L’esperimento che ha dimostrato che siamo tutti stupidi

Nel 1975 lo psicologo sociale Richard Nisbett e il suo studente Eugene Borgida hanno condotto uno studio per verificare se avesse senso divulgare le scoperte della psicologia e della scienza in generale. L’idea di base era molto semplice. Apprendere determinate nozioni dovrebbe farci modificare le nostre convinzioni, le nostre previsioni degli eventi e addirittura alcuni aspetti del nostro comportamento.

Purtroppo i risultati parlano chiaro, siamo troppo stupidi per trasformare le nozioni apprese in qualcosa di utile. Il massimo che possiamo fare è capire quello che ci viene spiegato. Ma resta teoria, non diventa parte di noi. Così, quando ci troviamo in situazioni dove quelle nuove nozioni potrebbero esserci utili, ci mostriamo per quello che siamo: emotivi.

Siamo talmente irrazionali che diamo più peso al nostro intuito che ai dati oggettivi.

Ma facciamo un passo indietro.

 

 L’esperimento che ha dimostrato che siamo tutti stupidi

L’indagine fu condotta nel 1975 da Nisbett e Borgida. I due psicologi illustrarono agli studenti il famoso esperimento del soccorso. I volontari erano accompagnati in cabine singole (non vedevano gli altri, ne sentivano solo la voce) e invitati a parlare al microfono della loro vita e dei loro problemi personali. Dovevano parlare a turno per circa due minuti e un solo microfono alla volta era acceso. Tutta parlavano a turno, il complice dello sperimentatore confessava di aver fatto fatica ad adattarsi alla vita di new york, diceva di essere molto stressato, e ammetteva con molto imbarazzo di essere anche soggetto a crisi epilettiche. I due minuti finivano, il microfono si zittiva e la parola passava allo studente nella prossima cabina. Quando il microfono tornò al complice, lui si agitò. Cominciò a dire parole incoerenti, balbettate. Sospirò che sentiva avvicinarsi una crisi epilettica. Con l’ultimo rantolo disse: non respiro… sto per morire! A quel punto partiva il microfono della cabina successiva e di lui nessuno sapeva più nulla.

I partecipanti pensavano che uno di loro fosse in preda a un attacco epilettico. Tuttavia siccome c’erano molte altre persone che potevano aiutarlo, se ne stavano tranquilli nella loro cabina senza intervenire. Solo quattro su quindici andarono ad aiutare. L’esperimento dimostra che ci sentiamo sollevati dalla responsabilità quando insieme a noi ci sono altre persone che possono intervenire alla medesima richiesta di aiuto.

I risultati sono sorprendenti. Tutti noi pensiamo di essere pronti ad aiutare una persona in difficoltà e crediamo che anche gli altri lo siano. Ma attraverso l’esperimento della responsabilità diffusa, Nisbett ha dimostrato che non è affatto così.

Tuttavia gli studenti, anche di fronte all’evidenza delle loro credenze erronee, non cambiavano idea. Restavano ancorati alla convinzione che avevano della natura umana. Questo atteggiamento conservativo è molto comprensibile, è difficile cambiare idea su se stessi o su qualcosa in cui crediamo. E cambiare idea in peggio lo è ancora di più.

Questo è sicuramente stupido, ma c’è un aspetto della natura umana che lo è ancora di più.

Per convincere un uomo basta stupirlo

Se mostrare dei dati oggettivi non serve a convincere un uomo, magari c’è un altro modo per farlo.

Nisbett ha capito una verità sconcertante. Per convincere un uomo di qualcosa, bisogna stupirlo. Purtroppo la statistica non stupisce nessuno, nemmeno quando mostra dati esagerati. A stupire le persone sono le storie individuali di altre persone. Per insegnare la legge della responsabilità diffusa non era servito a niente mostrare i numeri di chi presta soccorso e chi se ne lava le mani. Però è bastato il racconto di una brava persona, che spiegava di non aver prestato soccorso perché si sentiva superfluo in mezzo a tante altre persone che potevano aiutare. Il caso particolare era la migliore lezione per tutti, e dopo quel racconto tutti si sono convinti che prestare soccorso a qualcuno in difficoltà non è così automatico.

Nisbett riassume l’intera vicenda con un aforisma

La riluttanza dei soggetti a dedurre il particolare dal generale era pari solo alla loro propensione a inferire il generale dal particolare

E questo è molto stupido.

 

La nostra forma mentis ci rende vulnerabili alla cattiva informazione

Basta un racconto ben fatto per convincerci di qualcosa.

È sufficiente la notizia di un immigrato che delinque per farci concludere che sono tutti criminali. Non è vero, siccome gli immigrati sono molti meno degli italiani è scontato che la maggior parte dei crimini sarà commessa da italiani.

È sufficiente raccontare storie di bambini che hanno contratto l’autismo dopo il vaccino per instillare il dubbio che i vaccini siano pericolosi. Non lo sono. Ci sono dei dati statistici che dimostrano senza possibilità di replica il contrario.

È sufficiente leggere la notizia di un aereo che cade per farci percepire quel mezzo come poco sicuro. Magari prenderemo la macchina aumentando così di decine di volte il rischio di fare un incidente mortale.

Dovremmo smetterla di essere stupidi. Il nostro intuito è sicuramente un utile alleato in certe circostanze. Ma non deve essere l’unico strumento per valutare il mondo. Dovremmo imparare ogni tanto a metterlo da parte e lasciare fare alla ragione.

Anche lei merita di dire la sua.

 

Bibliografia

Nisbett, R. E., & Borgida, E. (1975). Attribution and the psychology of prediction. Journal of Personality and Social Psychology, 32(5), 932-943.

Daniel Kahneman (25 October 2011). Thinking, Fast and Slow.Macmillan.

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Francesco Boz

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