Ansia sociale in adolescenza, perché viene e come superarla

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Quando frequentavo le Scuole Superiori ero davvero un ragazzo timido e impacciato.

Mi sentivo spesso come un pesce fuor d’acqua e non riuscivo facilmente a sentirmi sereno e felice con i miei amici. Non che non avessi amici, ero pieno di gente intorno a me con cui condividere tantissime passioni, come la musica, la chitarra, una visione della vita che a quel tempo era molto antagonista e “contro il sistema”.
Però, come forse è capitato anche a te e moltissimi giovani, mi sentivo insicuro, inadeguato e la mia mente produceva immagini di sconforto, spesso proiettando scenari in cui io sbagliavo qualcosa, venivo deriso, canzonato dagli altri, e in qualche modo facevo qualche terribile, irrecuperabile figuraccia.
>> Il nostro cervello, fisiologicamente, attraversa fasi diverse durante il nostro sviluppo.
Così come il nostro corpo si modifica, anche il nostro cervello è in rapido cambiamento e in alcuni periodi della nostra vita addirittura si trasforma vertiginosamente.

Esistono due principali “periodi finestra” nello sviluppo cerebrale.

Uno va dai 5 ai 7 anni circa, nel periodo in cui un bambino si inserisce nella scuola primaria. In questo periodo il cervello ha una vera esplosione di nuove connessioni nervose, e crea miliardi di nuove sinapsi che consentono un rapidissimo apprendimento. Immagina una foresta in primavera: è tutto un germogliare di nuove foglie, rami e in definitiva di vita.
Un altro periodo fondamentale è quello che va dagli 11 ai 13 anni circa, periodo che in generale chiamiamo di pre-adolescenza. Qui il cervello del ragazzino, invece, effettua la cosiddetta “potatura dei dendriti”.
In poche parole il cervello si libera in modo naturale di tutti i rami secchi che non servono più. Si assiste quindi ad una grande moria di connessioni nervose, proprio con la funzione di lasciare vive e in salute le “poche” che servono davvero.
Questi due periodi finestra risultano essere estremamente delicati da un punta di vista psicologico. E adesso vedremo perché.
Nel periodo della prima finestra (5/7 anni) il bambino si inserisce per la prima volta in un vero contesto scolastico, si confronta con i suoi pari, con le insegnanti e dunque con figure educative che non hanno il coinvolgimento emotivo della madre. In questa fase delicata i traumi possono lasciare dei segni importanti nella psiche del bambino.
Per trauma non intendiamo soltanto eventi gravi di abuso o disgrazie di grande entità. Traumi possono essere anche episodi apparentemente insignificanti per un adulto, ma che creano nel cervello del bambino un sovraccarico che non è ancora in grado di gestire.
Pensiamo alle situazioni famigliari in cui i coniugi litigano spesso. Il bambino risente di queste liti perché tende a colpevolizzarsi. In altre parole il bambino non è in grado di pensare: “i miei genitori litigano perché hanno un problema tra di loro, lo risolveranno e io posso ritenermi al sicuro”. Al contrario il bambino tende a pensare: “Io sono sbagliato, è colpa mia se i miei genitori litigano, sono io che non sono un bambino amabile, sono stato cattivo”.
Se gli episodi di violenza psicologica o fisica sono continui, il bambino impara quella che Seligman chiama “impotenza appresa”.
Si rende conto che ogni suo sforzo per migliorare la situazione è inutile, dunque non gli resta altro da fare che rassegnarsi a ciò che non vorrebbe.
Per generalizzazione impara che i suoi sforzi nella vita sono destinati a fallire, e che non ha molto senso impegnarsi per cambiare le cose. E’ facile intuire che l’impotenza appresa è fortemente correlata alla depressione o comunque ad una sorta di rassegnata tristezza che porta il bambino a diventare un adulto che si sentirà spesso “impotente” di fronte alle difficoltà.
Il Mindset, l’atteggiamento mentale che si sviluppa, sarà disfunzionale al raggiungimento dei propri obiettivi.
Il bambino e il futuro adulto hanno appreso che si può solo sperare che le cose vadano discretamente bene, e che il proprio impegno a poco serve per modificare la realtà e la propria condizione, anche quella lavorativa.

