Il dialogo tra il cervello centrale e il cervello enterico

Nell’intestino è stata dimostrata l’esistenza di una grande rete neurale ovvero 100 milioni di neuroni che gestiscono le attività intestinali che si collegano al cervello tramite il sistema nervoso vegetativo.

Il primo a parlare di “sistema enterico” fu Langley nel 1921, ma i suoi studi vennero presto accantonati in quanto tale sistema non era considerato autonomo ma una semplice stazione di rice-trasmissione degli impulsi nervosi provenienti dal sistema simpatico e soprattutto dal parasimpatico, riceventi comandi dal cervello.

Furono Gershon insieme ad altri colleghi a dimostrare l’esistenza di una autonoma organizzazione di questa parte del sistema nervoso vegetativo che non solo riceveva segnali ma ne inviava anche, avendo effetti significativi sulla salute e sull’umore. Inoltre il cervello enterico governa anche ormoni e neuropeptidi prodotti dal sistema endocrino e le citochine prodotte dalle cellule immunitarie di cui abbondano le mucose della nostra pancia.

Il cervello enterico (o secondo cervello) e il cervello centrale sono in uno stretto collegamento bidirezionale. E’ risaputo che lo stress e le emozioni negative hanno un forte impatto su stomaco e intestino causando per esempio disturbi della peristalsi e eccessiva produzione di acidi, enzimi, ormoni e citochine, ma anche i disordini intestinali hanno la loro influenza negativa sul cervello centrale.

Come una malattia della pancia può far insorgere un disturbo dell’umore?

La parola chiave è Serotonina. Sappiamo che la carenza di questo neurotrasmettitore è coinvolta nello sviluppo della depressione. Il 95% della serotonina viene prodotta dalle cellule cromaffini dell’intestino e, all’interno di questo sistema, regola l’attività digestiva e al tempo stesso invia segnali al cervello positivi come la sazietà e negativi come la nausea. Nell’intestino le cellule hanno elaborato dei meccanismi di riassorbimento di tale molecola ma se c’è un’infiammazione intestinale si ha un eccesso di serotonina che satura i sistemi di riassorbimento e al tempo stesso tale infiammazione attiva un enzima che demolisce la serotonina, causando un deficit della molecola a livello cerebrale che può causare depressione.

Wurtman ha messo in evidenza la relazione diretta del cibo sul cervello dimostrando che la composizione di un pasto se a prevalenza di carboidrati o proteine influenza la quantità di triptofano (aminoacido precursore della serotonina). Il triptofano passa nel cervello in quantità superiori se assumiamo più carboidrati perchè l’insulina attivata da questi ultimi fa diminuire la concentrazione dei competitori (tirosina,valina,metionina ecc.) che sono in numero maggiore quando assumiamo proteine e quindi non permettono al precursore di passare la barriera ematoencefalica in direzione delle cellule nervose.

Sempre in tema di depressione, gli ultimi anni di ricerca hanno messo in primo piano il ruolo del pesce (in particolare l’olio di pesce), il quale sembra avere un impatto positivo sulla sintomatologia clinica, in quanto tale alimento, aumentando i livelli di omega 3 nel sangue (il cui deficit è associato a disturbi psichiatrici come depressione e psicosi e a malattie cardiovascolari) riequilibra il rapporto tra gli acidi grassi che avvolgono la cellula nervosa e che permettono il buon funzionamento del neurone. Tali risultati originano dallo studio di un paziente affetto da depressione farmaco-resistente da 7 anni che ha avuto un miglioramento della sintomatologia e nell’arco di 9 mesi una remissione quasi completa della malattia.

Da uno studio clinico controllato ripetuto su un gruppo di 70 persone, quasi tutte donne con un età media di 45 anni e un livello di depressione accentuato nonostante la terapia farmacologica, è emerso che la somministrazione di olio di pesce contenuto in pillole da 1 a 4 grammi generava un netto miglioramento della sintomatologia rispetto al gruppo trattato con un placebo, miglioramento che era nettamente superiore rispetto all’aumento dei farmaci. La stessa importanza dell’olio di pesce è stata riscontrata anche in pazienti schizofrenici: da studi post-mortem è stata osservata una riduzione di grassi polinsaturi nel cervello di persone affette da tale psicopatologia e che l’aggiunta di olio di pesce al trattamento farmacologico aveva un impatto positivo sulla sintomatologia clinica. Anche in questo caso il beneficio maggiore sembra provenire dall’acido grasso omega 3 (EPA) in un regime alimentare povero di grassi saturi e zuccheri semplici i quali riducono l’espressione di un importante fattore di crescita cerebrale (BDNF) soprattutto nell’area ippocampale. Infatti una riduzione del BDNF è stata riscontrata nelle aree prefrontali di schizofrenici deceduti.

Altri interessanti risultati sull’importanza dell’alimentazione provengono dagli studi sulla cura dell’epilessia, in particolare la centralità di una dieta povera di carboidrati e ricca di grassi. La dieta chetogenica, che prende tale nome in quanto produce corpi chetonici, venne però rivista a causa dei suoi rischi metabolici: i grassi saturi vengono sostituiti con quelli polinsaturi, vengono aumentati i carboidrati e le proteine, producendo gli stessi risultati positivi con il vantaggio di avere meno impatto sul colesterolo. Studi recenti mettono in primo piano nel trattamento dell’epilessia, il ruolo del digiuno e una dieta ipocalorica. Perchè? Nell’epilessia c’è un forte incremento dell’utilizzo di glucosio e quindi di neurotrasmettitori eccitatori, ma se si digiuna dopo 24-48 ore le riserve di glucosio si esauriscono e il cervello come carburante utilizza corpi chetonici, sostanze derivate dai grassi e che vengono immesse dal fegato nel sangue. L’aumento dei corpi chetonici nel sangue coincide con una riduzione dell’eccitabilità nervosa data da una minore sintesi dell’aspartato (neurotrasmettitore eccitatorio) e di una maggiore produzione di GABA (neurotrasmettitore inibitorio).

Quindi con le intuizioni della Pnei (psiconeuroendocrinoimmunologia) non è più possibile studiare efficacemente l’attività del sistema nervoso, dell’endocrino, dell’immunitario e della psiche separandoli fra loro. Grazie agli studi di tale disciplina emergente e in via di sviluppo si ha una visione olistica della medicina che vede il nostro organismo come un sistema in cui le parti che lo compongono sono in continua comunicazione tra loro, subendo influenze reciproche che dalla psiche vanno al soma e dal soma alla psiche. Insomma è sempre più chiaro che non dobbiamo preoccuparci solo di curare la nostra salute mentale ma che avere una pancia in buona salute ci permette retroattivamente di prenderci cura della nostra mente e del nostro cervello.

Fonte:

Psiconeuroendocrinoimmunologia. I fondamenti scientifici delle relazioni mente-corpo. Le basi razionali della medicina integrata – Francesco Bottaccioli

 

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