IMMIGRAZIONE E PSICOLOGIA: cosa significa attraversare il mare?

Che tipo di pensieri invado la psiche di una donna, di un uomo o di un bambino quando appoggiano per la prima volta il piede all’interno dello scafo?
Quali sono i pensieri di una persona a contatto con una nuova realtà?
Quali le conseguenze psichiche dell’immigrazione?

Oggi non parleremo di Ong, Europa e/o risvolti politici.
In questo articolo proveremo ad immedesimarci nella psiche di una persona che parte dalla propria nazione ed arriva in un’altra, soffermandoci soprattutto sulle implicazioni psicologiche.

Per farlo utilizzeremo il “caso italiano”, con l’aiuto di alcuni studi etnografici, qualche dato Istat, una definizione Treccani, Wikipedia ed il pensiero di alcuni studiosi (antropologi, sociologi, psicologi) italiani e francesi.
*trovate tutti i link a fine articolo

 

IMMIGRAZIONE

E’ necessario partire dalle basi.

Cos’è l’immigrazione?
Definizione Wikipedia:


“Immigrazione: trasferimento permanente o temporaneo di singoli individui o di gruppi di persone in un paese diverso da quello di origine”.

Qualche dato ISTAT per capire meglio di cosa parliamo:

Al 31 dicembre 2016 risiedono in Italia 60.579.000 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera, pari all’8,3% dei residenti a livello nazionale (10,6% al Centro-nord, 4,0% nel Mezzogiorno)

In Italia vi sono circa 200 nazionalità: nella metà dei casi si tratta di cittadini europei (oltre 2,6 milioni). La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella rumena (23,2%) seguita da quella albanese (8,9%).

tabella

 

DISAGIO PSICHICO E IMMIGRAZIONE

Quando in piena notte senti solo il mare, i pianti dei più piccoli, le lacrime dei più grandi e l’incedere del barcone tra le onde, qualcosa di importante sta accadendo nella tua vita.
Lasciare per sempre la propria terra è doloroso.

Lo è ancor di più se devi affrontare l’acqua perché sulla terra (la tua) non puoi più restare.

“Disagio Psichico e Immigrazione” di Alain Goussot (ex Docente Università di Bologna – Pedagogia) parla dei rischi del migrante in quanto persona che attraversa spazi, confini e sofferenza.

Sono 5 e sono questi:

1)Separazione: intesa sia come separazione dalla propria nazione, sia come separazione dalla propria famiglia, dai propri amici, dal proprio luogo di appartenenza.

2)Partenza: affrontare una partenza è un evento importante. Diventa molto stressante se la modalità non è affatto semplice, non è indolore ed è molto pericolosa. (Molti non sanno nemmeno nuotare ed il costo di un salvagente è di 500 dollari a persona, aggiuntivi ai 3-6 mila dollari per potersi imbarcare. Fonte: ansa.it).

Fra di noi, alcuni, sono stressati quando devono partire per andare al mare, in vacanza.

Gesti molto semplici come pulire casa, spegnere le luci, chiudere il gas, portare il gatto dalla nonna, salutare il nonno (ecc ecc), diventano motivo di stress emotivo. E’ chiaro quanto sia squilibrato il piatto della bilancia.
Improvvisate una partenza di notte, per arrivare in un paese dove non sarete ben accolti.

3) Viaggio: su di un mezzo fatiscente, privati del proprio spazio vitale, in balia delle onde, con il timore dell’annegamento e senza né cibo né acqua.

4) Arrivo: Arrivare, per prima cosa. Poi, approdare in una terra sconosciuta e nuova, senza la possibilità di comunicare nella propria lingua.

5) Incognito: non sapere nulla di quello che potrà accadere nella nuova nazione.

Questi 5 rischi del migrante portano ad uno stato di ansia ed alla rottura degli equilibri prestabiliti. 

Si passa “dall’illusione della migrazione, alla sofferenza dell’immigrazione” (Sayad, sociologo e filosofo algerino).

Occorre elaborare il lutto della separazione dal gruppo originario e della rottura dei legami affettivi interiorizzati, dall’infanzia fino a quel momento.

La rottura degli equilibri avviene immediatamente, appena saliti a bordo.
Una volta giunti a destinazione, poi, la persona è obbligata a rimettersi in discussione, a ricrearsi un mondo attorno con nuove abitudini e una nuova esistenza. Tutto ciò è chiaramente fonte di stress ed ansia.

 

LA SFIDA DEL MIGRANTE

A questo punto è obbligatorio accettare la sfida: ridefinire il proprio progetto di vita.
Avviene, secondo Goussot, la rinegoziazione della propria esistenza. Relazionarsi con nuove realtà, in un mondo che non si riesce ad interpretare, sia per limiti di parola, sia per deficit temporanei dovuti a stress e ansia.
Un processo che potrebbe durare anni viene compresso in poco tempo.

 

Il DISAGIO PERSONALE

Per spiegare “La sofferenza dell’immigrazione” possiamo addentrarci nelle emozioni che più spesso vengono riscontrate dagli operatori sul campo:

-solitudine

-indifferenza

-disprezzo

-odio

-sentirsi giudicato

-sentirsi “di troppo”

Queste emozioni, tutte con una connotazione di sofferenza, hanno anche differenze in termini di genere.

