” in termini di interesse pubblico e recezione giornalistica. Ipotizzare di non trattare notizie del genere è francamente impensabile. Non soltanto per meri termini di attenzione, bensì per la precisa aderenza dell’atto del suicidio a ciò che concerne il diritto/dovere di cronaca. Riflettere sul fatto che non troppi decenni fa il suicidio era sostanzialmente negato dall’opinione pubblica (soprattutto da parte di quella di matrice religiosa), quando non apertamente camuffato per non gettare discredito sulla famiglia medesima, dovrebbe farci capire quanto difficoltoso è il nostro rapporto con notizie del genere. E, allo stesso tempo, quanta attenzione debba essere posta sulla sua medesima trattazione.

Nel corso dei secoli numerosi pensatori, antropologi, scienziati, filosofi e letterati hanno indagato questo “lato oscuro” della condizione umana, cercando di trarre (in maniera più o meno convincente) delle ricorsività, in modo da circoscrivere il fenomeno in una sfera d’indagine più profonda e accurata. Inutile dire che tutta questa mole di lavoro, in molti casi frutto di menti eccelse e assolutamente scientifiche (penso, ad esempio, al sociologo francese Émile Durkheim), si scontra con l’evidenza che la ragione (o le ragioni plurime) che spinge un essere umano a privarsi della vita è così profonda da apparire soltanto in superficie agli occhi di chiunque altro. Evidenza da cui non può esimersi nessuno studioso, giornalista, filosofo, et similia che decida di approcciarsi alla trattazione del suicidio. Ecco quindi che parlare di suicidio e di ricezione mediatica del suicidio diventa un argomento estremamente complicato e pericolante. Con il rischio ad ogni passo di cadere nell’approssimativo o nel banale. Non l’amore bensì il politically correct, parafrasando Ian Curtis, ci farà a pezzi.

Quando ero ancora un giovane studente universitario alla facoltà di lettere di Ca’Foscari a Venezia ebbi la fortuna di partecipare a un corso di “filosofia e letteratura” tenuto da uno dei massimi conoscitori dell’opera di Giacomo Leopardi (autore che trattò in maniera estremamente profonda la tematica del suicidio in testi come il “Bruto Minore” o il “Dialogo di Plotino e di Porfirio”). Questo professore, uomo tanto colto quanto schivo e riservato (non di rado lo si incontrava tutto solo in attesa del vaporetto a leggere classici latini o greci), tenne un corso sul parallelismo tra il pensiero dell’antropologo René Girard e quello di Marcel Proust, esprimendosi in un concetto che mi avrebbe fatto riflettere negli anni successivi. «Vedete» disse a noi studenti, alzando la mano al cielo e fissando il vuoto quasi fosse stato davvero posseduto da chissà quale eroico furore «come lo scrittore giunge molto più in profondità dell’antropologo. Come centra il punto con più precisione del filosofo, o del sociologo!». Mi colpì molto quell’enfasi, e mi colpì maggiormente il concetto espresso. Davvero Proust ci raccontava di più della società francese di quanto avesse mai fatto qualunque storico! Lo stesso dicasi per Dostoevskij, o Nietzsche (scrittore, prima che filosofo) e molti altri autori che, grazie alla mediazione della parola, erano riusciti a dare forma a pensieri estremamente profondi e complessi secondo modalità accessibili a un pubblico ben più vasto. Riuscendo, così, nell’ardua impresa di trasformare una meditazione personale su una tematica comune in un’opera d’arte capace di spingersi ben al di là del ruolo cui spesso le viene ascritto.

Ecco perché, nel parlare di suicidio e rapporto coi media, tenendomi ben alla larga del politically correct, vorrei parlare delle lettere che importanti autori (non solo letterari, come si vedrà) hanno lasciato alle loro spalle. Perché nulla è banale in un’esistenza che ha cercato di raccogliere sensazioni diffuse cercando di introiettarle secondo sensibilità estremamente individuali e singolari. E nulla vi è di più individuale e singolare del rapporto con la vita e, per estensione, con la morte. Credo che le parole che seguiranno finiranno con lo stupire chiunque si troverà a leggerle. Non tanto per semplice curiosità, bensì per delicatezza di pensiero, consapevolezza di azione, diversità di causa scatenante o destinatario.