Nel periodo della seconda finestra cerebrale (11/13 anni) avviene l’inserimento nella scuola media inferiore, e il ragazzino vive la fase che definiamo di pre-adolescenza. In questo periodo i ragazzini sembrano “mezzi pollastri”, non sono cioè né ragazzi e neppure bambini.
Lo sviluppo ormonale inizia a comparire nei tratti esteriori fisici, e la mente del ragazzino ha forti e spesso repentine oscillazioni, tanto che in alcuni momenti sembra un bambino che richiede cure e attenzioni, altre volte reclama la propria autonomia e vuole fare cose da adulti.
In questa fase è fondamentale che il clima familiare e scolastico siano supportivi e portino il ragazzino a sentirsi compreso nelle sue difficoltà, nelle sue emozioni, e soprattutto amato e accettato per quello che è, senza volerlo stravolgere e cambiare a tutti i costi.
I ragazzi in preadolescenza  sono molto sensibili al modo in cui vengono trattati, soprattutto dai propri pari. E’ l’età in cui il giudizio del compagno di banco diventa più importante di quello dell’adulto di riferimento.
Imparare a comunicare meglio con i ragazzi e insegnare loro a comunicare meglio tra di loro sarebbe già un fattore di prevenzione del disagio molto importante. Utilissimo poi in questa fase è far passare ai ragazzi determinati valori di base come l’impegno, il rispetto degli altri, la solidarietà, la cooperazione, la gioia e la fiducia nel prossimo.
In questo processo educativo la cosa forse più importante è mantenere aperto un dialogo fatto non solo di parole, ma di vicinanza emotiva. In questo modo è possibile crescere insieme ai figli e renderli pronti ad affrontare la vita adulta.
Ciò che invece spesso constatiamo come Psicologi che lavorano con i genitori, è una generale tendenza ad essere troppo iperprotettivi nei confronti dei figli.
Il genitore mediamente cerca di risparmiare al figlio qualsiasi difficoltà o “caduta” o “sbaglio”, per proteggerlo e preservarlo dalle difficoltà della vita. In questo modo, però, il bambino non si irrobustisce a livello cerebrale, e sarà da grande un adulto insicuro e con poche risorse.
Non voglio dire che dobbiamo lasciare i figli al loro triste destino e non occuparci di loro e dei loro problemi. Piuttosto noi genitori dovremmo considerarci come dei coach, degli allenatori emotivi che possono sostenere, dare consigli, supporto soprattutto di tipo emotivo, ma che non possono andare a giocare la partita al posto dei propri atleti.
A volte, infatti, i genitori nel tentativo di risparmiare ai figli qualsiasi fonte di difficoltà o sofferenza, fanno passare tra le righe un messaggio pericoloso: “tu non sei capace, lascia stare, faccio io al posto tuo”.
Il ragazzo che si vede trattato in maniera iperprotettiva non ha la possibilità di sbagliare per crescere, perché i genitori gli hanno fatto credere che sbagliare è qualcosa di negativo, che va evitato a tutti i costi, perché disonorevole e vergognoso.
Dato che la maggior parte della comunicazione umana avviene a livello NON verbale, non c’è bisogno che il genitore dica esplicitamente al proprio figlio queste parole: “non sei in grado di farlo e non lo sarai mai, lo faccio io al posto tuo, non preoccuparti, tu devi solo restare qui al mio fianco e soddisfare i miei bisogni psicologici”.
Questi messaggi passano a livello più sottile, e possono essere alla base di tante insicurezze da adulti e di un Mindset disfunzionale che si ripercuote anche a livello lavorativo.
Il ragazzo adolescente cresciuto in ambiente iperprotettivo, ma depotenziato emotivamente, si sentirà stanco, demotivato, impotente e incapace di affrontare le sfide della vita.