La migrazione ha anche un peso diverso a seconda del genere.
Donne e Uomini vivono in modo differenze l’esperienza.

Questo può condurre a forme di somatizzazione, disturbi psichici e alienazione.
Come ben sintetizzato da Ernesto De martino (antropologo) si vive la “Crisi di Presenza”.
Si diventa estranei pure a se stessi, non si è più “esseri nel mondo e con il mondo”.
Ci si ritrova ad essere avulsi da qualsiasi contesto, compreso il proprio.

 

ETNOPSICHIATRIA e DISTURBI

La psicologia incontra la psichiatria. Insieme parlano con la antropologia, mentre prendono passeggiano con la sociologia nel parco della geografia.

Ne nasce uno studio delle popolazioni indigene sul campo e sul territorio di appartenenza.

L’etnopsichiatria, nella persona di George Devereux, spiega in parole difficile un concetto semplice:

apparteniamo a differenti latitudini e longitudini ma, con uno studio attento e puntuale, possiamo riscontrare delle similitudini di comportamenti, di strutture sociali, di disturbi e di modalità di pensiero.

Franz Fanon sosteneva che l’immigrazione fosse sempre accompagnata dalla sofferenza, dal dolore, e che tutto ciò potesse trasformarsi in disagi psicologi e fisici.
Pelle nera, maschere bianche” scriveva, per riferirsi al fenomeno immigratorio in Francia, ma è una definizione che possiamo utilizzare anche per il nostro paese.
Questa situazione comporta un’aggressione al corpo e alla mente, luoghi di sofferenza privilegiata dell’uomo.

Quando poi l’aggressione verso se stessi si è spinta oltre vi istaura un meccanismo di aggressione verso l’esterno. Ed ecco le rivolte delle Banlieue parigine, delle aggressioni per strada e dei fenomeni violenti in genere.

Si arriva a percepire il proprio corpo come “brutto” a prescindere, perché non rispecchia i canoni della società in cui si vive, generando un complesso di inferiorità e complicando la capacità decisionale e di essere se stessi.

POCHE RIGHE NON SONO SUFFICIENTI

Purtroppo poche righe non sono sufficienti a dare un quadro completo dalla situazione generata dall’immigrazione.
E’ importante però sottolineare che, al di là di pensieri politici, di modalità di risoluzione della problematica, di dinamiche diplomatiche e quant’altro ci sono persone che affrontano tutto ciò.

Catapultarsi in nuove realtà con un quadro di sofferenza, solitudine e dolore è, va da sé, molto complicato.
Approcciarsi alla questione immigrazione dal punto di vista psicologico può forse accompagnarci alla comprensione di una realtà emotiva ed umana traumatica e, dunque, indirizzarci verso un nuovo pensiero.

Spero di aver centrato il mio intento.

Grazie, come sempre.

 

Facebook: Giacomo Fumagalli

LinkedIn: Giacomo Fumagalli 

 

**POSTILLA FINALE : la mia esperienza personale.**

Per motivi di lavoro sono stato a stretto contatto, e per molte ore, con alcuni ragazzi di varie parti dell’Africa.

Ricordo due di loro in particolare.

Jean, occhi scuri e lontani, era stato nella nazionale di atletica del proprio paese ed aveva corso alle Olimpiadi, ma non ne voleva parlare.
Bakkari, intento a friggere patatine, aveva mani grandi e sorriso sincero. Veniva a lavorare in bici percorrendo molti km e non l’ho mai sentito lamentarsene.

Con parole traballanti e grandi carezze nell’aria parlavamo, a modo nostro.
Durante un turno di notte, all’improvviso, gli chiesi:
“Bakkari, che lavoro facevi a casa tua, in Africa?”
Senza perdere il sorriso, e se possibile aumentandolo, s’aggiustò il berretto e mi disse:

“Sminavo bombe”.

Feci passare qualche secondo, mentre i suoi occhi chissà cosa cercavano e mentre la mia testa chissà cosa sperava.
“Ok, Bakkari, passami le salse per favore”.

Ora erano i miei occhi a cercare qualcosa fuori dalla finestra e i suoi a cercare il mio sorriso.

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Bibliografia:

http://sociale.regione.emilia-romagna.it/documentazione/pubblicazioni/altro/disagio-psichico-e-immigrazione

http://www.treccani.it/enciclopedia/immigrazione/

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2014/10/05/immigrazione-un-posto-in-barcone-costa-da-3-a-6-mila-dollari_f3bb209a-70d8-4da8-ad63-82c52e983771.html

http://www.istat.it/it/archivio/201119

https://www.ibs.it/libri/autori/Alain%20Goussot

http://openmigration.org/analisi/non-solo-guerre-ecco-da-cosa-scappano-i-richiedenti-asilo/

https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_non_governativa

https://it.wikipedia.org/wiki/Abdelmalek_Sayad

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Giacomo Fumagalli

Laureato Scienze e Tecniche Psicologiche Bicocca.
In formazione in PPSDCE Bicocca (Psicologia dei processi Sociali, Decisionali e Comportamenti Economici).
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