 

– Romain Gary (1914-1980):

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sulla vita dello scrittore francese (nato però a Vilnius, in una famiglia russo-ebraica, con il nome di Roman Kacew) si potrebbe davvero fare un film, tali e tanti sono gli aneddoti che l’hanno costellata. Aviatore durante la seconda guerra mondiale, diplomatico per la Francia post-bellica, gran viveur, Romain Gary fu il primo scrittore a vincere due volte il Premio Goncourt (la prima volta a nome Romain Gary, poi con lo pseudonimo di Émile Ajar), avvalendosi della pratica narrativa dell’eteronomo, ovvero della creazione di una figura fittizia con autonoma storia, biografia e stile dietro la quale occultare la reale identità dell’autore. Maestro di tale pratica fu lo scrittore portoghese Fernando Pessoa (autore, tra l’altro, de “L’educazione dello stoico”, diario della presa  di coscienza del suicidio da parte del suo eteronomo Barone di Teive: figura che, secondo gli studiosi di Pessoa, è finita con il somatizzare gli istinti suicidi dell’autore stesso), cui Gary non poteva certamente non guardare nell’atto di creare la figura di Ajar. Nel dare vita al suo eteronomo Gary fu così bravo che venne scoperto soltanto dopo la sua morte. In vita era riuscito a beffare tutti. Giurati del Goncourt compresi. Gary si tolse la vita nella sua stanza d’appartamento parigina in rue du Bac il 2 dicembre del 1980, per mezzo di un colpo di pistola. Un anno prima la sua seconda ex-moglie, l’attrice Jean Seberg (nota soprattutto per il ruolo di Patricia in “Fino all’ultimo respiro” di Godard) si era suicidata con un’overdose di barbiturici. Le ultime righe lasciate da Gary accennano proprio a ciò:

«Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove»

Prima di vergare queste poche righe e di togliersi la vita, Gary aveva sistemato con cura il suo appartamento e aveva indossato una veste da camera comprata di recente. L’aveva scelta appositamente rossa: non voleva che il sangue colato dal suo corpo finisse con lo spaventare chi lo avesse rinvenuto privo di vita.

 

– Cesare Pavese (1908-1950):

cesare pavese - suicidio

scrittore, poeta, saggista, traduttore, consulente editoriale, Cesare Pavese ha dedicato la sua esistenza alla letteratura, occupandosi di quasi tutti i campi che tale forma espressiva può mettere a disposizione di un essere umano. Fu tra i primi, se non il primo, a tradurre in Italia i maggiori autori otto/novecenteschi americani (Herman Melville, Sherwood Anderson, William Faulkner), dedicandosi alla loro diffusione e conoscenza. Collaborò a lungo per la casa editrice Einaudi, fino a quando il suo status di antifascista glielo permise. A causa di ciò subì un anno di confino (1935-36) in Calabria, nel paese di Brancaleone. Ritornato a Torino continuò la sua attività di traduttore fino al 1943, quando fu costretto ad abbandonare la città e rifugiarsi nelle colline del Monferrato per sfuggire ai repubblichini. Terminata la guerra, riprese a lavorare presso Einaudi, implementando la sua attività di poeta e prosatore. Se la vita letteraria di Pavese fu colma di soddisfazioni e rispetto, non lo stesso accadde per la vita sentimentale e per la sua fragilità nervosa. Dai suoi diari emerge che il pensiero del suicidio si annidava da diverso tempo nella mente dell’autore, e che le numerose delusioni d’amore non avevano fatto altro che aggravare tale situazione. Situazione già minata da una fragilità che lo stesso Pavese non aveva mai nascosto, bensì traslato nelle sue pagine diaristiche o narrative. Il 27 agosto del 1950, a soli due mesi dalla vittoria dell’ambito Premio Strega, Pavese fu trovato morto nella stanza di un albergo torinese affittata il giorno precedente. Un’overdose di sonniferi aveva messo fine alla sua esistenza. Sul tavolino della stanza aveva lasciato una copia dei suoi “Dialoghi con Leucò”, sulla cui prima pagina aveva scritto:

«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi»

All’interno del libro vi era poi un foglietto autografo con tre frasi: una citazione tratta dal libro, «L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia», una tratta dal proprio diario, «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti», e l’ultima rivendicazione, «Ho cercato me stesso».

 

– Virginia Woolf (1882-1941):

suicidio - virginia woolf

la scrittrice britannica Virginia Woolf ebbe una vita psicologica travagliata a causa dei numerosi lutti che la colpirono in giovane età, nonché per gli abusi che subì in gioventù da parte dei fratellastri. Soffrì di numerosi esaurimenti nervosi e ricorrenti crisi depressive, contro le quali lottò con forza. Autrice di importantissimi romanzi come “La signora Dallaway” e “Gita al faro”, Virginia Woolf fu anche un’attivista per i diritti femminili, impegnandosi direttamente con le “suffragette” affinché il diritto di voto venisse esteso anche alle donne. Nonostante le crisi depressive, Virginia lavorò fino all’ultimo, contribuendo allo sviluppo della tecnica stilistica del monologo interiore già sperimentata da autori come Joyce, Proust o Italo Svevo. L’aggravarsi delle crisi e la paura crescente per gli sviluppi della seconda guerra mondiale spinsero, però, la Woolf al compimento del gesto estremo già tentato in precedenza. Il 28 marzo del 1941 si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare in un fiume poco distante da casa. L’ultima, commovente, nota fu per il marito:

«Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V.»

