Dal saluto all’intimità: I passi del coraggio

“Ciao, come stai?” 
“Bene! E tu?”
“Bene…”

Tipico inizio di conversazione, a volte anche la fine, un rituale, un modo per riconoscere l’altro, per evidenziarne la presenza e per sentirci presenti, allo stesso tempo. Non so se ti sei soffermato più a lungo su questa domanda.

Come mai gli altri vogliono sapere come stai? Tu invece, hai interesse a sapere il loro stato fisico/mentale? E se stessero male, come affronteresti il discorso e perché?

Sia chiaro, non mi sto riferendo ad una persona cara, ad un amico o a qualcuno che tu scegli premurosamente. Mi riferisco ad una persona che conosci poco, o di cui, tutto sommato, non hai grande curiosità.

Salutare e mostrare interesse per lo stato fisico o mentale dell’altro è un modo per riconoscerlo, per dargli importanza e per dirgli “ti vedo”, “mi preoccupo”, “sono una brava persona”, “spero che anche tu mi veda e che ti preoccupi per me”.
Ecco, questi sono i motivi principali. E’ un modo poco rischioso di strutturare il nostro tempo.

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Diverso è se la persona che hai di fronte inizia a raccontarti le sue difficoltà, ciò che sta attraversando nella sua vita e che dolorosamente sta affrontando. A volte, nonostante tutto, questo accade. La domanda, che era stata posta come un semplice rituale, scatena l’apertura del dolore, tanto che non sai bene cosa fare, cosa dire.

Ecco allora che il tempo si struttura in modo differente, si passa da un saluto leggero a qualcosa di nuovo: l’intimità.

Questa modalità permette l’instaurarsi di relazioni autentiche, di mostrarsi all’altro per quello che si è, senza maschere, senza formulare frasi prestampate. E’ esprimersi in sincerità, senza aver paura di come si appare, o, a volte, avendone, ma rischiando ugualmente.
Creare intimità porta inevitabilmente ad un confronto profondo: mostrandosi all’altro ci si svela anche a se stessi, ascoltando l’altro si riconosce in lui qualcosa di proprio. Vuol dire quindi affidare a qualcuno un pezzo, più o meno grande, della propria vita.

Non tutti sono disposti a “rischiare”, perché l’intimità comporta anche dei rischi: è possibile che l’altro non provi sempre interesse per me, che non mi dia le carezze di cui ho bisogno, che non mi ascolti come voglio, che tradisca la mia fiducia.
Tramite queste paure non ti permetti di sentire quel conforto, quella comprensione, di creare quel punto di riferimento, a volte, di lasciarti amare e di amarti.

Ti invito a chiederti quanto coraggio hanno, secondo te, le persone che rischiano e a chiederti anche se tu hai mai rischiato.

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Dott.ssa Iole Ceruzzi
Psicologa Psicoterapeuta
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