Panic room #2 – Deborah

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di Deborah Dirani

“Ok, va bene adesso salgo in macchina e guido per un’ottantina di chilometri, non c’è problema, lo fanno tutti, quindi lo posso fare anche io. Adesso vado, eh. Cioè io andrei anche, sono le gambe che si rifiutano. Nessuno trovandosi con due tronchi di baobab inarticolati potrebbe riuscire a sollevare il culo dal divano, conquistare la porta di casa, trascinarsi fino alla macchina, aprirla, infilare le chiavi nel quadro, mettere in moto e partire”. Di sicuro non io.

Eccomi qua piazzata sul divano: vestita, truccata e pettinata, con la borsetta sulle ginocchia. Ferma come una statua di sale, con una voglia di piangere che nemmeno davanti alla scena madre di Dumbo. “Dai, su, forza alzati”, mi ripeto fingendomi scanzonata.

No no, non ce la faccio. O almeno non ce la faccio oggi. Sono sicura che se solo mi azzardo a mettere il naso fuori di casa finirò, nella migliore delle ipotesi, stecchita dopo 5 chilometri.

“Dài Deb, lo hai fatto mille volte e non è mai successo niente, neanche quando ti è venuto un attacco di panico sul serio. Se sei qua che lo scrivi, vuol dire che sei sopravvissuta e quindi non morirai neanche oggi. Dài muovi ‘sto culo secco e vai che ti aspettano per una riunione”.

Nooo. Oggi no, oggi non ce la faccio.

“Pronto? Buongiorno, sono Dirani, mi scuso ma mi è venuta la febbre a 39 e non riesco a venire. Sono davvero desolata, ma sono ridotta a uno straccio”. Clic.

Ecco fatto, la febbre è un’ottima scusa: nessuno può rimproverarti se hai 39 di febbre e non riesci a partecipare a una riunione. In parecchi potrebbero avere qualcosa da eccepire se io spiegassi che ho le gambe di legno, il cuore che mi è rotolato in prossimità delle caviglie (giurò che lo sento battere anche lì) e un intero formicaio che mi si è trasferito sulle mani.

Lo so che non è un infarto, anzi adesso che so che me ne posso stare a casa bella tranquilla a lavorare alle mie cose, magicamente, il cuore mi è tornato a posto, le formiche si sono dileguate e le mie rotule si piegano senza nemmeno cigolare.

E io mi sento un po’, un bel po’, una merda.

Adesso che ho messo in atto la mia perfetta strategia di evitamento mi sento una sfigata, fallita, cretina a tratti idiota.

“Quasi quasi chiamo e dico che, puff, la febbre è sparita e posso andare”. Come no? Solo a pensarlo sento il generale delle formiche che le guida nuovamente alla carica: “andate ragazze, invadete la Dirani”.

Niente da fare, oggi va così. Oggi hanno vinto loro, o meglio, ha vinto la paura della paura.

Ha vinto l’ipotesi di stare male. Non me ne frega niente e non mi consola manco un po’ sapere che sono sempre sopravvissuta a qualunque Attacco di Panico mi sia venuto. Non mi consola e non mi tranquillizza.

La mia mente si è perfezionata in anni di allenamento ipotizzare le scene più apocalittiche che mi avevano come indiscussa protagonista all’interno di una macchina che ormai mi basta pensare che potrei stare male per centrare l’obiettivo: stare malissimo.

Per dire: io sono lì che guido tutta tranquilla e penso ai fatti miei e sento quel calorino infame che mi parte dallo stomaco (a me gli ADP partono così, dal calorino infame). Quindi come fossi la reincarnazione del cane del signor Pavlov mi scatta la mano sinistra che, abbandonato il volante, raggiunge la giugulare per prendere i battiti. “Cazzo se sono accelerati! Oddio adesso mi viene, nono devo stare calma, non ci devo pensare!!!” No, ma provate voi a non pensare a qualcosa a cui non volete pensare. E’ impossibile ,il solo fatto di pensare che non ci si deve pensare è già pensarlo ed è, quindi, un fotonico casino. Ok, ci penso. “Oddio il respiro, non riesco a respirare. Mi devo fermare… No ma se mi fermo poi quelli che mi vedono con la macchina accostata cosa penseranno? Oddio, nessuno mi aiuterà, e comunque anche s qualcuno mi aiutasse io morirei davanti a questo qualcuno. Nessuno può salvarmi. Oh cazzo le mani, non sento più le mani, non riesco a muoverle. Ah, no, in effetti le muovo, ma mi sembra di non riuscire a muoverle. A I U T O”.

Ecco, adesso che sono sopravvissuta e sono qua che scrivo mi domando: ma per quale fottutissima ragione io devo avere paura di qualcosa che non mi ha mai ammazzato, ma solo infastidita e spaventata? Cioè, tipo, io soffro di emicrania: fastidiosa e, dopo 3 giorni che non passa nonostante triptani presi in dose da cavalla, posso garantire anche spaventosa. Eppure non mi spaventa. Ho avuto un tumorino, preso in tempo eh, e non mi sono spaventata, e insomma un tumorino atterrisce chiunque, ma non me!

Niente da fare, io ho paura della paura, ho paura di morire di paura.

Sarò mica la sola?!

 

Deborah Dirani Giornalista professionista dal 2004, collabora con Il Sole 24 Ore e Huffington Post. In passato ha scritto, come cronista di nera, anche per Il Resto del Carlino e Corriere di Bologna. Ha collaborato con Libero, Radio 24, Vanity Fair e Playboy (dove aveva una rubrica di economia).

 

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Stefano D'Andrea

Autore di Umani e Milano e Gatto Morto. Scrive per la radio e il web. Ex docente universitario, ex educatore. In libreria "La vita è una pizza" ed. Corbaccio.
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