Dietro di sé lasciò una produzione letteraria di estrema qualità, nessun tipo di rancore e una rivendicazione di felicità indiscutibile.

 

– Kurt Cobain (1967-1994):

suicidio - Kurt Cobain

in qualità di toccante songwriter, Kurt Cobain entra di diritto in questo nostro breve elenco. Simbolo di un’intera generazione, mito autodistruttivo, icona pop: parlare di Cobain in poche righe sarebbe troppo difficile per chiunque. Non mi cimenterò, quindi, in quest’ingrato compito. Da un’adolescenza difficile a un successo planetario in meno di vent’anni. Nel mezzo, una dipendenza da eroina, una fragilità mai negata, l’impressione di essere finito in un gioco assurdo, maledettamente più grande di sé. Gli ultimi giorni del leader dei Nirvana sono stati descritti in modo straziante (e pressoché asettico) dal regista Gus Van Sant nel film “Last Days”. Nonostante le tesi “complottiste” vogliano Cobain vittima della moglie Courtney Love, le ultime parole scritte dal cantante dei Nirvana prima di suicidarsi furono proprio per quest’ultima e per loro figlia Frances:

«[…] mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

Pace, amore, empatia. Kurt Cobain.

Frances e Courtney, io sarò al vostro altare.

Ti prego Courtney continua così, per Frances.

Perché la sua vita sarà molto più felice senza di me.

VI AMO. VI AMO.»

La lettera d’addio di Cobain fu scritta sotto forma di lettera a “Boddah”: l’amico immaginario della sua infanzia. Tra i sogni del Cobain bambino vi era quello di entrare nel “club dei 27”: il club di artisti “maledetti” morti prematuramente all’età di 27 anni. Un colpo di fucile alla testa glielo permise.

 

 

– Heinrich Von Kleist (1777-1811):

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dopo aver perso i genitori in giovane età, Von Kleist venne educato da un pastore luterano. Raggiunta la maggiore età si arruolò nell’esercito prussiano, che servì per circa un decennio. Congedato, studiò legge e filosofia a Francoforte, iniziando a dedicarsi alle prime prove drammaturgiche. All’inizio il consenso del pubblico gli arrise, permettendogli di ritagliarsi un posto come autore di spicco del Romanticismo. In contatto con personalità quali Goethe e Schiller, Von Kleist alternò periodi di ispirazione a crisi artistiche condite da atti inconsulti e gesti autodistruttivi, quanto meno a livello compositivo. Von Kleist cercò continuamente una felicità che riteneva illusoria già in partenza, avendo reinterpretato il messaggio kantiano in chiave decisamente pessimistica. La confessione di come la lettura di Kant lo sconvolse avviene dalle sue numerose lettere, in cui si lascia andare a paure e delusioni. Paure e delusioni che lo colpirono negli ultimi anni di vita, quando i suoi drammi furono accolti con estrema freddezza dal pubblico. Il 21 novembre del 1811, a Berlino, Von Kleist pose fine prima alle sofferenze dell’amica Henriette Vogel la quale, malata di tumore, gli aveva chiesto di porre fine ai suoi dolori. Poi ripeté l’operazione su di sé. Alla sorellastra Ulrike dedicò la sua lettera d’addio:

«Non posso morire senza essermi riconciliato, contento e sereno come sono, col mondo intero e soprattutto con te, mia carissima Ulrike. Lascia, l’affermazione precisa è contenuta nella lettera ai Kleist, lascia ch’io mi ritiri. In realtà, tu hai fatto per me non dico quanto stava nelle forze di una sorella, ma nelle forze di una creatura umana, al fine di salvarmi: la verità è che per me non c’era aiuto possibile sulla terra. E ora addio; possa il cielo donarti una morte solo a metà così gioiosa e indicibilmente serena come la mia: questo è l’augurio più cordiale e più profondo che io possa concepire per te.»

Così come Virginia Woolf, anche Von Kleist rivendica serenità e consapevolezza dell’atto che va a compiere. Similmente all’autrice britannica, poi, dedica il suo ultimo pensiero a chi, in vita, ha fatto di tutto per salvarlo dal male che covava dentro.