Quando dovrà cercare o creare lavoro, avrà mille dubbi su se stesso. Anzi è più corretto dire che avrà intimamente la convinzione di non essere in grado e si ripeterà mentalmente “non sono buono! Non sono capace”
E’ facile intuire che queste convinzioni subconsce provocheranno nelle relazioni con gli altri comportamenti di un certo tipo, tendenti alla timidezza, alla chiusura, alla diffidenza, allo scoraggiamento.
In un mondo del lavoro come quello attuale dove la flessibilità mentale, la capacità di reinventarsi ogni giorno, di innovare ed essere creativi sono alla base del successo, quel tipo di atteggiamento depotenziante produrrà risultati nefasti.
Il giovane adulto vedrà allora confermate le sue iniziali conferme: “è dunque vero che non sono capace, adesso ho le prove!”
Per disinnescare questo pericoloso circolo vizioso dell’impotenza appresa e dell’inadeguatezza, occorre lavorare a livello educativo e sin da bambini sulla trasmissione di alcuni semplici concetti e valori.
In primis bisogna far passare ai bambini il concetto che sbagliare è bello, perché necessario all’apprendimento e alla crescita.
Chi non commette alcun errore non è più bravo di altri, semplicemente molto più probabilmente non sta facendo nulla di veramente sfidante e significativo. Se vuoi alzare l’asticella dei tuoi risultati devi mettere in conto che cadrai tante volte, che sbaglierai, che ti sentirai a volte frustrato e confuso. Ma devi ricordarti sempre che questi step sono necessari per la tua crescita personale e professionale.
Bisogna dunque passare dal “non sono capace” al “non sono ANCORA capace”. Introdurre quindi il fattore Tempo alla base di qualsiasi apprendimento. Solo superando l’errata enfasi data al talento naturale, e privilegiando invece i risultati derivanti dal reale Impegno, possiamo educare i giovani ai valori fondamentali della tenacia, della determinazione, della costanza e della resilienza.
In un mondo dove vogliamo tutto, lo vogliamo subito e senza alcuno sforzo, possiamo recuperare i valori della perseveranza, dell’impegno e di un po’ di sacrificio, come base per la realizzazione dei nostri obiettivi. Anche perché, solo superando difficoltà, stress  e frustrazioni progressivamente maggiori, i giovani possono diventare adulti responsabili e resilienti.
In definitiva durante la fase adolescenziale noi raccogliamo i frutti dell’educazione dei primi anni di vita.
Dobbiamo dunque, come direbbe Giorgio Nardone, aiutare i genitori ad aiutare i loro figli, affinché i limiti e le regole che essi pongono durante lo sviluppo siano considerati non più come obsoleti e ormai superati retaggi del passato, ma l’inizio di un funzionale training per il futuro della nostra società.
In questo processo la Psicologia, intesa come scienza dell’umano, può aiutare tantissimi genitori a conoscere e mettere in pratica una serie di accorgimenti e strategie educative e comunicative che vanno nella direzione del potenziamento dei figli e della prevenzione di tutti i disagi psicologici e sociali.
Mi piace segnalare un mio libro dal titolo “Genitori Competenti” che ha proprio questo scopo e fornisce molte chiavi pratiche ai genitori che hanno voglia di mettersi in discussione e migliorare le proprie competenze genitoriali.
Perché se è vero che non esistono figli perfetti, è altrettanto vero che genitori non si nasce, ma si diventa anche grazie ai propri sbagli, alle proprie domande e soprattutto grazie all’umiltà di chi non si considera mai arrivato, ma in continua formazione e miglioramento.
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Buona Vita
dr. Roberto Ausilio, Psicologo della Salute e Psicoterapeuta 
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Dr. Roberto Ausilio  – Psicologo Psicoterapeuta 
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