L’arte del cambiamento

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Cambiamento. Spesso si ritiene che sia una meta da raggiungere, con un percorso prestabilito, a tappe intermedie e una serie di ostacoli da superare. Altre volte si pensa che si tratti di un problema da risolvere, un problema complesso, con tante variabili da analizzare, passo dopo passo, una dopo l’altra, per poi individuare la giusta ri-soluzione.

Come si raggiunge il cambiamento, come lo si produce. E’ possibile cambiare stabilmente una situazione che non ci piace o non ci soddisfa pienamente?
Sì, certo che si può. Ma come?

Attraverso il pensiero creativo. Mi spiego meglio. Nella società pluri-tecnologica e iper-moderna nella quale viviamo, la razionalità, il pensiero scientifico, che procede per ipotesi e validazioni di esse, per esperimenti e tentativi progressivi, hanno condizionato fortemente il nostro modo di vivere ed interagire nel quotidiano, di affrontare scelte e decisioni di vita. Sembra che la soluzione ai nostri mali sia quello di analizzare ogni possibile variabile della situazione, valutare i pro e i contro, quantificare i costi e i benefici, pianificare azioni e verificare se ottengono l’effetto desiderato, se portano ad una risoluzione del problema e quindi al cambiamento dello stato precedente. Ciò sembra essere alquanto ragionevole no? E così diventiamo produttori di cambiamento, in una logica essenzialmente capitalistica che pervade anche la sfera del benessere personale e sociale.

Ma l’uomo, che piaccia o meno, non è un calcolatore perfetto di dati. L’uomo non è un ragioniere preciso e metodico. L’uomo è essenzialmente irrazionale. E’ spinto da motivazioni, emozioni di cui spesso non è neanche consapevole. Le principali scelte di vita (professione, partner di vita), non sono prese valutando i pro e i contro, i costi e i benefici. Analizzando ogni aspetto della situazione e verificando quale strategia e quale delle opzioni (che sia un lavoro e il compagno di vita) sia migliore. E se poi non funziona? Che facciamo?

Il cambiamento passa per le emozioni, per l’irrazionale e il non calcolato. Passa per una consapevolezza di sé, dei propri desideri e dei propri limiti. Avviene attraverso la constatazione della fallacia non tanto delle nostre azioni, quanto dei principi e delle convinzioni su cui esse si basano. Avviene cambiando prospettiva, ri-strutturando il campo del problema, modificando i limiti entro cui pensiamo e agiamo.

Ed è qui che entra in gioco il pensiero creativo. Ma capiamo meglio cos’è. Per pensiero creativo si intende una modalità di pensare divergente, che non si attua attraverso una scrupolosa e attenta analisi dei dettagli e degli elementi di una scena, non si ferma all’utilizzo di categorie e concetti ben noti e collaudati, non si limita a riprodurre teorie consolidate nei contesti più appropriati. Il pensiero creativo è pensare diversamente. E’ vedere nella sintesi delle cose un qualcosa di diverso dalla somma delle singole parti, è usare conoscenze e competenze in modo insolito, combinandole tra loro in modo altrettanto insolito, per risolvere problemi complessi, non razionali, non classificabili e non analizzabili attraverso schemi e regole prefissati. Il pensiero creativo permette di trovare una soluzione lì dove sembra non esserci. Molti potrebbero pensare che questo modo di pensare sia proprio degli artisti, capaci di vedere e rappresentare realtà, sentimenti, visioni, ma anche collegamenti e relazioni mai pensati prima. E in effetti sì, loro sono degli esempi perfetti di esseri umani dotati di questa “virtù”, capaci di usare la mente per vedere altro, uscire dagli schemi cognitivi socialmente dominanti e portarsi altrove, per vedere la stessa cosa, ma da un’angolatura totalmente diversa.

Il pensiero creativo però a dispetto di ciò che può sembrare, non è un dono di pochi, un talento di cui si è dotati o meno dalla nascita. Il pensiero creativo è, invece, alla portata di tutti. Basta saperlo riconoscere e applicarlo, sempre un po’ di più. Emerge ad esempio quando usiamo un oggetto, avente una specifica funzione, in un modo completamente insolito, ma che risulta funzionale alla risoluzione di uno specifico problema. Il decoupage e l’arte del riciclaggio ne sono un esempio. Come usare una lattina di coca cola vuota come un vaso da fiori, ma anche una penna per trattenere i capelli. Vi sembreranno sciocchezze, banalità, ma in realtà sono piccoli atti quotidiani che rivelano il nostro potenziale creativo e ri-creativo, capace di ri-utilizzare il vecchio, ri-elaborarlo e re-inventarlo per farne qualcosa di nuovo. E questo, se sembra piuttosto inutile in scene di ordinaria quotidianità, è invece un capitale enorme da usare per uscire da empasses e da situazioni che sembrano dei vicoli ciechi. Anche e soprattutto in contesti relazionali, sociali e sentimentali a volte così complessi e così emotivamente colorati che la razionalità e il buon senso comune, semplicemente non bastano.

Il cambiamento presuppone che noi siamo prima capaci di cambiare noi stessi, il nostro modo di vedere e percepire, per poter poi essere in grado di cambiare ciò che ci crea disagio e sofferenza. Richiede uscire fuori dai binari dei solito e dell’evidente per percorrere strade alternative e seguire sentieri che conducono a paesaggi forse intravisti prima, ma mai del tutto, mai per intero, perché sempre visti dalla stessa, unica e limitante prospettiva.

Cambiare idea, cambiare modi di vedere, cambia paradossalmente l’intera situazione, che da problematica può non esserlo più, semplicemente perché, vista da altrove, con altri occhi, non è più un problema. E il cambiamento è anche un viaggio dentro di sé e nel mondo, alla ricerca di nuovi mondi, all’interno della nostra unica e s-conosciuta realtà. Poiché, per citare un aforisma a me caro, “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere occhi nuovi.”

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Anna Mena Rea

psicologa, psicoterapeuta in formazione in gestalt analitica

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