 

– Sergej Esenin (1895-1925):

suicidio - Esenin

Esenin fu una sorta di Rimbaud russo non tanto per lo stile, quanto per la facilità metrica e per la velocità con cui il suo talento esplose. Autore di poesie fin dai nove anni, Esenin si trasferì a San Pietroburgo, dove emerse tra i circoli culturali della città. Inizialmente poeta di tendenze romantiche e bucoliche, Esenin si spostò verso la lirica civile in seguito alla rivoluzione d’Ottobre e alla delusione da essa scaturita. Iniziò quindi a criticare il governo bolscevico, venendo attenzionato dalla GPU, la polizia segreta del regime sovietico. Nel frattempo, oltre che alla poesia, Esenin si dedicava alla sua passione per l’alcol e le donne. Nel 1922 sposò in seconde nozze la famosa ballerina statunitense Isadora Duncan, nonostante non sapesse una parola di inglese e lei conoscesse soltanto una ventina di parole russe. Il matrimonio durò un solo anno, nel corso del quale Esenin “ricoprì” la parte del signor Duncan negli Stati Uniti, acuendo il suo alcolismo e il suo senso di insoddisfazione. Ritornato in patria, si abbandonò ancora di più all’alcol, con il solo conforto della poesia. Sposò in terze nozze (dichiarate, però, nulle) una nipote di Tolstoj, la quale non riuscì ad evitargli l’ennesimo ricovero in un ospedale psichiatrico. Nel 1925, in seguito a un incontro casuale, Majakovskij scrisse di Esenin: «…con la più grande difficoltà ho riconosciuto Esenin. Con difficoltà, pure, ho rigettato le sue richieste persistenti di bere insieme un aperitivo, richieste accompagnate dallo sventolio di un pingue mazzo di banconote. Tutto il giorno ho avuto quest’immagine deprimente di fronte ai miei occhi, e la sera, ovviamente, ho discusso con i miei colleghi su cosa si può fare per Esenin. Purtroppo, in una situazione del genere, si limitano tutti a parlare». Pochi mesi dopo quell’incontro, Esenin fu trovato morto nella sua stanza d’albergo. Ebbe funerali tanto solenni quanto ipocriti: il regime voleva liberarsi in fetta della sua memoria. Le sue ultime, bellissime, poesie infatti videro riconosciuto il proprio valore solo dopo il 1966. Il giorno prima di morire, Esenin consegnò a un amico la sua ultima poesia: era una poesia d’addio che aveva scritto con il proprio sangue:

«Arrivederci, amico mio, arrivederci. / Mio caro, sei nel mio cuore. / Questa partenza predestinata / Promette che ci incontreremo ancora. / Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola / Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli. / In questa vita, morire non è una novità, / ma, di certo, / non lo è nemmeno vivere.»

A un anno esatto dalla morte del poeta Galina Benislavskaja, la sua più cara amica, si suicidò sulla sua tomba. L’assenza dell’amato amico le era insopportabile.

 

Confesso di avere riflettuto molto prima di scrivere questo articolo. Rapportarsi con una tematica così dura è sempre qualcosa di tanto ostico quanto delicato. Vi sono così tante sfumature e sfaccettature nel trattare il suicidio che il rischio di rivelarsi fuori luogo, inopportuni, poco delicati o banali è sempre dietro l’angolo. Credo, però, che tutte le frasi che ho raccolto e citato, nonché le vite e le opere (entità che, nel caso di un artista, non possono essere divise) dei personaggi proposti, portino in sé una chiave di lettura che vale la pena conoscere. Sulla quale è necessario riflettere. Il conforto e il confronto che esce dalle loro parole è un aspetto affatto secondario nella trattazione di un fenomeno come quello del suicidio, e la freddezza della trattazione scientifica o la banalità della trattazione “scandalistica” si situano in uno spazio decisamente lontano. In un mondo che non ha nulla a che vedere con i sentimenti raccolti e condivisi.

Ritornando al mio vecchio professore di “filosofia e letteratura” e alla sua passione leopardiana, credo che il senso di quest’analisi stia tutto nelle parole che Leopardi fa dire a Plotino nel già citato dialogo con l’amico Porfirio: «Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme […]».

Perché ciò che aiuta nei momenti di difficoltà è proprio il conforto e la riflessione. Aspetti che, però, non possono essere vissuti in maniera singolare, bensì comune. Unitaria. L’accento che pone Plotino sulla necessità di condividere i dolori dell’amico Porfirio è forse la prova più tangibile che per ogni silenzio vi è un’intercapedine di ascolto pronta a spalancarsi. Un’intercapedine pronta a trasformarsi in uno spazio ampio e condiviso.

Uno spazio talmente grande da inghiottire qualsiasi tipo di voragine interiore.

 

 

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