ADOLESCENTI E CONDOTTE A RISCHIO A SCUOLA

Spesso i comportamenti degli adolescenti sono difficili da decifrare tanto che li si bolla come condotte prive di senso o psicopatologiche. In realtà si tratta, a ben guardare, di gesti finalizzati a perseguire scopi percepiti importanti dal ragazzo o dalla ragazza.
I cambiamenti che si verificano in adolescenza a livello individuale e relazionale sono di notevole portata. È necessario che in questi anni l’adolescente stia continuamente lì a modificare ed assestare la propria immagine di sé poiché i cambiamenti sono così tanti che contraddistinguono quest’età da tutti gli altri momenti di crescita personale. Le crisi che caratterizzano la vita degli individui, ed anche l’adolescenza, vanno viste in un’ottica positiva affinché favoriscano una svolta costruttiva ed un’occasione di riorganizzazione della propria storia di vita.

Tuttavia non tutti i ragazzi e ragazze affrontano fasi di vita tumultuose. Spesso le difficoltà che si incontrano verso i 14/15 anni sono di tipo disattivo e si protraggono dall’età precedente. In questo periodo esiste comunque la capacità dei ragazzi di affrontare periodi disadattativi in modo proficuo e superarli in modo funzionale, grazie anche alle capacità intrinseche di riadattamento di fronte a difficoltà insormontabili.
Una nuova visione dello sviluppo adolescenziale si focalizza sulle sue caratteristiche che dipendono non solo dai vissuti, ma anche dalla capacità di rielaborare tali vissuti. La continua interazione con l’ambiente di appartenenza fa sì che l’individuo si configuri con me il risultato dell’interazione di natura VS cultura; pertanto, in quest’ottica non è possibile fare previsioni certe ma soprattutto generalizzabili ed identiche per tutti.

Anche il concetto di rischio va rivisto tenendo conto delle relazioni tra adolescente e contesto. Le condotte problematiche messe in atto da alcuni adolescenti possono spesso portare alla concezione sbagliata che si tratti di manifestazioni psicopatologiche mentre potremmo trovarci di fronte a comportamenti adattivi (errati) per far fronte agli sconvolgimenti di questo periodo.
Sul versante neurologico le scoperte ottenute grazie alla fMRI hanno determinato che una piccola regione cerebrale chiamata striato ventrale che si trova nei pressi del sistema limbico (il controllore delle emozioni e della motivazione) sia associata al sistema delle ricompense. Essa mostra un’elevata attività quando si verifica un avvenimento più positivo del previsto. Negli adolescenti lo striato ventrale è meno reattivo che negli adulti, ecco perché i loro comportamenti sembrano essere più rischiosi che negli adulti; infatti un aumento dei comportamenti più avventati è caratteristico dell’età adolescenziale.

Dalle sperimentazioni effettuate si è scoperto che gli adolescenti hanno un’attività pressoché dimezzata rispetto agli adulti, come se questa regione fosse meno attiva del normale nel circuito cerebrale che motiva ad agire per ottenere ricompense. Lo striato ventrale rilascia dopamina che permette al cervello di valorizzare le ricompense. Un’attività dimezzata implica la necessità di maggiore stimolazione per apprezzare le ricompense attraverso una maggiore produzione di dopamina. Ecco perché l’azione rischiosa sembra essere più gratificante che negli adulti. La ricerca di comportamenti più rischiosi è una fase passeggera ed è dovuta al bisogno di una motivazione più forte. Quella che spesso può essere vista come pigrizia nell’affrontare la vita è molto probabilmente legata a mancanza di motivazione che caratterizza una poca attività dello striato ventrale che aumenterà con la crescita portandoli a diventare persone equilibrate.

Per quanto riguarda invece l’aspetto psicologico, ci troviamo, nel caso di condotte a rischio, di fronte a comportamenti messi in atto da alcuni adolescenti in momenti specifici della loro esistenza ed in determinati contesti, al fine di raggiungere uno o più scopi che abbiano un significato personale molto forte ed un corrispettivo sociale altrettanto valido. I comportamenti a rischio hanno nella maggior parte dei casi un doppio fine: la caratterizzazione di una propria identità e l’accettazione sociale attraverso il tentativo di padroneggiare delle difficoltà primarie o secondarie (cioè da affrontare o dovute al comportamento). Tuttavia anche comportamenti non a rischio possono dare un senso alla propria identità e modellare le relazioni sociali. La scelta della condotta violenta sta nelle caratteristiche personali e del contesto in cui si trova ad agire il soggetto nonché le risorse sociali a sua disposizione.

