Le paure non cambiano, ma ci cambiano.

Avere paura. Sentirsi insicuri, fragili, indifesi. Sembrano essere condizioni non contemplate né contemplabili, in un’epoca dove il “divenire”, il fare, l’agire sono diventati un leitmotiv ormai fin troppo familiare.

Bisogna essere smart, multi-tasking, forti. Iper-capaci. Imprenditori di sé stessi che impiegano le proprie risorse al meglio, efficientemente, senza arretrare il passo né arrestare il cammino di fronte le difficoltà.

paure

In marcia costante. Ma verso cosa? Verso il nuovo? La felicità?

No. Verso il non sentire. Ubriacarsi di sensazioni, immergersi e sommergersi tra gli innumerevoli stimoli offertici paradossalmente ci anestetizza, ci atrofizza. Proiettati continuamente verso l’esterno manchiamo continuamente di volgere lo sguardo dentro di noi. Non ne abbiamo il tempo. O meglio, non ne abbiamo il coraggio.

Sì, il coraggio. Perché guardarsi dentro fa paura. Chissà perché poi. Cosa potremo mai trovarci poi dentro?

Paura, appunto. Fragilità. In poche parole, umanità. Presi dal mito del super-uomo, cresciuti in una cultura che ci vuole macchine vincenti sempre, unici e titanici creatori del proprio destino, non ammettiamo sbagli, non accettiamo tentennamenti. Né tolleriamo incertezze. La fragilità, l’insicurezza e, ancor di più, la paura sono stigmatizzate come indici di debolezza d’animo. Di immaturità. E, cosa ancor peggiore di questi tempi, sono viste come portatrici di insuccesso.

E così si corre in avanti, si guarda costantemente altrove. Un altrove fittizio però. Un divenire impantanato, annacquato, incancrenito. Ignorare ciò che sentiamo, negare i nostri più intimi bisogni non fa altro che allontanarci da noi stessi. E condannarci ad un eterno fuggire. Un fuggire che però non è movimento evolutivo, ma stasi. Morte mascherata da vita. Che non è vita, perché alienata, lobotomizzata, anestetizzata. Un cammino nebuloso, annebbiato.

Cosa potrà mai schiarirci le idee? Le nostre paure, ovviamente.

Freud fu uno dei primi ad intuire ciò. Dietro ad ogni paura si cela sempre un desiderio. Ed ogni desiderio comporta sempre una quota di paura. Perché desiderare vuol dire muoversi verso una mancanza. E protendere verso ciò che non c’è vuol dire cambiamento, vero cambiamento. Perché significa rompere schemi noti ed esplorare sentieri ignoti. Perché significa mettere in discussione se stessi e cercare nuove terre emerse, in noi. Perché significa vivere. La vita è cambiamento continuo. Evoluzione costante. E l’evoluzione comporta sempre una bella dose di incertezze. E di dubbi.

E l’essere umano spesso non è pronto a sorreggerle. Cresciamo costruendoci certezze, interne ed esterne. Visioni del mondo, identità personali, attitudini, piaceri. Simpatie e antipatie. Sono i punti fermi a cui ancoriamo il nostro essere ed il nostro agire, e ci donano l’illusione di una certa costanza, di un non so che di stabile. E quindi duraturo. Sono un uomo brillante ed in carriera. Sono una donna di classe e con le palle. Non c’è altro, non sono altro.

E così il nostro agire diventa un puntellare, un rinforzare antiche mura, piuttosto che scardinare chiavistelli. Un aggiungere mattoni, piuttosto che scrutare nuovi cieli.

Una morte silente. Cosa potrà mai salvarci?

Ma le nostre paure, ovviamente. Perché non potranno sempre essere evase, ignorate, negate. Prima o poi, le paure ritornano. Con il loro carico di angosce, di dubbi e di domande. Con la loro forza tensiva che ci costringe a sentire e a guardare. E a guardarci, finalmente.

Esse col tempo, non sono cambiate. Ma se diamo loro ascolto, se le accogliamo in noi stessi, se le accettiamo come compagne di viaggio e sappiamo codificarvi il desiderio e la spinta vitale che esse recano in sé, allora qualcosa avverrà.

Allora e solo allora non avremo più paura.

 

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Anna Mena Rea

psicologa, psicoterapeuta in formazione in gestalt analitica

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