5 luoghi comuni che dobbiamo smettere di dire alle persone alle quali vogliamo bene

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Brightest Hour: siamo in diretta con Francesco Boz, autore per Le Iene, fondatore della pagina l'Oltreuomo e Psiche.org.

Pubblicato da TEDxTreviso su Mercoledì 29 aprile 2020

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma sarebbe vantaggioso per tutti prestare pi√Ļ attenzione alle cose che¬†diciamo¬†alle persone che ci stanno accanto e che potrebbero avere davvero bisogno del nostro conforto!

Bisogna fare molta attenzione alle false perle di saggezza che si danno¬†qua e l√† nei momenti di difficolt√† perch√© gli esseri umani sono fatti per rispondere con pi√Ļ veemenza alle esperienze negative rispetto a¬†quelle buone. Da un punto di vista evolutivo, √® una buona cosa: la possibilit√† di sopravvivenza sale se la¬†reattivit√†¬†√®¬†alta di fronte a un predatore o a una situazione di pericolo. Ma non √® bello¬†quando la sfortuna porta con s√©¬†uno tsunami di sentimenti negativi. Per fortuna, spiega Daniel Gilbert, abbiamo un sistema immunitario psicologico che ci protegge in casi¬†di stress o di minaccia. Se si viene¬†scaricati dal partner, in un primo momento si sta molto male perch√© ci si ricorda ogni cosa bella di lui o di lei, ma col¬†tempo √® molto pi√Ļ probabile cominciare a ricordare tutte le cose negative o che non ci piacevano. Quando si inizia a¬†ricordare quei momenti, ci si¬†sente meglio. Questo √® il sistema immunitario psicologico (noto anche come razionalizzazione). Accade¬†a livello inconscio e la chiave, ovviamente, √® fare in modo di non prendersi¬†alcuna responsabilit√† per ci√≤ che √® andato storto o imparare dall’esperienza. Dobbiamo stare¬†abbastanza bene da poterci¬†alzare dal letto e andare avanti, ma sentire anche una¬†spinta dentro che ci muova a¬†fare qualcosa per camboare.

La maggior parte dei luoghi comuni sono versioni rielaborate di modelli di protezione del pensiero che si condensano in pillole di saggezza. Le persone ricorrono ai luoghi comuni quando qualcuno sta male o è in difficoltà per una serie di motivi: si può effettivamente credere a qualsiasi cliché e condividerlo nello spirito di disponibilità. Oppure si ricorre al luogo comune perché non si sa cosa dire, credendo erroneamente che dire nulla sarebbe peggio. Nel peggiore dei casi, si è semplicemente emotivamente distratti, non si capisce la differenza tra simpatia ed empatia, o si è sordi al vero contenuto del luogo comune al quale si ricorre.

Qui di seguito le cinque cose che dovremmo tutti smettere di dire, e perché:

1. “Quello che non ti uccide ti rende pi√Ļ forte.”

Grazie, Friedrich Nietzsche, per avere messo¬†in parole (e aver anche ispirate qualche¬†cantautore). Ma, ahim√®, questa affermazione √® speranzosa e riduzionista¬†allo stesso tempo,¬†in quanto presuppone che la capacit√† di recupero venga¬†incrementata da un grave stress. Non √® vero. Secondo diverse teorie, la capacit√† di recupero di ognuno di noi ha a che fare con la personalit√† e la capacit√† di gestire le emozioni negative. Alcune persone sono generalmente pi√Ļ resistenti di fronte a situazioni di stress. Sono preparate ad affrontare le sfide, ma anche ad anticipare e pianificare eventuali problemi¬†e sono capaci¬†di risollevarsi. Gestiscono le emozioni negative ragionevolmente bene, in parte perch√© sono cresciute sentendosi¬†amate e ascoltate, ci√≤ che le¬†ha fatte sentire sicure di s√©. Se qualcuno diventa pi√Ļ forte in circostanze difficili, sono¬†queste persone. Ma poi, ci sono quelli che si¬†preoccupano del fallimento, che vedono le¬†sfide come scoraggianti, che tendono ad attaccarsi a ci√≤ che gi√† conoscono o che √®¬†meno minaccioso. Gestiscono le situazioni negative e le sensazioni che ne derivano meno bene. Possono essere¬†adulti talmente prudenti che quando vedono una¬†montagna, visualizzano¬†anche la caduta. Queste persone non sono buoni candidati a¬†questo tipo di affermazioni perch√© hanno¬†pi√Ļ probabilit√† di sentirsi¬†gi√Ļ quando succede qualcosa di brutto, soprattutto se disastroso. Tanto per farsi¬†pi√Ļ forte.

