Tra la Distrazione ed il Divertimento: la “Fuga per l’Esistenza”

 

Non penso ci sia miglior maniera di presentare quanto segue se non quella di riportare l’origine dell’idea che sta alla base di quanto quest’oggi presentiamo: solitamente ognuno, nel corso di una giornata convenzionale, ritaglia alcuni scorci di tempo che saranno destinati ad una pausa. Pausa la quale comprende spesso e volentieri anche riflessioni, resoconti intorno la propria quotidianità, il raccoglimento delle ultime azioni svolte, un giudizio di sé. Ecco: in questo momento, l’idea di cui sopra, vien partorita; divertimento e distrazione: due parole, due concetti, due momenti del proprio esistere. Spinti da curiosità – quella sana curiositas, che tanto oggi sembra esser perduta; quella genuina voglia di conoscenza, quella fame di sapere che nasce da sé stessa – , abbiamo cercato di analizzare i due concetti poc’anzi esposti, tentando di collegarli tra di loro; il fil-rouge che abbiamo legato intorno ad essi, si presta agli stessi in modo così naturale da sembrare quasi sconcertante.

Anzitutto: è interessante scoprire come “distrazione” e “divertimento” non condividano la stessa radice etimologica, ma si richiamino, semanticamente parlando, l’un l’altro. Infatti, seppur “divertimento” derivi dal lat. “de-vertere”, ossia «volgere altrove», «allontanamento», “distrazione” deriva dal lat. “distrahĕre”, «separare» o «allontanare», è in modo evidente constatabile come i due termini, in senso semantico, si richiamino: il «volgere altrove» del divertimento riecheggia nella separazione della distrazione.[1] Lapalissiano e pleonastico sarebbe evidenziare come entrambi i termini inoltre condividano la separazione.

Ebbene, vogliamo spingerci oltre questa separazione, senza però superarla, anzi: vogliamo capire da cosa ci separiamo, e perché mai dovremmo volgere altrove la nostra attenzione; tenteremo di illuminare questo quesito ora oscuro, portandolo in seno all’analisi filosofica.

E’ anzitutto imprescindibile, parlando di divertimento, non citare il concetto di «divertissement» figurante all’interno della teoretica pascaliana: secondo questa teoria, infatti, il divertimento è un’occupazione umana che non richiede fatica, un passatempo il quale mira a distrarre l’uomo dalla sua – seppur per Pascal non drastica[2] – precaria condizione d’esistenza. Parlando del concetto di cui sopra, Pascal, all’interno dell’opera “Pensieri” (Santarcangelo di Romagna ,Rusconi, 2014, p.158), scrive:

Io comprendo che si renda felice un uomo col distoglierlo dallo spettacolo delle sue domestiche miserie, occupando tutta la sua mente con lo studio di ballar bene[3].

Il filosofo ci rende quindi immediatamente intelligibile e conoscibile quanto da cui l’uomo deve separarsi, deve prendere le distanze: la sua condizione d’esistenza. Come è subito intuibile, infatti, il pensiero dell’autore intorno all’esistere umano non è positivo in senso assoluto: pur non considerando l’esistenza umana completamente misera, non ritiene che sia neanche la miglior condizione possibile.

L’uomo, in questo senso, tramite il divertimento può quindi volgere altrove la sua attenzione: può quindi momentaneamente sospendere il pensiero esistenziale, indirizzando la sua attività cogitante verso altri fronti che, potenzialmente, possano regalargli piacere, godimento, soddisfazione ed appagamento, seppur momentanei e transuenti, destinati a non protrarsi indefinitamente nel tempo. Considerato in quanto tale, il divertimento funziona anche quindi come separazione, come distrazione, quindi: quest’ultima sarebbe nient’altro che diretta conseguenza del fattore divertente e del divertimento in sé e per sé. La separazione – nient’altro che la distrazione, quindi – prevede che l’attività pensante umana nei confronti di una purchessia riflessione esistenziale – tanto individualistica che universale – svii verso un quid che possa alleggerire il peso dell’esistere.

Seppur sia necessaria la distrazione al divertimento per poter essere considerabile – la maggior parte delle volte – tale, non è detto che questa non possa essere se non con il divertimento. La separazione data dalla distrazione è effettivamente possibile anche senza che quanto a cui ci si adoperi sia per forza divertente: il fattore divertimento potrebbe certamente rendere ancora più edulcorante la distrazione nei confronti del peso dell’esistere, ma questo non esclude a priori ed assolutamente il fatto che una distrazione in quanto tale possa comunque essere efficace nello stesso ruolo.

Seguendo questo ragionamento, sarebbe considerabile distrazione anche, quindi, il lavoro, un amico, l’amore, un dialogo, ciascuna cosa che preveda lo sviamento del pensiero dalla sua attività di pensare sé stessi e la propria condizione.