La rilevazione che condotte aggressive messe in atto all’interno di un gruppo sociale vengono accettate dal gruppo stesso porterà al reiterarsi di esse da parte di altri componenti del gruppo, soprattutto se chi osserva ha una buona visione della violenza ed una valutazione positiva di colui che ha agito in modo aggressivo. Inoltre come è risaputo il senso di responsabilità si riduce se lo si divide tra i membri del gruppo.
Anche nel bullismo sono palesi certe caratteristiche come la violenza, ma anche una carente capacità empatica che porta alla scarsa accettazione sociale della vittima e quindi una mancanza di inibizione ad agire con violenza nei suoi confronti; tale comportamento influenza ed è influenzato da tutti gli appartenenti al gruppo.

Diverse sono le visioni in merito alla condotta adolescenziale tipicamente rischiosa. Secondo alcuni si tratta di un tentativo da parte dell’adolescente di valutare i propri limiti per capire fin dove può spingersi. Per altri le condotte a rischio sono fisiologiche in una fase della vita in cui è forte la necessità di autonomia, ricerca di approvazione e necessità di esprimere rabbia e senso di potere sull’altro. La tendenza a mettere in atto comportamenti a rischio può anche essere legata alla sperimentazione ed alla valutazione dei limiti attraverso i rischi, In un’ottica di integrazione delle proprie esperienze con le situazioni nuove, al fine di dare un senso di coerenza al proprio Sé e ridefinire i confini, la propria identità, ecc.

Non sempre è possibile trovare e raggruppare le motivazioni di tali comportamenti. Alcune di esse sono legate all’idea che uno sviluppo fisico e sessuale con il conseguente aumento di testosterone (per i maschi) portino la sensazione di essere invulnerabili ed al massimo della propria forma fisica. Qualsiasi atto rischioso può quindi essere affrontato nella convinzione di un’immunità personale (ecco molto spesso la causa di contagio da HIV, incidenti stradali o assunzione di qualsiasi sostanza psicotropa).
Anche i cambiamenti cognitivi possono dar luogo a comportamenti legati al rischio; ciò è legato soprattutto ad errori di giudizio nei confronti delle situazioni esterne. Il fenomeno della razionalizzazione a quest’età porta i ragazzi a credere che essi non potranno mai incorrere in un evento tragico.
Un ottimismo esageratamente irrealistico porterà il ragazzo a sottostimare il rischio ed affrontarlo sentendosi invulnerabile, se in questo caso non si verificasse nulla di grave ancor di più questa percezione distorta lo porterebbe ad attribuire il buon esito alle sue capacità ed al suo coraggio, quindi il lato rischioso viene ad essere qualcosa da poter affrontare e sempre replicabile. Quando invece l’atto rischioso finisce male o peggio ancora sfocia in una tragedia l’esito viene attribuito alla sfortuna o a fattori esterni incontrollabili ed indipendenti da lui.

La continua ricerca di esperienze rischiose, ad alto tasso di adrenalina caratterizzano fortemente le nuove generazioni che assimilano il rischio ed il saper rischiare ad una conditio sine qua non per ottenere successo, fama e soldi. La vita agiata in un mondo dove tutto è a loro disposizione porta molti ragazzi e ragazze a vivere e consumare ogni cosa a ritmi elevati, in contesti e situazioni in cui ha poco valore ciò che hanno perché finisce subito e subito si trova qualcos’altro da desiderare. Ci si trova di fronte a ragazzi apparentemente depressi, apatici, disinteressati a tutto e tutti. In quest’ottica è necessario che ci sia un ascolto attento ed una decodifica approfondita dei messaggi da parte delle famiglie e delle istituzioni scolastiche che permettano di svelare cosa c’è dietro quei silenzi e quella distanza che caratterizzano gli adolescenti i quali però sono costantemente alla ricerca di relazioni sociali e modi sempre diversi di combattere la noia e l’inedia che spesso li pervade. Ci troviamo molte volte di fronte adolescenti incapaci di gestire le relazioni, gli affetti, le emozioni; essi vivono un forte disagio psicosociale.