Ma – s√¨, c’√® spesso un ma – nuove ricerche dicono che una certa quantit√† di stress pu√≤ non essere negativa. Ci√≤ che si chiama crescita legata allo stress √® stata esaminata in vari studi. In uno di Alia J. Crum, Peter Salovey, e Shawn Achor, gli autori suggeriscono che il modo in cui pensiamo allo¬†stress – la nostra mentalit√† – influenza il modo in cui¬†lo stress ci colpisce. Se crediamo che lo stress pu√≤ effettivamente migliorare le nostre prestazioni motivandoci, siamo pi√Ļ propensi a¬†sostenerlo mentalmente, mentre quelli¬†che vedono lo¬†stress come debilitante non ce la fanno. Altre¬†buone notizie? Le nostre idee¬†sullo stress possono cambiare.

2. “La felicit√† √® una scelta.”

Non c’√® luogo comune peggiore da dire a qualcuno che √® abbattuto o in difficolt√†, ma la gente continua a farlo¬†in ogni caso, nella convinzione che ¬†possa mettere in atto un cambiamento positivo nella persona sofferente. Ma questa √® una mezza verit√† mascherata da saggezza, perch√©, secondo una¬†teoria riferita a¬†Sonja Lyubomirsky e altri, abbiamo il controllo solo su di una parte specifica della torta della felicit√†. Quanto¬†felice √® ognuno di noi dipende da tre fattori: il¬†nostro obiettivo di felicit√†, le circostanze della vita, e l’attivit√† intenzionale.¬†Il tuo obiettivo di¬†felicit√† corrisponde a circa la met√† della felicit√† ed √® determinato da ereditariet√† e personalit√†; √® relativamente stabile nel tempo. Le circostanze della vita – che rappresentano ben il 15 per cento della felicit√† – includono fattori come la qualit√† delle esperienze infantili, lo stato di relazione, la soddisfazione sul lavoro, il reddito, etc. Quindi, circa il 40 per cento della felicit√† dipende¬†in realt√† dall’attivit√† intenzionale. Questa include – definizione degli obiettivi, gestione delle emozioni negative grazie alla loro¬†ri-contestualizzazione, gestione dei¬†rapporti, o qualsiasi altra cosa che solleva ci√≤¬†che gli psicologi chiamano benessere soggettivo.

Se stai pensando: “Beh, il 40 per cento fa s√¨ che sia una mia¬†scelta,” mantieni a mente¬†che gli esseri umani si abituano ai miglioramenti nella loro vita, che √® anche il motivo per cui crediamo che tante cose che¬†ci rendono felici – avere un nuovo lavoro o una¬†promozione, cambiare casa, comprare una nuova macchina – lo fanno solo per un breve periodo di tempo. Per evitare di dover ricalibrare il nostro obiettivo di felicit√†¬†(e alcuni di noi, purtroppo, saranno¬†meno felici rispetto ad altri per natura), dobbiamo lavorare a essere felici essendo consapevoli e grati e, ovviamente, facendo¬†di pi√Ļ per rimanere felici. Questo √® molto difficile da fare quando si √® gi√† a terra ed √® tutto molto pi√Ļ complicato di quel che¬†l’espressione suggerisce. Cos√¨, invece di mormorare questo luogo comune, perch√© non provare con un abbraccio?

3. “Quando la vita ti porge i limoni, fai una¬†limonata.”