Divertimento e distrazione convergono quindi sotto un concetto più grande che qui vorrei introdurre: la teoria della fuga per l’esistenza. Volendo considerare l’essere-esistenza umano nella forma più minimale, primitiva, ed essenziale, potremo penso tutti concordare che affinché vi possa essere una qualsiasi tipo di coscienza di quanto ci appare, è imprescindibile il pensiero. L’uomo che sceglie è l’uomo che pensa e l’uomo che pensa è l’uomo al quale si op-pone innanzi la possibilità[4]; spesso e volentieri è proprio a causa di questa che l’uomo teme e trema difronte alla scelta. Quando non sceglie per paura è costretto quindi a rimanere in una condizione di staticità esistenziale[5], una situazione di placida sofferenza e di quiete amara; proprio in questi momenti l’uomo pensa sé stesso.

Come abbiamo sopravvisto, pensare sé stessi provoca tristezza, provoca amarezza, provoca inquietudine interiore, provoca noia, provoca nausea: è qui che subentra il divertimento e/o la distrazione, e questo è anche fulcro della teoria che poc’anzi abbiamo introdotto, la quale è esplicitabile nella seguente maniera: l’uomo, ottuso[6] a causa del pensare sé, cerca in tutti i modi di separarsi da questo pensiero trovando qualcosa che possa volgere la sua attività cogitante altrove.

Desidererei porre l’attenzione però verso il “per l’esistenza”: alla stessa maniera di come, per Schopenhauer, il suicidio non è il rifiuto della Vita ma bensì la massima esplicitazione e volontà di godere della stessa[7], la fuga per l’esistenza comprende tutte quelle azioni distraenti dal pensare sé che però, considerate dall’altro lato, non fanno altro che rendere evidente la necessità di un esistere migliore. La fuga è tale che parte dall’esistenza-infelice – dal pensare l’esistenza come tale, come infelice – , la quale quindi non soddisfa appieno o minimamente l’aspettativa ideale-utopistica dell’individuo, e tenta di approdare verso un esistere migliore, più conforme ed aderente all’idea che l’individuo possiede di esistenza-felice.

Una considerazione interessante che è possibile estrapolare da tutto il discorso sinora condotto è che l’esistere di un individuo oscilla tra la coscienza che prende consapevolezza di sé e della condizione nella quale si ritrova ad essere, considerandola infelice e precaria, e la distrazione che il singolo reputa necessaria per poter sviare la propria attività pensante verso altri fronti che auspica possano rendergli piacere o godimento temporanei.

La continua dialettica sopra esposta (infelicità esistenziale-distrazione) riassume e sussume in sé tutto il cronologico e diveniente essere-umano: superare continuamente un momento di questa dialettica permette all’uomo di evolversi in sé e nel tempo, di maturare e di procedere nel suo cammino in modo sempre gradualmente più consapevole.

NOTE

[1] Le seguenti informazioni etimologiche sono state mutuate e ivi riportare grazie all’ausilio del vocabolario “Treccani”; è possibile quindi rinvenire quanto qui riportato all’interno dello stesso.

[2] Per il filosofo, infatti, l’uomo si trova, secondo un prospetto ontologico-esistenziale, in una posizione mediana: non troppo in basso grazie alla sua ragione, e non troppo in alto a causa del peccato originale.

[3] Con “ballar bene” il Blaise intende una qualsiasi quisquiglia; un qualcosa che occupi il tempo umano, pur non essendo troppo importante o comunque impegnativo.

[4] Consiglio caldamente, per l’approfondimento del tema, la lettura delle seguenti opere del filosofo Søren Kierkegaard “Aut-aut” e “Il concetto dell’Angoscia”.

[5] Vorrei qui trattare meglio questa particolare situazione esistenziale: seppur l’abbia definita come «statica» questa è tutt’altro che irreversibile; è considerabile statica poiché ferma, in senso esistenziale (non vitale, si badi!), il divenire umano. Non compiendo alcuna scelta, l’esistenza umana subisce quindi un periodo di blocco, di freno: non compie alcun passo avanti, né alcun passato indietro; è semplicemente ferma, ripiegata su sé stessa, inevitabilmente. L’uomo che non sceglie non prosegue, quindi, nel suo cammino di maturazione, nel suo cammino di compimento di sé: è un uomo la cui esistenza (ripeto, non la cui vita!) è bloccata, ferma in senso temporale, ed alle volte anche spaziale. Da ciò consegue direttamente la maniera grazie alla quale questa situazione apparentemente immodificabile possa sbloccarsi: scegliendo nuovamente, divenendo nuovamente, riprendendo il tortuoso cammino che chiamiamo Vita.

[6] Dal verbo “ottundere”; part. Passato.

[7] A. Schopenhauer, Il Mondo come Volontà e Rappresentazione, I, 54

 Altre mie pubblicazioni: https://independentscholar.academia.edu/SimoneSantamato

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Simone Santamato

Sedicente pensatore, amo la psicologia e specialmente la filosofia; scrivo per varie testate giornalistiche - una delle quali internazionale - con l'auspicio di far riflettere i miei lettori su temi a primo acchito banali.
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