Il comportamento a rischio alla fine non è altro che una richiesta di attenzione; e dov’è che l’adolescente mostra di più questo suo gap se non in famiglia ed ancora di più a scuola? Ecco che ritroviamo ragazzi di scuola superiore che mettono in atto comportamenti di prevaricazione e di sopraffazione durante le ore di lezione o quelle di ricreazione indistintamente. Le modalità sono pressoché uguali: calci, pugni, spinte o comunque aggressività fisica durante i momenti di ricreazione o in assenza degli insegnanti. Oppure l’utilizzo di bigliettini con offese o minacce in classe durante le lezioni. Ma i comportamenti a rischio non sono solo etero-diretti, spesso sono anche auto-diretti: tagliarsi con lamette da barba, temperini o salire sul davanzale della finestra durante le lezioni o tra una lezione e l’altra. Tutti comportamenti rilevati dai docenti che spesso vivono un sentimento di inadeguatezza quando non si tratti di vero e proprio timore nei confronti di ragazzi o ragazze totalmente fuori controllo che in una dinamica di asimmetria relazionale (Tu no non vali niente!) hanno come unico scopo quello di far del male all’altro o a se stessi. Ciò pone anche un grosso problema nell’autostima e nella serenità dei docenti che pur mettendosi costantemente in discussione non riescono a trovare il giusto modo per interagire con gli studenti e spesso cadono nella sfida agendo contro di loro con la nota o col rimprovero che col tempo perdono di valore perché i ragazzi continuano a comportarsi allo stesso modo. Neanche le punizioni più classiche (aumento dei compiti, divieto di partecipare alle attività ricreative ed ai percorsi extrascolastici) sortiscono l’effetto sperato, così come l’indifferenza ai comportamenti sperando che cessino non può essere una soluzione.

Purtroppo spesso la consapevolezza degli insegnanti di non avere strumenti adatti per contrastare questi comportamenti appare chiara soprattutto nei casi di bullismo che aumentano nonostante le politiche antibullismo nella maggior parte delle scuole. Tutto è basato sulla consapevolezza da parte degli insegnanti di non avere dalla loro parte le famiglie, anzi in molti casi di dover far fronte alla violenza o al disinteresse dei genitori che quando non reagiscono in malo modo riversano sulla scuola e sui docenti tutte le responsabilità e le colpe.
Agire per diminuire, fino a debellare i comportamenti a rischio non è facile né prevede tempi brevi ma soprattutto richiede l’intervento di esperti in sinergia con l’istituzione scolastica e con la famiglia. È necessario lavorare tutti insieme sviluppando interventi ad hoc basati sulla tipologia di alunni, sulle tipologie di comportamenti e sulla tipologia di scuola analizzando il contesto scolastico e territoriale in cui si va ad agire. L’idea è di fornire agli adolescenti spazi di confronto, di crescita, di educazione alle emozioni, ecc. Bisogna far sì che si passi da condotte a rischio a condotte cooperative in cui ragazzi e ragazze arrivino ad un graduale e progressivo riconoscimento dei propri vissuti emotivi, delle proprie credenze e cercare di promuovere l’assunzione di comportamenti cooperativi fra pari.

È necessario lavorare a più livelli attraverso un’opera di prevenzione primaria, secondaria e terziaria sulle condotte a rischio stimolando l’adolescente alla pariteticità più che all’agonismo o peggio ancora all’antagonismo. Infatti è proprio in un contesto sociale in cui l’agonismo è forte come del gruppo classe che si possono sviluppare quelle dinamiche di prepotenza e prevaricazione alla base dei comportamenti a rischio. L’appartenenza al gruppo (in questo caso alla classe) non fa altro che favorire le emozioni di disimpegno e responsabilità dei ragazzi prepotenti.

Per approfondire:
Aringolo K., Gambino C., “La scuola, L’adolescente e le condotte a rischio” in “Psicologia e scuola” anno 29°, Gen-Feb 2009, n.1, pp.35-41

© Dott. Pasquale Saviano
Psicologo – Psicoterapeuta

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Pasquale Saviano

Psicologo - Psicoterapeuta
Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicanalitica
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