Grazie, Dale Carnegie, grandioso aiuto del nonno, per aver reso popolare questo luogo comune, che allude al mito dello spirito imprenditoriale americano evocando un dipinto di Norman Rockwell. Il problema √® che, nonostante l’ubiquit√† di questo sentimento, ci sono un sacco di situazioni che non producono alcuna limonata o lezioni di vita che ci fanno sentire meglio. A volte, dobbiamo semplicemente recuperare da ci√≤ che √® accaduto, e sentir parlare di quei limoni non aiuta. Gli psicologi hanno esaminato il motivo per cui, oltre alla personalit√†, alcune persone sono pi√Ļ brave a farsi scivolare addosso le cose negative¬†rispetto ad altri. Alcuni di questi¬†potrebbero avere a che fare non solo con la capacit√† di gestire le emozioni negative, ma anche con la¬†capacit√† di fissare obiettivi pi√Ļ astratti come trovare un modo per recuperare una¬†perdita. Charles Carver e Michael Scheier, per esempio, suggeriscono che le persone che hanno sperimentato la perdita di un coniuge e che si concentrano sul senso di connessione come ci√≤ che¬†gli¬†manca di pi√Ļ e del quale hanno pi√Ļ bisogno, troveranno pi√Ļ modi di placare il dolore della perdita e andare avanti rispetto a quelli che cercano di¬†farne fronte con modi meno¬†astratti. Ovviamente √® molto pi√Ļ facile trascorrere del tempo con gli amici e la famiglia, o impegnarsi nel volontariato o altre attivit√† che ci¬†fanno sentire pi√Ļ connessi al mondo, se non ¬†trovare qualcuno di nuovo col quale¬†si vuole passare la vita.

4. “Il tempo guarisce tutte le ferite.”

Il vero problema qui Рa parte il fatto che non è vero Рè il fatto che suggerisce che il semplice passare del tempo possa lenire il dolore o la perdita, e così spesso porta le persone a credere che esista un periodo di tempo magico, che si tratti di giorni, mesi o anni, che risolve tutto. Nella maggior parte dei casi, purtroppo, questa frase fa credere alle persona che avrebbe già dovuto recuperare il dolore. Il tempo permette accettazione e ri-contestualizzazione, ma, per alcuni, la vera guarigione è inafferrabile.

5. “Tutto accade per una ragione.”

Credo che questa sia¬†una dichiarazione Dandy se effettivamente ci si crede per ogni cosa che¬†si fa, e se funziona tanto bene. Ma per favore non proponetela a qualcuno finch√© non siete¬†certi che anch’egli abbia raggiunto la vostra¬†stessa conclusione, da solo.¬†Viviamo in un mondo pieno di eventi¬†casuali e incomprensibili e ognuno¬†di noi deve dare¬†un senso alla vita al massimo dei¬†propri¬†sistemi immunitari psicologici. Un vero empatico¬†non dice nulla¬†se √® in¬†dubbio sull’effetto delle sue parole.

 

Bibliografia

  • Gilbert, Daniel. Stumbling on Happiness.NewYork: Vintage Books, 2006.
  • Sheldon, Kennon and Sonja Lyubomirsky, ‚ÄúAchieving Sustainable Gains in Happiness: Change your Actions, not your Circumstances,:”Journal of Happiness Studies¬†(2008), 7, 55-86.
  • Eliott, Andrew and Todd M. Thrash, ‚Äú Approach and Avoidance Temperament as Basic Dimensions of Personality,‚ÄĚJournal of Personality, 78, no.2 (June 2010): 865-906.
  • Crum, Alia J., Peter Salovey, and Shawn Achor, ‚ÄúRethinking Stress: The Role of Mindsets in Determining the Stress Response,‚ÄĚ Journal of Personality and Social Psychology (2013) vol. 104, no.4, 716-733.
  • Carver, Charles S. and Michael F.Scheier, On the Self-Regulation of Behavior. Cambridge and New York: Cambridge University Press, 2001.

Psychology Today

 

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Francesco Boz

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