Fame NERVOSA: fame di EMOZIONI?

Proseguendo il breve ciclo di articoli incentrati sul rapporto tra Alimentazione e Psiche, ho notato che dalle tante domande ricevute a seguito dell’articolo “Perchè le diete falliscono?” 

http://psiche.org/articoli/perche-diete-falliscono/

un argomento su cui c’è molta curiosità e purtroppo molta confusione è la cosiddetta FAME NERVOSA, che (in parte anche a ragione!) viene ritenuta uno dei nemici principali della buona riuscita di un percorso nutrizionale sano.

Bene, che cos’è la fame nervosa?

La fame nervosa (“Emotional eating”) è la sensazione di necessità di assumere cibo, al di là dei reali bisogni biologici del corpo.

Con questa definizione appare chiaro che tutti soffriamo di fame nervosa, perchè chiunque ha sperimentato nella sua vita la voglia di mangiare un determinato cibo anche se era già sazio o non particolarmente affamato.

Ok, se ne soffrono tutti ed è così diffusa, forse è la normalità?

In realtà, se da un lato è assolutamente vero che tutti mangiamo in base ad esigenze sia biologiche che emotive, dobbiamo considerare l’equilibrio che esiste tra queste due esigenze.

Quando la componente emozionale è quella nettamente predominante, nella maggior parte dei casi e per un certo intervallo di tempo, allora si parla di fame nervosa vera e propria.

Un fenomeno in aumento…

Negli ultimi anni, questo fenomeno si è guadagnato un posto anche sul DSM (“Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali“), dove viene classificato come Disturbo da binge-eating (o disturbo da alimentazione incontrollata) e tra la IV e la V edizione del manuale sono stati fatti ulteriori approfondimenti e modifiche.

L’inserimento e la classificazione della fame nervosa nel DSM non deve, a parer mio, essere preso come un modo di “attaccare un’etichetta” o “rendere patologico un comportamento”, ma ANZI permette di dare maggiore chiarezza a tutte le sensazioni e le difficoltà portate dai nostri pazienti in merito.

La fame nervosa non è più vista come banale mancanza di impegno o di forza di volontà, ma come espressione di un disagio emotivo, che viene espresso attraverso il cibo.

E come tale andrebbe ascoltato, compreso e lavorato.

La sensazione fisica che spesso mi viene riferita dai pazienti è quella di un “vuoto” che chiede di essere colmato con urgenza.

Dopo il tentativo di compensazione, subentrano tristezza, senso di colpa o delusione per non essere riusciti a trattenersi. Ci si sente pieni (stra-pieni, a volte), ma il vuoto non se n’è andato.

La principale difficoltà sta nel riconoscere e far riconoscere che, questo meccanismo apparentemente innocuo rispetto ad altri, non è in realtà meno insidioso.

Ansia, noia, solitudine, rabbia repressa sono solo alcune delle emozioni che più frequentemente si celano dietro l’alimentazione incontrollata. Non a caso questi vissuti, molto diffusi nell’adolescenza e nella fase di svincolo dalla famiglia d’origine, sono fortemente associati alla grande diffusione del fenomeno tra ragazzi e giovani adulti.

Davanti a queste richieste di aiuto e consulenza, il primo e più importante obiettivo non è assolutamente la riuscita della dieta (che, peraltro, seguirà spontaneamente), ma la comprensione di chi abbiamo davanti, di cosa ci sta dicendo con quel “sintomo”.

“Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: cibi, persone, cose e situazioni… e da tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso…” (Charlie Chaplin)

 

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